Benito Mussolini e Giuseppe Ungaretti

   

Benito Mussolini e Giuseppe Ungaretti
Benito Mussolini

Benito Mussolini (Predappio 1883 – Giulino 1945).

Uomo politico. Fu anche giornalista.

Il giovane Ungaretti viveva ancora in Egitto quando sentì parlare per la prima volta di Mussolini; anzi, probabilmente lesse anche qualche suo articolo apparso sulla «Voce», rivista a cui Ungaretti era abbonato. Il primo incontro di persona, invece, avvenne a Milano nel febbraio 1915. Il poeta, proveniente da Viareggio, era giunto nel capoluogo lombardo nel settembre 1914; lì, dal mese di novembre di quello stesso anno, Mussolini dirigeva «Il Popolo d’Italia». Il primo incontro fra il poeta e il Duce avvenne proprio nella sede del giornale fascista: Ungaretti fu presentato a Mussolini da Filippo Corridoni; si presentò all’appuntamento con una lettera del fratello Costantino spedita dall’Egitto, in cui si fornivano i dettagli sullo scontro in atto, intorno al Canale di Suez, fra l’esercito anglo-francese e quello turco.

Poi ci fu la guerra: i due personaggi non ebbero più occasione di vedersi, anche se Ungaretti – sempre attento osservatore degli avvenimenti politici e assiduo lettore dei quotidiani – continuò a seguire l’ascesa di Mussolini; alla fine del 1918 scrisse a Papini: «seguo con attenzione il movimento di Mussolini, ed è, credimi, la buona via. Bisogna voltarsi di là. Ordine ordine ordine, armonia armonia armonia; e per ora non vedo che confusione confusione confusione» (G. Ungaretti, Lettere a Giovanni Papini (1915-1948), Mondadori, Milano 1988, p. 233). Accadde così che, appena terminata la guerra, Ungaretti – ancora a Parigi in attesa della smobilitazione – fu assunto come giornalista proprio da Mussolini. Gli venne affidato l’incarico di corrispondente del «Popolo d’Italia» da Parigi, città dove si tenne la Conferenza della Pace. Il poeta partecipò ai lavori della conferenza parigina, andati avanti per tutto il 1919 e conclusisi il 21 gennaio dell’anno seguente. Assistette alle sedute aperte alla stampa, che si svolsero presso l’Hotel Eduardo VII. Il suo primo articolo vide la luce l’11 febbraio 1919. L’ultimo, il 23 gennaio 1920, due giorni dopo la chiusura dei lavori. Nel mezzo, una cinquantina di corrispondenze.

Già nel febbraio 1919 Ungaretti scrisse a Papini: «Amo il giornale di Mussolini che corrisponde da diverso tempo come sai alle mie idee politiche. Ma non sarà, spero, quella politica, che una collaborazione provvisoria». Pubblicati un paio d’articoli, il poeta partì per Milano. Vi giunse in uno degli ultimi giorni di febbraio all’una di notte. Con un po’ di febbre addosso raggiunse la sede del «Popolo d’Italia» in Via Paolo da Cannobio, distante due chilometri abbondanti dalla vecchia stazione ferroviaria milanese. Sapeva bene che, nonostante la tarda ora, avrebbe trovato la redazione del giornale in piena attività. Infatti Mussolini era nel suo ufficio, ma troppo occupato per riceverlo; gli fu suggerito di tornare il mattino seguente. Non gli rimase che cercarsi un posto per trascorrere la notte: una panchina di Piazza del Duomo a dieci minuti da Via Cannobio. Il mattino seguente tornò alla sede del «Popolo d’Italia», ma ancora una volta non gli permisero di parlare col direttore. Il poeta s’adirò, mettendosi ad urlare. Lui Mussolini lo conosceva davvero! Sentendo le grida, il direttore uscì dal suo ufficio, guardò quell’uomo in divisa e lo riconobbe, posandogli una mano sulla spalla e facendolo accomodare nella sua stanza (G. Ansaldo, Ungaretti, uomo del nostro tempo, «Il Lavoro», 26 agosto 1933. ora in Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019).

Rientrato a Parigi, Ungaretti seguì i lavori della Conferenza della Pace, pubblicando articoli di politica, accesi e polemici. Sebbene da lontano, partecipò persino alla campagna elettorale per le elezioni politiche italiane del novembre 1919. Tre giorni prima delle elezioni, concluse la sua corrispondenza da Parigi aderendo ai fasci di combattimento: «Patria e rivoluzione; ecco il grido nuovo. Lo opponiamo a tutti quei sudiciumi plutocratici, che gridano troppo patria o rivoluzione per non suscitare i più legittimi sospetti. Vogliamo un po’ cercare di prendere in giro il diavolo. Aderisco ai fasci di combattimento, il solo partito che intende la tradizione e l’avvenire in modo genuino. Patria e rivoluzione, ecco il grido nuovo!» (ora in Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019). Il Partito Socialista vinse quelle elezioni. Due giorni dopo, Mussolini e Marinetti vennero arrestati. Il direttore del «Popolo d’Italia» fu subito rilasciato, non Marinetti. Poi, il 13 dicembre, Mussolini scrisse un biglietto al poeta: «Carissimo, Marinetti è in libertà. Tutto bene …» (Vita d’un uomo. Saggi e Interventi, Mondadori, Milano 1974, p. 910). Tanti anni dopo, in un’intervista rilasciata ad un giornale fascista nel 1933, Ungaretti rievocò quei fatti usando un insolito linguaggio:

«Nel ’19, a Parigi, facevo il corrispondente e seguivo i lavori della Conferenza della Pace per incarico del «Popolo d’Italia». Gli italiani si radunavano in un grande albergo dove era stabilita la delegazione italiana. Non rammento con precisione la composizione della delegazione italiana. Credo Nitti o Tittoni al posto di Sonnino e Orlando (…). Chissà se fra le carte di S. Ecc T. si troveranno forse un giorno una mia lettera in cui gli dicevo che avesse fatto bene attenzione perché oltre all’Italia ufficiale, delle schede e dei portafogli, c’era una Italia tremendamente giovane, che avrebbe vinto per forza o per amore. Signor delegato, gli dicevo, ho il dovere di avvertirvi che rappresento qui il giornale dell’Italia Nuova e vi prego di fare attenzione ai mali passi!

Vi furono in quel periodo degli arresti a Milano. Organizzai allora una specie di Manifestazione in difesa degli arrestati alla quale aderirono tutti gli intellettuali più in vista di Parigi alla testa dei quali si misero gli scrittori di Littérature e del gruppo Dadà, Aragon, Breton, Tristan Tzara, ecc., che erano quelli che facevano più chiasso. Avevamo intenzione di invadere l’Ambasciata. Io feci annunciare a Nitti che gli avrei bucato la pancia. Ma poi non se ne fece nulla perché gli arrestati vennero rilasciati» (intervista di A. Mezio, «Il Tevere», 17-18 luglio 1933, ora in Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019).

Negli ultimi movimentati mesi del 1919, Mussolini scrisse tre volte al suo giornalista. Il primo breve biglietto del 20 ottobre conteneva un garbato invito a lavorare: «mandate per lettera una corrispondenza settimanale sulla politica generale francese (elezioni, crisi socialista, etc.). Prenotatevi per il telefono …». Col foglietto del 13 dicembre Mussolini invitò, questa volta con maggiore energia, il suo reporter a lavorare: «È necessario che vi mettiate al lavoro. Necessarissimo. Se non si telefona, scrivete delle lettere, ma fatevi vivo!». Col biglietto del 24 dicembre, infine, Mussolini negò ad Ungaretti il permesso di collaborare alla pagina letteraria del «Don Quichotte», un giornale italiano redatto in francese. Ma Ungaretti desiderava ardentemente collaborare, anzi dirigere, quella pagina letteraria; decise così di lasciare «Il Popolo d’Italia». Dunque, diversamente da quanto finora ritenuto, Ungaretti non lasciò «Il Popolo d’Italia» perché non piacque a Mussolini qualche suo articolo. Fu lui a decidere d’andar via per inseguire il sogno di dirigere la pagina letteraria del «Don Quichotte; sogno che si infranse nel giro di pochi mesi.

Ungaretti e Mussolini si ritrovarono a Roma alla fine del 1922: il poeta, impiegato avventizio presso il Ministero degli Esteri; Mussolini, nuovo presidente del Consiglio dei Ministri. I due personaggi coabitavano, addirittura, nello stesso edificio; infatti, il Duce – ch’aveva tenuto per sé anche il Ministero degli Esteri – aveva deciso di stabilirsi nello splendido Palazzo della Consulta, sede del Ministero degli Esteri. Per il poeta quella vicinanza era un’occasione da non perdere, già il 5 novembre 1922 (pochi giorni dopo la Marcia su Roma) scrisse a Mussolini:

Eccellenza,

il mio amico Ettore Serra che ha curato a Sebenico la magnifica edizione su carta di Fiume degli scritti per la Dalmazia del Comandante, prepara ora un’edizione che sarà un miracolo d’arte tipografica delle mie migliori poesie di guerra e della mia recentissima opera. V.E. sa il mio valore di poeta (…). Meriterei di essere da un pubblico più vasto conosciuto ed amato. Finora non conosco bene che la fame. L’Italia nuova deve saper dare di più al valore. Vuole V.E. che la rinnovata italianità sta consacrando, innalzare anche la mia fede? Ricorro a V.E. come ad un signore della Rinascenza: quando l’Italia è stata grandissima nel mondo, i potenti non sdegnavano di coronarla di bellezza (ch’è la sola cosa non peritura). Poche righe di prefazione da parte di V.E. – quando le gravi cure dello Stato le daranno un momento di tregua – sarebbero per me, agli occhi di tutti, un gran segno d’onore. Il libro – ornato da un giovine che forse è il nostro migliore silografo – sugli esempi dei grandi maestri del 4 e 500 – si propone anche di presentarsi come un rinnovamento dell’arte italiana del libro – caduta da 50 anni allo stato di decadenza che V.E. non ignora. Sarei profondamente lieto se V.E. potesse concedermi una breve udienza» (Archivio centrale dello Stato, Segreteria particolare del Duce, ora in Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019).

Eccellenza,

Mussolini gli rispose con un biglietto, senza promettergli di leggere il libro, né di scrivere la prefazione; neppure un cenno, poi, alla richiesta d’udienza. Si trattava, in sostanza, d’un garbato rifiuto. Ma il poeta non s’arrese, come vedremo presto.

I primi giorni di quel novembre 1922, Ungaretti venne a sapere che si stava fondando un giornale fascista, «Il Nuovo Paese»; chiese a Michele Bianchi, segretario del Partito Fascista, di poter collaborare alla pagina letteraria del giornale. Bianchi dovette fargli presente che la scelta dei collaboratori l’avrebbe operata il direttore della pagina letteraria, una volta nominato. E uno dei possibili candidati era Ardengo Soffici, amico del poeta. Soffici, dopo un primo incontro col direttore del «Nuovo Paese», cercò d’esser ricevuto da Mussolini:

«Andai dunque, senza perder tempo, a trovare l’amico Ungaretti negli uffici della Consulta, dove in quei primi tempi del suo potere risiedeva Mussolini, e gli parlai della cosa. Egli fu d’accordo con me, e poiché non gli mancavano le occasioni di vedere il Capo nel suo ufficio, mi promise che di lì a qualche ora avrebbe ottenuto per me un colloquio con Mussolini. Era verso sera: Ungaretti supponeva che prima della chiusura degli uffici, che avveniva circa le otto, avrei potuto esser ricevuto; sicché, invece di aspettare qualche ora nell’anticamera, o andarmene addirittura per ritornare verso quell’ora, decisi, e dissi all’amico, che mi sarei trattenuto in un certo caffè di via Nazionale ai piedi del Quirinale, dove egli avrebbe potuto farmi cercare appena Mussolini avesse voluto vedermi, o trovarmi alla sua uscita nel caso in cui l’appuntamento fosse rimandato ad un altro giorno. Ero appena da una mezz’ora seduto in quel caffeuccio, quando l’Ungaretti in persona arrivò tutto trafelato, per dirmi che aveva parlato un minuto prima con Mussolini e che questi mi aspettava, contentissimo di rivedermi. Uscimmo insieme in fretta e furia e risalimmo alla Consulta (…). In questa disposizione d’animo entrai insieme a Ungaretti nella gran sala dove Mussolini ci aspettava (…) vidi Mussolini seduto dietro una tavola dorata in fondo alla vasta sala intento a leggere e a firmar certe carte che un impiegato gli sottoponeva una alla volta e riprendeva poi per ammucchiarle davanti a sé. Non levò la testa da quei fogli se non quando fummo arrivati vicino alla tavola, né si alzò da sedere quando pure ci ebbe visti. A me piantò in faccia tuttavia i suoi occhi vivi, amichevoli e sorridendomi e stringendomi con affetto la mano: – Ecco il nostro Soffici – disse – hai fatto bene a venire. Aspetta un momento che mi sia liberato da queste scartoffie e son con te (…). C’intrattenemmo qualche tempo, lui, Ungaretti ed io passeggiando su e giù per quella gran sala, parlando degli avvenimenti di quel tempo e di ciò che restava ancora da fare per compir bene l’opera appena incominciata in pro dell’Italia …» (Ardengo Soffici. Miei rapporti con Mussolini, a cura di G. Parlato, in «Storia Contemporanea», a. XXV, n. 5, ottobre 1994).

Durante il colloquio appena descritto, Soffici propose al Duce di coinvolgere nella sua azione politica alcuni comuni amici dei tempi della «Voce», suggerendo i nomi di Prezzolini e Amendola. Mussolini snobbò Prezzolini, mostrando, invece, interesse per Amendola, che avrebbe voluto dalla sua parte. Ungaretti si terrà sempre informato sugli sviluppi di quella vicende. Nell’ottobre del 1923, in un articolo su «L’Europe Nouvelle», definiva Amendola «il giovane capo dell’opposizione, più vicino al Duce di quanto egli non voglia ammettere». Ungaretti, ancor prima dell’incontro con Mussolini e Soffici, s’era fatto una propria idea sul ruolo politico svolto da Prezzolini ed Amendola. In una lettera del novembre 1922, indirizzata proprio a Soffici, aveva suggerito all’amico d’evitare relazioni con Prezzolini, che – pur non essendo una «carogna» – era circondato da «carogne» come Salvemini e Amendola (G. Ungaretti, Lettere a Soffici (1917-1930), Sansoni, Firenze 1981, p. 104).

Ungaretti – negli stessi giorni in cui interagiva con Mussolini – rischiò di perdere il lavoro al Ministero: il capo della Segreteria particolare del Duce ricevette una lettera in cui Ungaretti accusava di vari misfatti il suo capo ufficio (Amedeo Giannini); la lettera arrivò nelle mani del capo di Ungaretti; il poeta, licenziato il 17 dicembre 1923 da Giannini, cercò inutilmente di farsi riassumere. A quel punto, il giornalista precario, dopo aver cercato di parlargli, scrisse a Mussolini:

«Caro Mussolini,

Ricevo la lettera unita. Da 9 anni servo il mio paese. L’ho servito in trincea, l’ho servito all’estero, l’ho servito nella stampa e al ministero. Come poeta, il mio valore è noto. Non credo che ci sia nessun altro che dopo d’Annunzio, possa starmi di fronte.

Il governo nazionale significa condanna alla fame di quanti hanno intelligenza? Trionfo dei buffoni, delle carogne, degli arrivisti? È finita, definitivamente, per l’Italia, l’era dell’intelligenza?

La secca lettera significa ch’io e mia moglie siamo condannati alla fame. Mendicherò per le strade della mia crudele Italia. Mussolini, il suo nome mi è sacro come la speranza. Non calpesti chi ha sofferto; non inchiodi sulla croce chi ha già la corona di spine.

L’abbraccia il suo Ungaretti

Aspetto di essere ricevuto da V.E. A un poeta non si rifiuta quest’onore» (Archivio centrale dello Stato, Segreteria particolare del Duce, Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019).

Mussolini non lo ricevette. Ma, dopo essersi informato sui fatti, fece sapere all’interessato il motivo del licenziamento: scarso rendimento. Il 19 dicembre, Ungaretti inviò al Duce un lungo memoriale difensivo di sette pagine col quale rivendicava d’aver sempre fatto il proprio dovere, sosteneva che l’accusa di «fannullone» era solo una scusa per coprire i veri motivi del licenziamento, attaccava duramente Giannini:

«L’uomo nel frattempo, lavorava d’intrigo, per colpirmi, secondo il suo solito, alle spalle, perché fosse eliminata dall’ufficio una persona coraggiosa e che, nella mente sospettosa del suddetto uomo per le aderenze che aveva poteva rappresentare, per gli intrighi del sempre suddetto uomo, un pericolo (…). V.E. mi conosce da lunghi anni. É venuta a cercare il soldato nella trincea perché difendesse da poeta, e cioè con purezza d’anima, gli interessi nazionali in gioco alla conferenza della pace, sul Popolo d’Italia. V.E. sa che spossato dalla guerra, quasi senza retribuzione, a Parigi feci con entusiasmo quel servizio. Non sta a me giudicarne l’importanza. Fui al suo fianco, al Popolo d’Italia a Milano, quando si strappavano dal petto dei mutilati le medaglie al valore. Ed eravamo un piccolo manipolo (…). Mi guardi negli occhi il mio accusatore: quand’ero in trincea, lui dov’era? anche allora, come oggi, il problema era di statura … soprattutto di statura morale. Sui compagni che ho visto morire per l’Italia nelle trincee giuro d’aver detto la verità. E ora punitemi» (Archivio centrale dello Stato, Segreteria Particolare del Duce, Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze, 2019).

Ungaretti rimase tre giorni in attesa di capire se la sua lettera avesse prodotto qualche effetto e poi, già il 23 dicembre, scrisse nuovamente a Mussolini chiedendogli di farlo riassumere in servizio, in attesa della decisione definitiva. Quello stesso giorno inviò una seconda lettera al capo del governo: «Sono in uno stato di depressione nervosa pietosa (…). Ieri notte non ho potuto chiudere occhio: oggi m’è stato impossibile prender cibo. Imploro la vostra giustizia, e la vostra bontà». Alla fine il licenziamento venne annullato grazie all’intervento di Ernesto Vassallo, sottosegretario del Ministero degli Esteri e deputato del Partito Popolare.

Superato l’incidente del licenziamento, Ungaretti cercò di riprendere i contatti con Mussolini. Una delle prime occasioni gli fu offerta dalla nascita di un altro giornale fascista, il «Corriere Italiano»:

«Carissimo Mussolini,

con Odenigo, redattore capo del Corriere Italiano, siamo rimasti d’accordo a questo modo: farei per il Nuovo giornale un lavoro informativo di politica estera e mi sarebbe dato un piccolo compenso per integrare quello che ricevo dallo Stato. La cosa diverrebbe definitiva se approvata da S.E. Finzi. V’imploro: dite una parola in mio favore a S.E. Finzi. Ho dato tanto al mio paese: in sacrifizi, in altro modo: pochi cittadini hanno dato tanto. V’imploro».

Il poeta tornò alla carica anche per ottenere la prefazione di Mussolini al Porto Sepolto. A Soffici era bastato qualche mese per entrare in confidenza con Mussolini e fu proprio l’artista a convincere il Duce a scrivere la prefazione; ed anche a concedere l’udienza nella primavera del 1923. Ecco la testimonianza di Ettore Serra:

«…entriamo a palazzo Chigi, con Soffici ed Ungaretti. Soffici ha ottenuto una udienza per noi tre; Mussolini ci attende nella sala d’angolo (piazza Colonna – via del Corso), quella che ha il terrazzo con ringhiera in ferro battuto. È una bella mattina di sole; ma è tardi. Siamo nella galleria che serve da anticamera; molto affollata; scintillio e ticchettio di decorazioni, splendore di galloni aurei e d’argento; generali che discutono animatamente (mi par di vedere il generale Caviglia); inservienti che accorrono, mazzieri solenni, e brusìo come di mare mosso. Soffici tranquillissimo, padrone di sé; Ungaretti meno; io meno di lui. A un tratto appare sulla porta che immette nello studio di Mussolini, un alto personaggio vestito di nero il quale con una certa gravità annuncia (ricordo le parole precise): ‘Il Duce riceve i tre poeti, ogni altra udienza è rimandata a data da destinare’. Una volta tanto la poesia aveva la precedenza. La gente variopinta sfolla (evidentemente seccata) e noi siamo introdotti: Soffici capofila, Ungaretti e io. Vediamo laggiù in fondo, davanti ad un grande tavolo di noce, fra le finestre d’angolo, Mussolini, serio, ma accogliente. Io non avevo mai visto Mussolini così da vicino, né, tanto meno, gli avevo parlato, né scritto mai. Non nascondo che lo trovai magnifico e che la sua fronte enorme e i suoi occhi cupi, lampeggianti, mi impressionarono. Fu cordiale (confidenziale con Soffici); si compiacque con Ungaretti del quale dimostrò di conoscere e di apprezzare la poesia; incoraggiò l’editore (chiamandolo pure così) al quale testualmente disse, mentre annotava in una agenda: ‘fra quindici giorni avrete la prefazione al vostro libro’, e dopo quindici giorni, puntualmente, la ricevetti …» (E. Serra, Il tascapane di Ungaretti, Edizioni di Storia Letteraria, Roma 1983, p. 39).

L’agognata prefazione venne inserita nel libro, pubblicato nel giugno 1923. Moltissimo verrà detto e scritto su quelle poche righe vergate dal Duce; esse costituiranno per il poeta motivo d’orgoglio per un ventennio e – lo vedremo – causa di preoccupazione per il resto della sua esistenza:

«Io non saprei proprio dire in questo momento come Giuseppe Ungaretti sia entrato nel cerchio della mia vita. Deve essere stato durante la guerra o imminentemente dopo. Ricordo che fu per qualche tempo corrispondente del POPOLO D’ITALIA da Parigi. Non era un corrispondente politico e nemmeno un minuto raccoglitore delle cronache francesi: di quando in quando i suoi articoli affrontavano dei problemi che sembravano trascurati. Si trattava di anticipazioni o di indagini fatte da un nuovo punto di vista. Poi, a rivoluzione fascista compiuta, seppi per caso che egli era all’Ufficio stampa del ministero degli Esteri. Confesso che la cosa mi parve paradossale. Sulle prime: perché poi pensandoci mi accorsi che non sempre burocrazia e poesia, burocrazia e arte sono termini inconciliabili. Mi pare che Guy de Maupassant fosse un impiegato dell’amministrazione francese: ed uno dei poeti più interessanti della Francia contemporanea è nella carriera diplomatica. Ma dopo tanto tempo il burocrate non ha ucciso il Poeta: e lo dimostra questo libro di poesia. Il mio compito non è di recensirlo: coloro che leggeranno queste pagine si troveranno di fronte ad una testimonianza profonda della poesia fatta di sensibilità, di tormento, di ricerca, di passione e di mistero» (Archivio centrale dello Stato, Segreteria particolare del Duce, Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019).

Ungaretti, lo stiamo vedendo, non si fece scrupolo di chiedere favori a Mussolini. Il poeta nell’aprile del 1924 gli chiese di venir destinato a Parigi per dedicarsi con maggior serenità alla sua attività letteraria. Il poeta convinse il suo nuovo capo dell’Ufficio Stampa, che propose a Mussolini di inviare Ungaretti a Parigi fin dal giugno 1924, con uno stipendio mensile di duemila franchi, equivalenti a circa 2.500 lire di allora. Il Duce non accolse la generosa proposta di Arone, concedendogli, però, un «sussidio straordinario» di mille lire al mese.

È ancora Ardengo Soffici a raccontarci di un altro incontro a tre, avvenuto nell’estate del 1924, questa volta nell’ufficio del Duce a Palazzo Chigi; una sera sul tardi, Ungaretti, Soffici e Mussolini si fermarono a chiacchierare. Parlarono anche di Pietro Gobetti e delle azioni squadriste contro di lui. Soffici, secondo il suo stesso racconto, prese le parti del giovane antifascista. Il poeta, invece, «con una di quelle smorfie che gli sono abituali e con un risolino fuori di proposito: – Gobetti, ih! ih! – saltò su a dire – Ma Gobetti è un imbecille … – Niente affatto – disse però con forza Mussolini – Gobetti non è un imbecille: tutt’altro!» (Ardengo Soffici. Miei rapporti con Mussolini, a cura di G. Parlato, in «Storia Contemporanea», a. XXV, n. 5, ottobre 1994). Quella stessa estate (il 10 giugno 1924) venne ucciso Giacomo Matteotti; il poeta s’iscrisse al Partito Nazionale Fascista (Fascio di Roma, gruppo Savoia) nove giorni dopo il funerale del deputato socialista.

Ungaretti, nel corso della sua vita, fece spesso dediche a Mussolini: su propri libri di poesie; su articoli di giornale scritti da lui; su saggi che lo riguardavano da vicino. Ne abbiamo un primo esempio in occasione della nascita della figlia del poeta: due giorni dopo il lieto evento, sull’«Idea Nazionale» uscì un articolo di Ungaretti (Jacques Rivère è morto); il poeta vi scrisse sopra una dedica e lo fece recapitare a Mussolini, da un paio di giorni a letto seriamente ammalato nella sua casa in Via Rasella: «Il sedici mattina m’è nata una bambina. Guarite presto. La fedeltà del poeta vi porta fortuna. Sono il vostro Ungaretti». La dedica, conservata in Archivio centrale dello Stato, è impreziosita anche dal quel «sedici mattina», quando Ninon, invece, dovrebbe essere nata il 17 febbraio 1925.

Nel gennaio 1926 Ungaretti tornò a rivolgersi al Duce, questa volta in occasione della nascita dell’Accademia d’Italia (G. Turi, Sorvegliare e premiare, L’Accademia d’Italia, Viella, Roma 2016). Usò un doppio canale di comunicazione: il 3 gennaio scrisse a Mussolini, allegando il suo Curriculum Vitae e candidandosi ad una di quelle ambitissime (e ben retribuite) poltrone: «Tra i giovani poeti c’è il sottoscritto», da affiancare a D’Annunzio, «il primo»; alla fine del mese pubblicò un articolo sul «Mattino» (A proposito dell’Accademia) prontamente inviato a Mussolini con una dedica: «Per il Duce il fedelissimo Ungaretti». Il poeta, nel febbraio 1929, tornerà a chiedere una di quelle poltrone: «Mio Duce, redattore del Popolo d’Italia nel 1919, diciannovista, chiedo l’insigne onore di non essere dimenticato nella lista di quelli che furono fedeli fin dalla prima ora. La mia vita è sempre vostra, e ne farete, quando vorrete, ciò che vi parrà. Prego Iddio che benedica sempre la vostra opera. Sono il vostro milite» (Archivio centrale dello Stato, Segreteria particolare del Duce, Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze, 2019).

All’inizio del 1927, Ungaretti si rivolse nuovamente a Mussolini, questa volta per chiedergli l’autorizzazione, ed un contributo di 1.500 lire, per svolgere alcune conferenze di propaganda fascista in Belgio. Tenne le sue conferenze con grande scrupolo ad Anversa, Bruxelles, Gand e Liegi. Ovunque ripeté la conferenza su Les réalisations sociales et économiques de l’Italie contemporaine; ovunque esaltò la figura di Mussolini; ovunque attrasse su di sé l’interesse della stampa belga. Nell’intervista rilasciata a Robert Leurquin per il «Midi», il poeta spiegò:

«la verità è spiacevole da capire per alcuni, ma che volete! I fatti sono là, probanti. I demagoghi dicono sempre ai fascisti: voi avete ucciso Matteotti voi avete strangolato la libertà. Per loro questo è tutto il regime. Ora i fascisti hanno costruito, le loro opere sono visibili. È questo che io ho voluto mostrare nella mia conferenza» (R. Gennaro, La risposta inattesa, Franco Cesati, Firenze 2002, p. 36).

Rientrato in Italia, Ungaretti – nell’aprile 1926 – pubblicò un articolo sul «Mattino» in cui esaltava Mussolini, unico in Europa – a suo giudizio – ad aver operato il «miracolo» dell’unità morale della nazione. Un miracolo a cui ormai guardavano anche gli altri paesi europei prendendolo a modello, anche se la «prontezza di visione e di decisione» con cui operava il Duce era «inimitabile senza il suo genio» (F. Petrocchi, Scrittori italiani e fascismo, F. Petrocchi, Ungaretti e il fascismo, Archivio Guido Izzi, Roma 1997, pp. 182-190). Poi, i primi di maggio, trasmise a Mussolini una relazione sul viaggio in Belgio; vi allegò il testo delle sue conferenze politiche e i ritagli degli articoli apparsi sui giornali stranieri. Il Duce lesse con attenzione la relazione, sottolineandola qua e là ed evidenziandone lateralmente con delle vistose «M» i passi più interessanti:

«Credo di avere collaborato ad accrescere il numero fuori d’Italia di quelli che amano profondamente la vostra umanissima persona. E credo, senza falsa modestia, che un po’ del successo è stato merito del poeta che ovunque s’è visto circondato di rispetto e simpatia (…). E vorrei chiedervi, non a titolo di ricompensa, ma solo per permettermi di lavorare alla mia poesia – ch’è stata, e potrebbe esserlo molto di più, un po’ della gloria dell’Italia d’oggi – un po’ di serenità (…). Mi rivolgo dunque a Voi che sempre mi avete sostenuto e che tutto potete per me, per avere un impiego, una carica (quella di Console, per esempio. In Oriente potrei fare meglio di chiunque) che mi darebbe i mezzi di vivere con qualche serenità. Posso sperare che la domanda che Vi rivolgo oggi non sarà vana?» (relazione del 3 maggio 1926, Archivio storico del Ministero degli Esteri, ora in A. Vergelli, «Un uomo di prim’ordine». Giuseppe Ungaretti (documenti ed altra corrispondenza inedita), Bulzoni, Roma 1990, pp. 52-53).

Il mese seguente, sempre in un articolo apparso sul «Mattino», scriveva Ungaretti: «La macchina ha ringiovanito la razza bianca. Non è un paradosso, la razza più vecchia è oggi la razza più giovane. Un continente che in breve giro d’anni trovi due sovvertitori audaci e reggitori risoluti della potenza d’un Mussolini e d’un Lenin può non dubitare del suo domani» (Dall’estetica all’Apocalisse o I denti di Zimbo, «Il Mattino», 6-7 maggio 1926, ora in Saggi e Interventi, Mondadori, Milano 1974, p. 126). L’ammirazione di Ungaretti nei confronti di Mussolini, lo si è visto, andrebbe forse chiamata amore, il che spiega anche un pizzico di gelosia del poeta nei confronti di Margherita Sarfatti:

«Si parlava del libro della Sarfatti or ora uscito: Dux. Ed eccoti Ungaretti che solleva scandalo. “Ma che cosa ci vien cantando questa signora che i tempi del “Popolo d’Italia” erano tempi allegri! Erano tempi neri, tempi tragici. L’ilarità ce la procurava soltanto lei quando veniva a fare la sporcacciona, si stendeva nello stanzino di Mussolini e i redattori del giornale si mettevano a guardare da certi bucherellini…”» (Leonetta Cecchi Pieraccini, Agendine 1911-1929, Sellerio, Palermo 2015; la pagina del diario qui citata è del 18 giugno 1926, p. 305).

Nell’agosto del 1926 Ungaretti chiamò in causa Mussolini dalle pagine del «Mattino». Pochi giorni prima, nel giardino della villetta di Pirandello, s’era svolto il famoso duello all’arma bianca fra Ungaretti e Bontempelli; sfida nata sulla scia delle polemiche che accompagnarono la nascita di «‘900», la rivista letteraria scritta in francese, di cui Bontempelli era il principale fautore. Ungaretti, che s’opponeva con forza alla nascita di quella rivista, con un articolo sul «Mattino» cercò di tirare dalla sua parte Mussolini, che invece per tutta risposta convocò subito Bontempelli e approvò la nascita di «’900». I giornali ne diedero notizia ed Ungaretti, con grande disciplina, smise di polemizzare.

L’opposizione di Ungaretti alla nascita di «’900» nasceva dal desiderio del poeta di fondare lui una grande rivista letteraria in lingua francese. Fin dall’estate del 1925, infatti, Ungaretti aveva presentato a Mussolini il progetto di una rivista in francese sulle orme di «Commerce»; ma il Duce non gli aveva risposto, anzi aveva dato il via alla nascita di «’900». Poi, improvvisamente, verso i primi d’ottobre 1926, Ungaretti fu convocato da Amedeo Giannini, che gli disse che Mussolini voleva attuare il progetto di Ungaretti della rivista internazionale, che non sarà realizzato a causa del rifiuto del poeta di coinvolgere nell’iniziativa anche Ugo Ojetti:

«C’è stata la prima riunione per la Rivista. C’erano con me, Emilio Cecchi, Gargiulo, Pavolini e Giannini (…). Durante la discussione s’è saputo che anche Ojetti voleva fare una rivista e sarebbe stato disposto a intendersi con noi. Sono scattato. Ojetti faccia cento riviste se vuole, ma noi non siamo della gente brillante, della gente da salotto, ma dura, e amara, e che spera» (La rivista Commerce e Marguerite Caetani, Edizioni di storia e letteratura, Roma 2012, pp. 28-29).

S’è già detto che l’ammirazione di Ungaretti verso Mussolini sconfinava nell’amore: ne abbiamo un’altra testimonianza in una lettera molto delicata inviata dal poeta a Raimondi in occasione della morte della madre di Ungaretti avvenuta nel novembre 1926: «Ma la vita è fatta di separazioni crudeli. E per Mussolini sono forse uno dei pochi che darei senza esitare la vita. L’altro giorno mi è morta a Alessandria d’Egitto mia madre. Sono giorni che non riesco a prender sonno, tra strazi morali e difficoltà economiche» (Lettere a Giuseppe Raimondi (1918-1966), Pàtron, Bologna 2004, p. 91). Pochi mesi dopo, nell’aprile 1927, Ungaretti scrisse nuovamente a Mussolini. Questa volta gli inviò il saggio che Mario Puccini gli aveva dedicato: «…un poeta di situazioni intimiste ed universali, anche quando personalmente la sua azione di uomo si svolge polemica ed italiana, patriottica e locale. Fascista, mussoliniano, combattente politico …». Sulla terza pagina del saggio del suo amico, Ungaretti scrisse una lunga dedica per il Duce:

«Il soldato che, sfinito dalla guerra, entrava a far parte della famiglia del Popolo d’Italia, ancora in divisa, e che, con la stessa fede che l’aveva sostenuto durante la guerra, in mezzo a durissime difficoltà economiche, dava al vostro giornale il meglio di sé, negli anni della vigila; il soldato ch’è sempre stato al vostro fianco nelle ore gravi; ch’è stato e sarà sempre pronto a versare il suo sangue per voi; per il quale la vita è sempre stata ostilissima; costretto, per la stolta leggenda che i poeti non sanno adattarsi a opere pratiche, a lavori subalterni e umilianti; lavorando ogni giorno a cose inutili oltre quattordici ore pur non arrivando ad assicurare a sé e ai suoi cari le comodità indispensabili per una vita serena; in balia dell’oscuro domani, per sé e i suoi; che non ha mai chiesto l’affronto di canonicati, di provvigioni, di elemosine; che sa che non gli verrà mai resa giustizia. Con devozione illimitata. Ungaretti» (Archivio centrale dello Stato, Segreteria particolare del Duce, ora in F. Petrocchi, Ungaretti e il fascismo, Archivio Guido Izzi, Roma 1997, p. 194).

Un paio di mesi dopo, Ungaretti cercò di fissare un appuntamento con Mussolini: avrebbe voluto dirgli che – sulla «Nouvelle Revue Française» – sarebbe stato possibile far uscire un bell’articolo su di lui; Mussolini, però, non lo ricevette.

Restando in ambito internazionale, è da segnalare la vicenda della pubblicazione di un libro di Gaetano Salvemini. Fin dal gennaio 1926 iniziò a circolare la voce che Salvemini, da Londra, stesse scrivendo un libro contro il fascismo. La voce arrivò anche all’orecchio del poeta, che già a febbraio suggerì a Mussolini di contrastare la pubblicazione del libro. Poi, di ritorno dal Belgio, tornò sula questione del libro nella sua relazione al Duce: «In quanto al Libro di Salvemini ho saputo che dovrebbe essere, se non rinunzierà a scriverlo, una dimostrazione di carattere economico dell’opera, a lungo andare, secondo lui, negativa, del Fascismo. Sarò il primo ad avere le bozze del libro, qualora lo scrivesse, e m’affretterò a trasmettervele». The fascist dictatorhip in Italy uscì nel 1927 negli USA; l’anno successivo fu pubblicata anche l’edizione londinese. Nell’autunno del 1928, Ungaretti ebbe modo di sfogliare l’edizione londinese del libro di Salvemini, decidendo di tornare alla carica per impedire, questa volta, l’uscita dell’edizione francese. Scrisse subito una lettera a Capasso Torre:

«Forse andando a Parigi, come Le dissi, potrei impedirne l’uscita. Naturalmente vi andrei a titolo personale, come Ungaretti, come il poeta che in Francia (…) e anche in Italia dai migliori è considerato come uno dei quattro o cinque d’oggi, di prim’ordine; e come amico e come uomo nella probità morale del quale si ha assoluta fiducia. Credo sia utile che anche l’on. Ferretti ed il nostro Duce abbiano sott’occhio tutti gli elementi della quistione. E perciò mi permetto di rivolgerLe questa mia, colla preghiera di darne comunicazione all’on. Ferretti, e per suo mezzo, al Duce» (lettera del 20 [o 22] ottobre 1928, Archivio storico del Ministro Esteri, ora in A. Vergelli, «Un uomo di prim’ordine». Giuseppe Ungaretti (documenti ed altra corrispondenza inedita), Bulzoni, Roma 1990, pp. 54-56 e 77).

Ferretti, nuovo capo dell’Ufficio Stampa, preparò un pro-memoria per Mussolini, consigliandogli d’affidare al poeta la delicata missione e di fargli avere, «come l’Ungaretti stesso suggerisce, mille Lire Italiane o poco più». Mussolini non accolse la proposta, e – nel 1930 – il libro di Salvemini sarà pubblicato anche in Francia, col titolo Le terreur fasciste.

L’ammirazione di Ungaretti per Mussolini emerge anche da una vicenda famigliare. Il secondo figlio del poeta, nato il 9 febbraio 1930, fu registrato all’anagrafe di Marino con i nomi di Antonio, Benito e Fernando; il secondo nome, evidentemente, dato in onore di Benito Mussolini. Anche al momento del battesimo Ungaretti indicò i nomi di Antonio, Benito e Fernando, ma il parroco pretese che Benito venisse mutato in Benedetto. Il poeta, in seguito, annunciando agli amici italiani la nascita del figlio, preferì in genere presentarlo come Antonio Benito, senza virgola; a Paulhan, invece, annunciò la nascita di Antonio; nelle lettere inviate ai gerarchi, infine, preferirà chiamarlo Benito.

Nel 1931 si registrò un altro intervento di Mussolini in favore di Ungaretti, il quale – licenziato dal Ministero degli Esteri per scarso rendimento – cercava d’ottenere una buona liquidazione.  Il poeta aveva iniziato una vertenza per ottenere la liquidazione, e stabilirne l’ammontare. All’inizio gli fu comunicato che non gli sarebbe spettata alcuna liquidazione, poi si cercò di convincere il ministro degli Esteri Dino Grandi ad autorizzargli una liquidazione di 10 mila lire; ma il ministro fu irremovibile. Alla fine sarà proprio Mussolini ad autorizzare il versamento di quella cifra, anche sulla base delle condizioni economiche del poeta, aggravate dal fatto che doveva mantenere la «numerosa famiglia».

L’anno successivo il poeta partecipò al premio Gondoliere con LAllegria; il premio fu assegnato ad Ungaretti fra molte polemiche e col sospetto – alimentato anche da Montale e Quasimodo – che fin dall’inizio era stato deciso da Mussolini che il Gondoliere andava dato ad Ungaretti (E. Montale, Giorni di libeccio, Archinto, Milano 2002, p. 89  e  S. Quasimodo, Carteggi con Angelo Barile, Adriano Grande, Angiolo Silvio Novaro (1930-1941), Archinto, Milano 1999, p. 101). Quello stesso anno (1932) usci l’edizione argentina dell’Allegria, dedicata dal poeta a Mussolini:

«A Benito Mussolini con el fervido auspicio de que la nueva Italia en su pensamiento en su poesia en su arte en su fe en su ansiedad de vivir gloriosamente sea mas intimamente comprendida entre los pueblos de la America Latina hijtos de la comun madre Roma».

Il famoso giornalista Giovanni Ansaldo, in una pagina del suo diario (ottobre 1932), ha osservato quale fosse l’atteggiamento del poeta verso il Duce: «si entusiasma per Mussolini («è un uomo bellissimo»), ma se gli parli dei condannati politici, domanda dove sono, ci si appassiona, si sente che in quel momento, parteggia vivamente per loro (…). Quanto alla politica, Ungaretti non sa neppure lui cosa pensi; ammira Mussolini ma poi, in fondo, è sempre uno sbandato, un vagabondo lucchese, la sua indipendenza e la sua strafottenza si fanno risentire in tutti i suoi giudizi» (G. Ansaldo, Il Giornalista di Ciano, Diari 1932-1943, Il Mulino, Bologna 2000, pp. 20-21).

L’ammirazione (la venerazione) per il Duce raggiunse forse la sua vetta in un articolo del poeta apparso sull’«Italia Letteraria» nel gennaio 1933, in occasione della scomparsa di Arnaldo Mussolini: «C’è un Uomo ch’io venero fra i vivi, la cui presenza non si stacca mai dalla mia mente nelle mie giornate, e nel silenzio delle mie lunghe veglie. Lo vedo lontano, solo, che riedifica la grandezza di un popolo. Sento la forza tremenda che gli ci vuole, e sento questa forza che passa in ciascuno di noi e ci trasforma» (Vita di Arnaldo, «L’Italia Letteraria», 1° gennaio 1933, Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019).

Nell’aprile 1933, questa volta sulla «Gazzetta del Popolo», Ungaretti tornò a parlare di Mussolini, del quale si dichiarava «seguace fedele», indicandolo come colui che «segnala la strada maestra al mondo con chiara veggenza» (Annunziatori di Pasqua, «Gazzetta del popolo» il 16 aprile 1933, ora in Saggi e Interventi, Mondadori, 1974, pp. 280-285 e Viaggi e Lezioni, Mondadori, 2000, p. 1288). In quegli stessi giorni, la signora Serpieri – moglie di Gioacchino Volpe, all’epoca segretario generale dell’Accademia d’Italia – scrisse un paio di volte al Duce chiedendogli un sostegno finanziario per il poeta; in fondo alla lettera della Serpieri, Mussolini annotò a matita: «Cominci a dargli una parte dell’indennità di suo marito!!! M» (Archivio centrale dello Stato, Segreteria particolare del Duce).

Come stiamo vedendo, è da molti anni che la corrispondenza fra il poeta e il Duce è a senso unico; rimangono inascoltate le richieste di udienza avanzate da Ungaretti, ed anche le altre sue richieste. Il dialogo di Ungaretti con Mussolini avviene a volte tramite i giornali, altre volte attraverso intermediari occasionali. Così fu anche quando, nella primavera del 1934, Ungaretti cercò di farsi nominare professore universitario. In quella occasione si rivolse al Partito Fascista che compilò un pro-memoria per Mussolini:

«Giuseppe Ungaretti vecchio camerata della Rivoluzione e combattente della Grande Guerra, oltre che il maggiore, senza dubbio, dei poeti militanti, si trova in disagiate condizioni economiche, pur avendo moglie e figli a suo carico. Sarebbe bello provvedere ad una modesta sistemazione nell’insegnamento. Egli vi entrerebbe con gioia e porterebbe nella scuola ardore di giovinezza, sicurezza di gusto, umanità di dottrina. Occorrerebbe che S.E. il Ministro dell’Educazione Nazionale gli ottenesse o un incarico di letteratura francese, di cui l’Ungaretti è competentissimo, in un Istituto Superiore, o l’insegnamento letterario in un’Accademia di Belle Arti, provvedendo d’autorità» (l’appunto è riprodotto in Ungaretti – De Robertis, Carteggio (1931-1962), Il Saggiatore, Milano 1984, pp. 11-12).

Mussolini non accolse neppure quest’ultima richiesta del poeta. A differenza di quanto avvenne, appena qualche mese dopo, quando Ungaretti chiese di essere inserito nella lista degli intellettuali sovvenzionati dal regime. In questo caso, dopo il parere favorevole del ministro della Cultura Popolare e del Capo della Polizia, Mussolini autorizzò una sovvenzione di 1.500 lire mensili che il poeta percepì dal settembre 1934 fino al novembre 1943, quando divenne Accademico d’Italia (G. Sedita, Gli intellettuali di Mussolini. La cultura finanziata dal fascismo, Le Lettere, Firenze 2010). E stato osservato «che le sovvenzioni fisse, a differenza di quelle occasionali, erano concesse solo in cambio di attività a favore del regime, che nel caso specifico riguardava la propaganda degli ideali fascisti» (P. Guida, Ungaretti privato. Pensa multimedia, Rovato-Lecce 2014).

Nel settembre 1936, insieme a Filippo Tommaso Marinetti e Mario Puccini, Ungaretti partecipò al Congresso del Pen Club Internazionale che si svolse a Buenos Aires; fu un congresso vivacissimo durante il quale i francesi attaccarono duramente i delegati italiani a causa della recente occupazione dell’Etiopia da parte dell’Italia. Ungaretti fu attivissimo durante quelle turbolente giornate argentine, e, rientrato in Italia, inviò una relazione al Ministero della Cultura Popolare, ma non a Mussolini. Curiosamente, proprio per quell’occasione, Ungaretti fu ricevuto da Mussolini a Palazzo Venezia, anche se solo il 21 dicembre 1936: Ungaretti e Puccini fecero una lunga anticamera; vennero ricevuti alle 18.27; alle 18.35 erano già fuori dalla Sala del Mappamondo, la stanza del Duce (Archivio centrale dello Stato, Segreteria particolare del Duce, Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019).

Insomma, ancora una volta, Ungaretti venne trattato con una certa sufficienza da parte di Mussolini. Eppure il poeta continuerà con l’atteggiamento di sempre. Nel novembre 1937, rientrato in Italia dal Brasile (dove insegnava) per una vacanza, scrisse subito un biglietto a Mussolini: «Al Suo Duce/dopo venti anni di fedeltà/colla stessa fedeltà della prima ora/Giuseppe Ungaretti». Nell’aprile 1938, commemorando a San Paolo del Brasile il trigesimo della scomparsa di Gabriele D’Annunzio, disse: «Poi il timone della patria è afferrato dalle mani di Mussolini. In Italia ormai c’è di nuovo un Duce. Poi, contro tutte le graziose intenzioni, con una gigantesca impresa militare, condotta in modo fulmineo, l’Impero di Roma finalmente risorge. E oggi è vivo, vittorioso e glorioso, come lo vedeva con i suoi occhi mortali, Virgilio» (Vita d’un uomo. Viaggi e Lezioni, Mondadori, Milano, 2000, pp. 1448-1454).

Terminato il suo primo anno accademico all’Università di San Paolo del Brasile, Ungaretti fece giungere a Mussolini il suo desiderio di rientrare in Italia come professore universitario. Il poeta tornò presto a scrivere al Capo del Governo a causa di un’incidente. Nel febbraio 1939 – al termine della vacanza annuale trascorsa in Italia – fu accusato d’aver pronunciato qualche parola di troppo, e gli venne tolta la tessera del Partito Fascista: il poeta protestò con vemenza, fece presente la sua vecchia amicizia col Duce, e alla fine scrisse una lettera a Mussolini, fattagli pervenire per il tramite del segretario particolare Sebastiani (su Sebastiani G. Melis, La macchina imperfetta, Il Mulino, Bologna 2018). In quella circostanza Mussolini lesse la lettera di Ungaretti e la trasmise al ministro della Cultura Popolare (Archivio centrale dello Stato, Segreteria particolare del Duce).

Ungaretti desiderava rientrare definitivamente in Italia dal Brasile, ma lo scoppio della Seconda guerra mondiale rendeva ancor più difficile la realizzazione di quel desiderio. Il poeta era consapevole che l’unico in grado di aiutarlo era Mussolini, al quale però non osava scrivere direttamente. Nel dicembre 1940, allora, scrisse a Bottai e Volpicelli:

«Carissimi, non ho mai avuto tanta fede nel Duce, nel Fascismo e nell’Italia quanta in questo momento. Sono un uomo vecchio, e non più buono ormai a gran cosa; ma potrei forse ancora fare un po’ di bene. Se il Duce giudica che il mio ritorno possa essere di qualche utilità per la propaganda fra le truppe in prima linea, o in qualche modo, vorrei tornare. Vi prego di far giungere al Duce questo mio desiderio» (lettera dell’11 dicembre 1940, in Archivio centrale dello Stato, Segreteria particolare del Duce).

Bottai trasmise a Mussolini la lettera del poeta che, nel febbraio 1941, trovò il coraggio di scrivere direttamente al Duce. La lettera, sicuramente giunta a Mussolini, è andata perduta (Archivio centrale dello Stato, Segreteria particolare del Duce). Non conosciamo il contenuto della lettera di Ungaretti spedita a Mussolini; tuttavia sappiamo che nei mesi seguenti sarà il Duce ad ordinare al ministro delle Finanze di trovare i soldi per istituire la cattedra per Ungaretti, inoltre sarà ancora Mussolini, nell’ottobre 1942, ad autorizzare il ministro Bottai alla nomina di Ungaretti all’Università di Roma.

L’ultima volta che Ungaretti scrisse a Mussolini fu, il 5 dicembre 1942, per ringraziarlo per la nomina ad Accademico d’Italia: «Mio Duce, Vi ringrazio. Avete premiato la mia costante fede in Voi. Ho riudito l’altro giorno, da lontano, fra i camerati che Vi ascoltavano in Piazza Colonna, la Vostra voce, la voce della Patria, ed è stata una delle commozioni più profonde della mia vita. Il vostro devoto Giuseppe Ungaretti» (Archivio centrale dello Stato, Segreteria particolare del Duce,Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze, 2019).

In seguito il poeta non scrisse più a Mussolini, anche se avrà qualche occasione di scrivere su di lui. Accadde già nel corso del processo d’epurazione subito da Ungaretti nell’immediato secondo dopoguerra. Nel memoriale difensivo del gennaio 1945 Ungaretti scriveva: «… La poesia “Popolo” fu scritta nel 1914-15 in occasione della campagna per l’intervento in guerra dell’Italia a fianco degli Alleati e fu allora dedicata a Mussolini. È un seguito di immagini che mostrano l’Italia nell’atto di sciogliersi dal dubbio e di muoversi ad affermare i suoi destini. Preparando la stesura definitiva dell’Allegria di Naufragi per l’edizione Preda 1931, ho premesso al libro una nota dove vi è difatti una frase che esprime ammirazione per Mussolini (…). La prefazione di Mussolini a Porto Sepolto è uno scritto apparso su richiesta dell’editore nel 1923 e solamente a capo d’un’edizione in numero limitati di esemplari» (Archivio centrale dello Stato, Segreteria particolare del Duce, Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze, 2019).

Tantissimi anni dopo, nel maggio 1969, mentre si trovava ad Harvard, Ungaretti dovette tornare ad occuparsi della prefazione di Mussolini. Ricevette una lettera di Piccioni, che curava da tempo la raccolta di tutte le poesie ungarettiane, in uscita a settembre per Mondadori. L’amico aveva un problema con la prefazione di Mussolini al Porto sepolto del 1923, e non sapeva come uscirne fuori. Scriveva Piccioni: «spero comunque che Lei non si inquieti con me se tocco questo argomento», proponendo ad Ungaretti di «fare un brevissimo riferimento» alla prefazione di Mussolini, aggiungendo alla nota sul «Porto Sepolto» qualche notizia su quel libro e sul rapporto fra il poeta e il Duce. Ungaretti pensò che l’amico avesse ragione e gli rispose di getto:

«Perché dovrei nascondere qualche cosa della mia vita? È pura come un cristallo, coraggiosa come quella di un leone. Dunque si faccia la nota sulla prefazione di quell’orribile Porto Sepolto curata, a quei tempi – non più come in quelli del primo Porto – in modo perfettamente cretino, illustrazioni, carta e prefazione. «Ho conosciuto Mussolini ai tempi che era ancora Direttore dell’“Avanti” e collaborava alla “Voce”. Non so perché, ma gli ero apparso, e anche dopo, come un mito del disinteresse, della credulità, se si vuole, o d’una sincerità negli slanci dell’animo senza mai calcoli, in nessun senso. In seguito, ai tempi del Fascismo, non mi iscrissi a quel Partito, non ne conobbi i gerarchi, nemmeno uno (…). Quello che ho fatto, per quella specie d’incanto che una volta avevo prodotto su Mussolini e in lui permaneva, fu di ottenere che fosse liberato dal confino uno dei miei più vecchi amici, il comunista Gigi Salvatori (…). Durante il Fascismo fui arrestato moltissime volte perché usavo gridare a quell’epoca, in luoghi pubblici, caffè o strade, che tutto quello che si faceva in Italia era pessimo. Poi ero subito liberato. Mussolini è stato, l’ho già detto, sempre debole verso di me, qualsiasi atteggiamento osassi assumere. Durante l’occupazione, ospitai Ebrei in casa mia. In quel periodo quando incontravo militari nazi non riuscivo dal trattenermi di gridare “assassini” (…). Basta! Questa nota, che correggerò sulle nuove bozze, venga integralmente pubblicata» (L’Allegria è il mio elemento. Trecento lettere con Leone Piccioni, Mondadori, Milano 2013, pp. 343-344).

Tornato a Roma, però, Ungaretti cambiò idea, decidendo che il volume mondadoriano avrebbe ospitato la prefazione di Mussolini ma non la nota al Porto sepolto. Il libro, uscito nel settembre 1969, accolse il seguente avviso: «All’Edizione pubblicata a Milano da Giulio Preda nel 1931, a quella romana di Novissima del 1936, e a tutte le successive edizioni Mondadori, dello Specchio, l’Autore premetteva la seguente nota:

Le poesie qui raccolte furono scritte tra il 1914 e il 1919. Le più vecchie furono pubblicate per la prima volta su «Lacerba». Il Porto Sepolto fu raccolto per la prima volta in volume a cura di Ettore Serra e stampato a Udine in 80 esemplari nel 1916. Nel 1919 presso Vallecchi, il libretto uscì come parte del volume che aveva per titolo e conteneva l’Allegria di Naufragi. Il Porto Sepolto, insieme ad altre poesie scritte prima e dopo fu nuovamente a cura di Ettore Serra, ristampato alla Spezia nel 1923…» (Vita d’un poeta. Tutte le Poesie, Mondadori, Milano, 1969).

In realtà le edizioni d’epoca fascista erano corredate da una nota dell’autore – in cui si precisava che la ristampa del 1923 era uscita con prefazione di Mussolini, al quale era dedicata la poesia Popolo che terminava così:

«…E l’autore è lieto e fiero, dopo tanti anni, di vedere che in un punto il suo animo non muta né potrà mutare. Suggerita nel 1915 dall’Uomo che s’affacciava allora per la prima volta al suo cuore, intitolata a Lui nell’edizione del 1919 e nella presente, Popolo, pure essendo cosa futilissima davanti alla grandezza di fatiche che rinnovano l’Italia, è per il poeta l’immagine della fedeltà e per questo fra tutte le poesie, la più cara» (Vita d’un poeta. Tutte le Poesie, Mondadori, Milano 2009).

Pochi mesi dopo lo scambio di lettere con Piccioni a proposito della prefazione di Mussolini, il poeta ebbe un lungo colloquio sul ’68 con alcuni studenti universitari. Ad un certo punto, uno studente, Carlo, gli chiese: «Quando lei era professore, chi c’era al governo? Era il 1942, no?». Disarmante la risposta di Ungaretti: «C’era … non so chi c’era al governo …» (I giovani e la violenza, «Playmen», dicembre 1969). Eppure, in una lettera degli anni Sessanta all’amico Jean Paulhan, scriveva Ungaretti: «Ah Mussolini. Certamente l’ho amato tanto …» (Correspondance Jean Paulhan – Giuseppe Ungaretti (1921-1968), Gallimard, Paris 1989, p. 550 e Saggi e Interventi, Mondadori, Milano 1974, p. 911).

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