Critico letterario

 

Ungaretti ha indossato spesso i panni del critico letterario: in saggi, lezioni accademiche, conferenze; polemizzando in pubblico ed in privato, anche scrivendo lettere ai suoi amici scrittori.

Il poeta, grazie alla sua bravura ed alle amicizie parigine, fin dal 1925 fu chiamato a far parte dei comitati di lettura di due prestigiosissime riviste letterarie francesi: «Commerce» e «Nouvelle Revue Francaise», contribuendo a selezionare le opere degli scrittori italiani che desideravano essere accolti in quelle importanti riviste.

Nell’estate 1926 Cardarelli si recò a Parigi, incontrò Jean Paulhan e Paul Valéry, rientrando in Italia convinto che Ungaretti ostacolasse la pubblicazione su «Commerce» e «NFR» delle opere degli scrittori italiani. Subito dopo, «Roma Fascista» accusò Ungaretti di sparlare a Parigi degli scrittori italiani. Il 2 agosto Ungaretti – con una lettera a Telesio Interlandi (direttore del «Tevere», l’intransigente giornale fascista) – spiegò che si trattava di accuse infondate; due giorni dopo, Massimo Bontempelli – che la pensava come Cardarelli – replicò ad Ungaretti sul «Tevere», provocando la reazione del poeta con tanto di duello fra i due scrittori, che si tenne l’8 agosto 1926 nel giardino della casa di Luigi Pirandello. Dalle lettere del periodo inviate da Ungaretti a Marguerite Caetani, proprietaria di Commerce e a Jean Paulhan, direttore della «NFR», si percepisce che il poeta contrastò la pubblicazione delle opere dei sui connazionali su quelle riviste. Ne è un esempio la lettera inviata alla principessa Caetani il 5 maggio 1926:

La ringrazio di cuore della decisione presa a riguardo di Bontempelli. Era una misura indispensabile d’igiene. Ella non immaginerà lo stato della nostra letteratura d’oggi. Disastroso (…). Tre o quattro piccoli giornalisti intriganti fanno il buono e il cattivo tempo. E si figuri l’effetto che su questa provincia che è l’Italia farebbe un riconoscimento venuto da Parigi, e da «Commerce» ch’è l’organo letterario di Parigi considerato più autorevole. Sarebbe un’altra autorizzazione a mal fare, a far peggio. La Sua decisione coraggiosa, cara Principessa, sarà salutare (           ).

 

              

Nell’aprile 1927 dalle pagine del «Mattino» di Napoli, Ungaretti s’occupò di Blaise Pascal (Del più e del meno. La pania indiana):

 

Pascal, una delle menti più acute che siano comparse in Occidente, ci insegnava alcune altre cose, molto persuasive. Per cominciare, diffidò dell’intelletto. C’è chi sostiene che, di due secoli, scoperte dell’ordine della fisica sarebbero state anticipate se non avesse abbandonato le matematiche. Rinunzia al suo intelletto! La Provvidenza glielo restituì, centuplicandone la luce, avviandolo a svelare i tesori favolosi del sentimento.

L’uomo, dice, non è né angiolo né bestia. Della natura umana prima della caduta d’Adamo non sappiamo nulla, e sarebbe stolto volerne sapere qualche cosa. Ma possiamo conoscere l’uomo, la sua natura piena di miseria e di grandezza.

Fatto il giro dell’uomo tra gli uomini, visto che la giustizia senza forza è impotente, ma che la giustizia è sottoposta a disputa, ciascuno ritenendosi eletto, e che il maggiore dei mali è la guerra civile, e quindi che il solo scampo è che la forza si faccia giusta, visto che la forza e non l’opinione è la regina del mondo, considerato che nell’ordine sociale, frutto d’immaginazione, a solo patto d’un concorso di ragione e di pazzia che regoli le relazioni tra autorità e popolo, ci sarà equilibrio, pace, Pascal passa a un ordine più alto e rileva: «Le scienze hanno due estremi che si toccano. Il primo è la pura ignoranza naturale nella quale si trovano tutti gli uomini nascendo. L’altro estremo è quello al quale giungono le grandi anime, le quali, avendo percorso tutto ciò che gli uomini possono sapere, trovano che non sanno nulla, e si ritrovano in quella stessa ignoranza dalla quale erano partite: ma è un’ignoranza sapiente e che conosce se stessa».

E Pascal salirà ancora. S’accorgerà che l’uomo solo, tra le creature, sa di dover morire. Da questo spavento, c’insegnerà, da questa consapevolezza della propria nullità ha origine la vita morale, ha principio la rivelazione della dignità umana, di quella dignità, mercé la quale, tra le creature, all’uomo solo è dato, adorando con consapevolezza, di salire, di avvicinarsi a Dio (            ).

 

 

               Ungaretti fin dal 1925 s’occupò di Comte de Lautréamont, pseudonimo di Isidore Ducasse, appassionandosi, in particolare, ai Canti di Maldoror, un opera in cui il protagonista si ribellava a Dio e lo uccideva facendolo a pezziNel giugno 1930, Ungaretti ne scrisse sull’«Italia Letteraria» (Odore di bruciato) esprimendo la sua ammirazione per il poeta francese:

I canti di Maldoror non sono, come pretendono i ciuchi, un’accozzaglia di frasi geniali, sono un poema la cui costruzione è sconcertante quanto armoniosa. È il passaggio repentino da un tono all’altro, l’impiego di tutti i timbri su tutti i toni che sconcerta, ma è qui l’invenzione di Lautréamont: quel suo sorprendere la parola in crisi, e farla soffrire; quel suo spezzare lo specchio, e vedere, mentre in un baleno la ferita già si chiude, una meraviglia nel buio (…). La verità, sembra dirci, non è nel pensiero, non è nella mente che trova Dio o Satana, equivalenti, è nella vita, è nel desiderio di vita naturale che persiste nel mondo (             ).

 

Nel 1937, Ungaretti s’occupò di Petrarca e Dante (e delle loro donne) dalla sua cattedra dell’Università di San Paolo del Brasile:

Tutta la grande poesia nasce da una grande passione amorosa: così quella di Jacopone, così quella di Dante. Dante assaliva tutte le donne che incontrava; il Petrarca, di natura più posata, o meglio, più sordamente passionale, e di natura certamente timida e segreta, dev’essersi, forse, macerato solo per Laura; i biografi mettono due o tre altre donne, ma non erano poetiche, e non ce ne importa niente; ma in realtà un poeta non ama se non ciò che cerca in una donna: cioè un’immagine per sempre della propria esperienza; in fondo un poeta non ama se non la propria poesia. E non dico questo nel senso egoista, ma nel senso idealista delle parole.

In ogni caso voglio osservare che quando ci parla d’un rapporto amoroso e ce lo fa sentire: come nell’episodio di Paolo e Francesca, o come nelle rime per la donna Pietra, – Dante manifesta sempre un rapporto o il desiderio di un rapporto torbidamente carnale. Negli altri casi: nella Vita Nuova, e sempre quando interviene Beatrice, c’è solo e puramente un’astrazione. Invece il Petrarca ci fa sempre sentire la realtà d’una donna, ce la fa sentire con un desiderio vivacissimo, ma reso pulito da un sommo pudore, e ce la fa proprio sentire questa realtà di Laura per il tempo che sente scorrere in sé, per il proprio progressivo invecchiare, giorno per giorno, minuto per minuto, verso la morte (          ).

 

               Nel settembre 1938, sempre dal Brasile, il poeta scrisse a Giuseppe Bottai, ministro dell’Educazione nazionale Bottai; tornava a chiedergli una cattedra universitaria in Italia e precisava che con quella nomina:

Si avvererebbe il più ambizioso sogno della mia vita, se potessi fare sentire ai giovani italiani la bellezza e la forza ideale della poesia italiana su tutte le altre, nel corso dei secoli. Tutto è nato e tutto s’è trasformato da questa poesia: nei suoi mille anni di storia moderna, l’Europa è tutta contenuta nei mill’anni della poesia italiana: tutta contenuta, vaticinata, formalmente espressa. So tanto di poesia europea per potere affermare e dimostrare che non c’è stato moto d’idee e tormento morale e dramma politico in Europa, che prima non si potesse vedere sofferto e indicato sino alle sue estreme conseguenze, nella parola d’un poeta italiano. Come sarebbe bello se potessi chiudere i miei giorni in questa rivendicazione e in quest’azione. Come sentirei di compierli veramente da poeta. Da poeta italiano di questo secolo fascista (         ).

Il 29 gennaio 1943 Ungaretti, in occasione della sua prolusione all’Università di Roma, preparò un discorso intitolato Immagini del Leopardi e nostre, che però non riuscì a leggere interamente perché fu contestato durante la prolusione. Il brano che segue – contenente un severo giudizio su intere generazioni di poeti italiani – è estratto dalla seconda parte della prolusione di Ungaretti non letta in occasione della sua prolusione all’Università di Roma:

Molto o poco che valga la mia poesia, un merito credo d’averlo. Per ritrovare le tradizioni della nostra poesia e proseguirle, per rituffare la nostra poesia nella storia, si doveva risalire al Leopardi e capirlo. Ma da noi, tranne il Pascoli, per quel suo impressionismo del quale ho fatto cenno, dopo Leopardi i poeti erano quasi del tutto anacronistici. Non c’era che da rivolgersi ai poeti francesi, ai poeti che non disdegnavano il qualificativo di Maledetti e che dopo Poe e sino al ‘900, erano rimasti i soli nel mondo a non bendarsi gli occhi davanti alla tragicità dei tempi.

La critica lo vedrà, e ci sono le date, non c’è da noi dal ’14 ad oggi, opera poetica che non porti i segni di questa mia fatica, nella metrica, nella dialettica delle immagini, nell’orientamento dell’ispirazione (       ).

 

Nel dicembre 1950, il poeta, in una lettera a Piero Bigongiari, fornì una suggestiva, forse approssimativa, chiave di lettura della nostra intera storia letteraria: «La storia della poesia italiana è semplice: il suo segreto è sempre in Agostino sia direttamente, come in Petrarca, sia indirettamente, come, attraverso Pascal, in Leopardi».

 

Concludiamo questa rapida rassegna con un cenno al pensiero di Ungaretti sul rapporto poesia – popolo.  Già nel 1926 scriveva: «Questo popolo è assetato di poesia. Se non lo fosse, il miracolo delle legioni nere non sarebbe balzato qui. Il giorno che ci sarà una certa unità di metodo dalle spiegazioni della maestrina all’esegesi del professorone, alla recensione del giornalista, farà eco al canto del poeta, una folla di anime. Tutti non potranno afferrare ogni particolare, a tutti non appariranno le supreme bellezze del canto, per gli uni sarà mistero, e toccherà il cuore, per gli altri sarà illuminazione, e toccherà l’intelletto, ma a ognuno la poesia sarà di nuovo accessibile» (A proposito dell’Accademia, Il «Mattino» di Napoli, 28-29 gennaio 1926).

Nel 1929 intervenne sul «Tevere» sostenendo d’aver «conosciuto della gente umile che capiva Dante, dei professoroni che lo spiegavano e non ci capivano un’acca. Capire la poesia, anch’esso è un dono di Dio. E non è altrettanto necessario che lo posseggano tutti per il buon andamento della Società (…) questa dell’arte alla portata di tutti, come regola, è un bel frottolone. E non serve che ad accrescere un già grande bailamme» (L’arte che si capisce, «Il Tevere», 5-6 ottobre 1929).

Nel 1964 si recò per tre mesi alla Columbia University, dove tenne un corso su Leopardi leggendo anche alcune sue (di Ungaretti) poesie.  Da New York scrisse a Leone Piccioni a proposito di quelle letture: «Ho letto le più difficili. L’auditorium cadeva dagli applausi. Probabilmente non avevano capito nulla. Ma la poesia non occorre capirla. È segreto comunicato a segreto» (lettera del 16 aprile 1964, L’allegria è il mio elemento). Infine, nel 1966 disse: «Tutto quello in cui l’uomo continua a gingillarsi, prima cosa fra tutte la letteratura, è caduto. Mi seduce ancora l’ascolto di Bach o di Leopardi. Ma sono cose che appartengono alla nostra profondità? Siamo degli uomini che sono stati tagliati dalla propria profondità. Solo il segreto può valere ancora. Forse le cose diventano più segrete via via che i mezzi della conoscenza avanzano. Il sapere degli uomini aumenta il segreto (…). Più sappiamo e più le cose si allontanano da noi, e più ci è difficile decifrarne il nome, e più ci sembra d’essere colpiti d’afasia. Le ragioni di tutto diventano sempre più oscure. No, le parole non ci servono. Le parole delle vecchie rettoriche sono parole senza sufficiente forza di segreto» (G. Ungaretti, Delle parole estranee e del sogno d’un universo di Michaux e forse anche mio, «Les Cahiers de L’Herne», 8, Henri Michaux, 1966, ora in Saggi e interventi, cit., pp. 843-844.)