Conferenziere

 

Vengono qui presentati tre brani di tre conferenze di Ungaretti: la prima a San Paolo del Brasile nell’aprile del 1938; la seconda a Roma nel gennaio 1943; la terza ancora in Brasile nel 1967.

La prima conferenza fu tenuta dal poeta il 1° aprile 1938 in occasione della celebrazione del trigesimo della scomparsa di Gabriele D’Annunzio. Ungaretti al Teatro Municipale di San Paolo – seduto al fianco di Gaeta, direttore del «Fanfulla», quotidiano di lingua italiana – pronunciò un discorso radiodiffuso in tutta l’America Latina in cui, oltre a parlare di D’Annunzio, elogiò Dante, Petrarca, Leopardi e Manzoni, trovando il modo di parlare anche di Mussolini. Sarebbe ora difficile comprendere il significato del brano qui riportato se non si tenesse presente che il poeta era stato inviato in Brasile dal governo italiano anche per svolgervi propaganda politica in favore del fascismo:

Poi il timone della patria è afferrato dalle mani di Mussolini. In Italia ormai c’è di nuovo un Duce. Poi, contro tutte le graziose intenzioni, con una gigantesca impresa militare, condotta in modo fulmineo, l’Impero di Roma finalmente risorge. E oggi è vivo, vittorioso e glorioso, come lo vedeva con i suoi occhi mortali, Virgilio.

 

 

Il secondo brano è tratto dal discorso che Ungaretti aveva preparato in occasione della sua prolusione all’Università di Roma, cioè la lezione solenne e pubblica che ogni nuovo professore svolgeva durante il suo primo anno accademico. La prolusione di Ungaretti, intitolata Immagini del Leopardi e nostre, si tenne alle 16,00 del 29 gennaio 1943, nell’aula I della Facoltà di Lettere e Filosofia. Ma il poeta – nominato in cattedra per decisione del ministro Giuseppe Bottai e di Mussolini, senza concorso e senza il parere della Facoltà – venne contestato durante la prolusione non riuscendo a leggere tutto il discorso che aveva preparato. Qui di seguito viene presentato un brano della seconda parte del la prolusione di Ungaretti, non letta in occasione della sua prolusione sul Leopardi:

 

S’era accorto dell’importanza del patetico ai suoi tempi; e il patetico, per un uomo della sua indole, e della sua passione, e della sua educazione, diventava il sentimento della sofferenza universale. S’era accorto anche che non poteva esserci poesia senza un sentimento dell’infinito; e una sensazione che si disperda, e così si faccia vaga, e, perché fattasi vaga, porti a vagamente svegliare nella mente ricordanze e in qualche modo disponga l’animo a fantasticare – tale specie di sensazioni aveva accettato di ammetterle all’origine del sentimento dell’infinito. Ma, riflettendo, s’era accorto che idea e sentimento dell’infinito non possono aversi che da cose finite, da cose del passato, da cose morte, dal nulla, da cose scomparse, e che l’infinito era un’illusione, originata dalla potenza evocativa, dalla potenza incantatoria della parola. L’infinito era dunque un’illusione, e il sentimento dell’infinito, era sentimento della morte, sentimento del nulla. Fu così che da un rapporto del sentimento d’infinito – e cioè dell’illusione d’infinito – col sentimento dell’universale dolore, gli avvenne di risalire, non alle cause religiose offerte dalla Rivelazione, che avrebbero agevolmente risolto tutto; ma alle cause storiche, alle cause dell’esperienza (…). Dunque tutto nell’universo nasce, cresce, declina e perisce; così le nazioni, così le civiltà, così anche le costellazioni (…). Ma se tale valore orrendo, nel dicembre del 1821, nell’animo gli apparirà disperatamente rafforzato: «Ogni uomo sensibile prova un sentimento di dolore, o una commozione, un senso di malinconia, fissandosi col pensiero in una cosa che sia finita per sempre, massime s’ella è stata al tempo suo, e famigliare a lui. La cagione di questi sentimenti è quell’infinito che contiene in se stesso l’idea di una cosa terminata, cioè al di là di cui non v’è più nulla; di una cosa terminata per sempre, e che non tornerà mai più …» – nel maggio del 1826, investigando più a fondo ancora nel suo «spasimo d’infinito», si troverà nell’orecchio parole più che mai di traccia pascaliana: «Niente infatti nella natura annunzia l’infinito, parto della nostra immaginazione, della nostra piccolezza ad un tempo e della nostra superbia»: «La grandeur de l’homme est grande en ce qu’il se connaît misérable. Un arbre ne se connaît pas misérable». Non essendovi annunzio d’infinito nella natura terrena, sarebbe esso annunzio d’altra natura? Non lo confesserà mai; anzi, per contraddirsi invocherà l’aiuto magari di sofismi ogni qualvolta possa dubitarsi che «spasimo d’infinito» alluda all’inconoscibile che è in noi e che troviamo riflesso negli oggetti verso cui, per dare in qualche modo immagine di sé e farsi evocare dalla parola, tale spasimo sembra si tenda. Senza dubbio, il Leopardi sente che c’è un segreto. Lo sente, non riuscendogli di attribuire una causa all’espiazione che porta a deperimento e a morte ogni vivere; tanto lo sente che, con quell’umiltà che è l’unico sprone dell’autentica poesia, sa farsi pronto a vedere e a condividere tutte le sofferenze degli esseri umani, suoi simili, e anche la sofferenza d’una lucciola straziata.

 

 

Il terzo brano è tratto dal testo di una conferenza tenuta da Ungaretti a San Paolo del Brasile nel 1967. Il poeta aveva vissuto in Brasile dal 1937 al 1942; v’era tornato nel 1966 ed in quell’occasione aveva conosciuto la poetessa ventiseienne Bruna Bianco, di cui s’era innamorato; era tornato in Brasile l’anno successivo per stare con la sua amata cogliendo l’occasione per svolgere anche per un giro di conferenze:

Ecco perché amo anche il Brasile come una mia Patria: perché nella sua terra è sepolta la parte più pura di me; perché il suo popolo fatto di tante stirpi, avendo potuto riaccostarsi al segreto primitivo della natura, non perdendo nulla di essenziale della civiltà che portava a fondersi con l’autoctona, ha potuto perdere i pregiudizi e ritrovare quello slancio di solidale simpatia verso il proprio simile che non viene dalle teorie sociologiche, che possono anche essere pungoli d’odio, ma dal potersi scrollare di dosso il peso di millenarie croste di convenzioni il peso fattosi ormai troppo assurdo, mortalmente schiacciante; perché nelle vene del Brasiliano scorre a profusione sangue italiano, perché in Brasile la mia poesia ha trovato risolto quel contrasto che è all’origine della mia ispirazione e dei miei tentativi di canto e che mi pareva dovesse rimanermi per sempre indecifrabile. Ecco perché chiamo il Brasile la mia patria umana: mi ha dato, per l’esperienza che vi ho potuto fare, la misura dell’uomo: smisurata di dignità, di potenza e insieme d’un essere che è nulla.