Prefatore

 

Vengono qui proposti due brani tratti dalle prefazioni di Ungaretti ai libri di due suoi amici: Leone Piccioni e Giacomo Natta.

Nella prefazione al libro di Piccioni (Antologia dei poeti negri d’America, Mondadori, Milano 1963), Ungaretti assunse una posizione di grande simpatia nei confronti dei «neri»:

Ne ho conosciuti di Negri. A folle li ho visti scendere per il carnevale a Rio, dalle loro favelle, dai loro tuguri di latta sulle colline, con i loro travestimenti, i loro tamburi, le loro sambe, le loro coreografie, la loro pazzia preparata per i cordaões durante l’intero anno: un anno intero di privazioni e di dedizione sognante per pochi giorni di carnevale.

Li ho visti anche nei candombleu e nelle macumbe, di notte, nella foresta, ballare fino al delirio, sino a cadere in deliquio. Li ho frequentati a Harlem di New York, ma come sono nell’America del Nord, Leone Piccioni ve l’ha detto troppo bene e non mi metterò a guastare le sue pagine. Li ho visti professori di greco e di latino a Parigi.

Ho incontrato spesso in cordiali colloqui, rappresentanti delle loro liberate nazioni dell’Africa. E sempre li ho amati.

Il negro, il negro che sarà cattivo e buono come ogni essere umano, il negro che ha sulla terra il corpo più felice, che ha conosciuto tutte le infelicità, e ha conservato nel pianto il suo ridere innocente, che ha conosciuto nel Nord e nel Sud America il miscuglio di tutti i sangui, ed è rimasto un purosangue, che si è rimescolato nella civiltà più meccanizzata e che non ha mai perso il tenore, la grazia, la magia della natura vergine. Il negro mantiene, in tempi disumani, ancora in sé intatto il miracolo della umana ispirazione.

 

 

Il secondo brano qui proposto è tratto dalla prefazione di Ungaretti ad un libro di Giacomo Natta (L’ospite dell’Hotel Roosevelt, Edizioni della Meridiana, 1953). Il poeta rievocò la sua antica amicizia con Natta, quando nel lontano 1927 lo andava a trovare al Sanatorio Cesare Battisti di Roma e proprio lì, in occasione d’una visita del poeta all’amico ammalato, avvenne il primo incontro fra Ungaretti e Gino Bonichi, il pittore noto come Scipione, anch’egli affetto da tubercolosi:

Rividi Natta alcuni anni più tardi a Nizza, miracolosamente guarito. In seguito ritornò a Roma. Fece tanti mestieri (…) Ha frequentato gente e ambienti della più varia condizione e, povero, soprattutto ha confidenza e contatto con i poveri. Quest’uomo povero, e nello stesso tempo d’un’educazione di modi ai nostri tempi non solita, ogni mattina ha da sapere dove passerà la notte e come farà a procurarsi il cibo, e l’altro giorno mi diceva, ed era la prima volta che un filo di lamento s’insinuava nella sua voce: «… non so dove dormirò domani. Se voglio di giorno fantasticare o riposare, devo andare nei giardinetti a sedere su una panchina. A sessant’anni, ecco a che punto sono».

Se si avesse un po’ più di contatto con i poveri, non di contatto dall’alto in basso, da benestante a reietto, ma contatto da uomo a uomo, il mondo forse andrebbe meglio.