G. Ungaretti (1888-1970)

Alessandria d’Egitto (1888-1912)
Parigi (1912-1914)
Fronti italiano e francese (1915-1918)
Italia (1914-1915)
Ancora Parigi (1918-1921)
Roma (1921-1926)
Marino laziale (1927-1934)
Ancora Roma (1934-1937)
San Paolo del Brasile (1937-1942)
Roma, Piazza Remuria (1942-1960)
Roma, Via Sierra Nevada (1960-1970)

Alessandria d’Egitto (1888-1912)

Antonio Ungaretti, il padre del poeta, verso il 1870 partì da San Concordio per trasferirsi in Egitto. Lavorò all’ampliamento del Canale di Suez per qualche anno prima di spostarsi ad Alessandria d’Egitto, nel quartiere di Moharrem Bey dove aprì un panificio. Antonio nel 1878 fu raggiunto dalla fidanzata Maria Lunardini, una ragazza semplice e generosa. La coppia si sposò e già nel 1880 nacque Costantino, il fratello maggiore del poeta.

Quando Giuseppe venne alla luce, otto anni dopo, l’Egitto era ormai un protettorato inglese, e gli Ungaretti gestivano un fiorente panificio che offriva lavoro ad una decina di operai egiziani. Il poeta nacque l’8 febbraio 1888 in una casa di rue Menasce, una casa di legno col tetto di tegole; davanti all’abitazione c’era una corte in cui razzolavano le galline, un locale per i maiali, l’orto e l’ombra di un paio d’alberi di fico fatti venire da Antonio appositamente dall’Italia; una casa modesta, ma non una «baracca» come in seguito la definirà il poeta. Fu registrato all’anagrafe il 10 febbraio coi nomi di Giuseppe, Giovanni e Antonio; e in quel giorno festeggerà sempre il suo compleanno.

Quando non aveva ancora compiuto due anni perse prematuramente il padre, il quale – diversamente da quanto finora ritenuto – non morì per un infortunio (o per una grave malattia) subìto nel periodo in cui aveva lavorato al Canale di Suez.

Dopo la morte del marito, Maria si fece carico della gestione del forno, con la conseguenza di non riuscire a star dietro ai figli come avrebbe voluto, vedendosi costretta ad iscrivere Costantino in un collegio. In quello stesso periodo Maria accolse in casa Anna che l’aiutò nelle faccende domestiche, occupandosi per molti anni anche del piccolo Giuseppe; Anna rimase in casa Ungaretti fino alla sua morte, avvenuta quando Giuseppe aveva ormai una ventina d’anni. Il poeta, ormai ottantenne, avrebbe ricordato l’importanza di quella donna nella sua formazione: era stata lei – croata dalla pelle chiara che fin da bambina aveva vissuto nell’harem di Muhammad Alì Pascià – a deliziarlo con racconti favolosi, ad insegnargli ad indovinare lo stupore proveniente dai sogni.

Maria si rivolgeva al figlio non solo col nome di battesimo: a volte lo chiamava scaanidio, che nel dialetto lucchese significava l’uccellino più piccolo del nido; altre volte lo chiamava Lucifero, oppure Buccio. Intorno ai sei anni Ungaretti fece amicizia con un bambino francese suo vicino di casa: Alcide Barrière, il quale – come racconterà il poeta tanti anni dopo – rappresentò forse il più forte affetto di tutta la sua vita.

Ad otto anni vide piangere la mamma per la prima volta, e sarebbe stata anche l’ultima: era accaduto che il 1° marzo 1896 l’Esercito italiano era stato duramente sconfitto ad Adua, in Etiopia. Poi, nel settembre di quello stesso anno, Giuseppe fu iscritto in una scuola elementare di Alessandria, forse francese, dove nel giugno 1898 fu ammesso alla terza elementare. A quel punto, però, come già avvenuto per Costantino, la mamma lo mandò in un collegio, l’Istituto «Don Bosco» di Alessandria d’Egitto che aveva aperto i battenti l’anno precedente. In quel collegio Ungaretti frequentò la terza, quarta e quinta elementare. Nel 1901 conseguì la licenza elementare, rimanendo altri due anni nel collegio salesiano per frequentare la scuola per arti e mestieri, ottenendo il diploma professionale nel maggio 1903. Durante gli anni trascorsi alla «Don Bosco», Giuseppe ebbe come insegnante un giovane salesiano: don Salvatore Puddu il quale svolse un ruolo importante (e finora rimasto un po’ in ombra) nella formazione di Ungaretti, proponendogli i romanzi di Emilio Salgari, suggerendogli di tenere un diario, facendogli amare la poesia di Leopardi e incoraggiandolo a scrivere poesie.

Terminata l’esperienza del collegio e rientrato a casa, il quindicenne Ungaretti si iscrisse alla Ecole Suisse Jacot, una scuola svizzera dove si parlava in francese; scelse l’indirizzo linguistico-commerciale per conseguire il diploma di ragioniere. Furono anni importanti per la sua formazione: grazie ad alcuni insegnanti della «Jacot» s’avvicinò alla letteratura europea, a Mallarmé, Charles Baudelaire, Friedrich Nietzsche e Edgar Allan Poe. In quel periodo divenne amico inseparabile di Mohammed Shehab, un suo compagno curdo-libanese della scuola svizzera; ed ebbe le prime esperienze amorose.

Dunque Ungaretti – diversamente da quanto finora ritenuto, e da quanto ripetutamente affermato dallo stesso poeta – non svolse studi classici. Nell’estate del 1906 conseguì il diploma di ragioniere mettendosi alla ricerca d’un lavoro, trovandolo subito in una delle più importanti società di import-export di Alessandria, la “Enrico Lanzetta e Co.”. Nel suo ufficio di viale Trieste, Ungaretti copiava la corrispondenza commerciale in lingua francese. Svolgerà quel lavoro per tre anni, fino all’autunno del 1909, ma comprese subito che non era quella la professione che desiderava svolgere nella vita. Era inquieto ed insofferente; la sera dopo il lavoro s’incontrava col fratello Costantino, Shehab, Enrico Pea ed altri amici. In questo periodo, Ungaretti attratto dalle teorie anarchiche di Max Stirner conobbe anche Mustafà Kamil Pascià, il patriota in lotta per la liberazione dell’Egitto dagli inglesi, collaborando saltuariamente ad «Al-Liwa», il giornale del Partito nazionalista fondato dall’uomo politico. Dopo la morte prematura di Kamil (1908), Ungaretti continuò ad occuparsi di politica, si iscrisse al Partito Socialista, frequentò insieme a Costantino e a Shehab il gruppo anarchico di Alessandria. Per un periodo frequentò anche gli ambienti massonici alessandrini, in particolare la loggia diretta da Umberto Bambini, scrivendo inoltre per «L’unione della democrazia», un settimanale fondato da Ugo Farfara.

L’altro importante amico di quegli anni fu Enrico Pea, il quale aveva fatto costruire un edificio (la Baracca rossa) per svolgervi le sue attività commerciali, e aveva destinato uno stanzone di quei locali per conferenze e riunioni politiche. Ungaretti e Pea si incontrarono alla Baracca rossa, il «luogo di ritrovo per la gente scomunicata e sovversiva che da tutte le parti del mondo ivi si dava convegno con i propositi ribelli alla società e a Dio», come scriverà lo stesso Pea. Quando i due si conobbero, Pea – ancora semianalfabeta – stava allora scrivendo le prime poesie e prose, incoraggiato dal poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi e da altri intellettuali della Versilia –  Luigi Campolonghi, Luigi Salvatori, il pittore Lorenzo Viani (del quale divenne amico) e Alceste De Ambris –  incontrati di recente durante un viaggio d’affari in Italia. Pea fece conoscere quegli scrittori ad Ungaretti e quest’ultimo gli offrì aiuto correggendo l’ortografia e la punteggiatura delle opere che l’amico andava scrivendo in quel periodo, aiutandolo anche a pubblicare una sua poesia sull’«Unione della democrazia», di cui Ungaretti era segretario di redazione. La poesia di Pea uscì con un errore tipografico, e ciò suscitò in Ungaretti una tale ira da fargli lanciare per aria il tavolo di marmo sul quale era poggiato il giornale, rischiando di colpire l’amico sulla testa. Lo stesso Pea ha raccontato che, sempre in quel periodo, dovette togliergli la rivoltella dalla mano per impedirgli d’uccidere un nemico. Ecco, dunque, le prime testimonianze del suo carattere impulsivo e furioso.

Era anche ingenuo. Maria aveva venduto il panificio dividendo il ricavato in tre parti, una per sé, una per Costantino e una per il figlio minore. Ma Giuseppe s’avventurò in affari maldestri che lo portarono a dilapidare nel giro di qualche mese tutti i soldi ricevuti dalla madre, sottrattigli da un tale che gli aveva promesso grandi profitti provenienti da una «fabbrica della luce» capace di produrre energia a bassi costi. A conferma dell’ingenuità di Ungaretti, una volta gli venne raccontato, e lui ci credette, d’un aeroplano di marmo partito dall’Italia ed atterrato in Egitto dopo aver sorvolato il Mediterraneo!

Ungaretti lavorò tre anni come ragioniere per i Lanzetta ad Alessandria, poi – nell’autunno del 1909 – si trasferì al Cairo lavorando, ancora come impiegato, nella ditta di Giuseppe Minafra. Tentò anche di creare una società per la vendita di marmi italiani, coinvolgendo nell’affare sia Pea che Minafra, ma già nel gennaio 1910 rinunciò all’impresa commerciale rientrando ad Alessandria e andando ad abitare in casa di Costantino, dove nel frattempo s’era trasferita anche la madre. Iniziò a dedicarsi esclusivamente all’attività letteraria ed artistica: pubblicò le sue prime prose sul «Messaggero egiziano» esordendo con una novelletta autobiografica intitolata Halil e un racconto bizzarro, Titina a Fiifina; partecipò alle conferenze letterarie che si svolgevano ad Alessandria e, ben presto, venne invitato a tenere qualche lezione; tra aprile e maggio svolse due conferenze, entrambe in un contesto massonico-esoterico, soffermandosi su Nietzsche, San Francesco d’Assisi, Goethe, Schopenhauer, Leopardi, Wagner e Gesù Cristo. S’occupò anche di pittura allestendo nell’estate del 1910 una mostra dei dipinti di Lorenzo Viani, il pittore toscano amico di Pea; s’abbono alla «Voce», la rivista diretta da Giuseppe Prezzolini col quale entrò il rapporto epistolare.

In quel periodo, autunno 1910, Ungaretti conobbe Henri e Jean-Léon Thuile, entrambi geometri nel Porto di Alessandria: Henri scriveva poesie e collaborava al «Mercure de France»: Jean-Léon, invece, scriveva romanzi. La loro casa affacciata sul mare ospitava una splendida biblioteca creata dal padre dei Thuile, un ingegnere-bibliofilo amico di scrittori e pittori francesi. La biblioteca accoglieva opere di Mallarmè, Paul Verlaine, Victor Hugo, Honoré de Balzac, Leconte de Lisle e di altri grandi autori dell’Ottocento; ed era stata recentemente incrementata con opere di Charles Péguy, André Gide, Paul Claudel e Paul Valéry. I fratelli Thuile – con i loro libri, gli abbonamenti alle riviste letterarie, i contatti con molti intellettuali francesi, fra cui Elémir Bourges – costituivano, per chi avesse ambizioni letterarie, il tramite ideale per l’Europa, specie per Parigi. Henri, anche grazie alle sue poesie, spesso accolte sulle pagine del «Mercure de France», era quasi un mito in quegli ambienti alessandrini. La casa dei Thuile ospitava spesso riunioni letterarie alle quali partecipò anche Ungaretti che, soprattutto nell’ultimo periodo trascorso in Egitto, utilizzò quella biblioteca.

Jean-Léon Thuile, proprio negli anni in cui Ungaretti frequentò la sua casa, scrisse alcuni romanzi dalle trame decisamente inquietanti, opere – forse – non solo frutto della fantasia dell’autore, collegate a oscure storie reali. Nel giugno 1911, Ungaretti recensì sul «Messaggero egiziano» il primo di quei romanzi (Le trio des damnés), stroncandolo e fingendo di non conoscere l’«ambiente morboso» che faceva da sfondo al romanzo e che lo stesso Ungaretti, in precedenza, aveva aspramente criticato in un altro articolo apparso sul «Messaggero Egiziano» nel gennaio 1910. In realtà Ungaretti conosceva bene quegli ambienti. Ne è la prova (quasi una confessione inconscia) il fatto che nell’articolo del giugno 1911 indicò il nome e cognome del protagonista del libro, Georges Dumani, nonostante quel cognome non venisse mai scritto nel corso del romanzo.

Alla fine dell’estate del 1912 Ungaretti lasciò Alessandria per recarsi a Parigi. Contrariamente a quanto finora ritenuto il poeta non s’allontanò dall’Egitto a causa di alcuni creditori che lo incalzavano; sembra che quella partenza fu favorita dalla scoperta da parte di Costantino di una relazione sentimentale fra il poeta e la cognata Amy Griffin.


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Parigi (1912-1914)

Ungaretti, proveniente dall’Egitto, sbarcò a Brindisi e da lì proseguì per Firenze, dove conobbe di persona Prezzolini. Il direttore della «Voce» fu gentile con lui, presentandogli anche qualche collaboratore della «Voce», come Piero Jahier e Louis Chadourne; inoltre consegnò all’aspirante poeta due lettere di presentazione – una per Péguy, l’altra per Salvatore Piroddi – utili per introdurlo negli ambienti intellettuali parigini. Ungaretti, infine, su consiglio di Prezzolini, si recò a Roma per una rapida visita a qualche catacomba, mentre – stranamente – durante quel primo soggiorno in Italia non si recò a Lucca per conoscere i suoi parenti.

Giunto alla stazione ferroviaria di Parigi negli ultimi giorni del settembre 1912, fu indirizzato all’Hotel des Carmes, vicinissimo alla Sorbona. Con le lettere di presentazione di Prezzolini, si recò da Péguy, che lo accolse benevolmente, invitandolo a tornare a trovarlo; andò poi da Piroddi, che gli presentò Jean Royére, il direttore di «Phalange», e gli altri redattori della rivista. Grazie ai fratelli Thuile, Ungaretti entrò in contatto anche con Paul Fort, direttore di «Vers et Prose», col poeta Alexandre Mercereau e con Louise Ricou, una scultrice legata anche al “giro” di Apolinnaire. Ungaretti, già pochi mesi dopo il suo arrivo a Parigi s’era integrato nel giro degli artisti: il 24 dicembre 1912, ad esempio, insieme ai nuovi amici assistette – al Teatro dell’Opera – alla prima dell’Annuncio a Maria di Claudel.

Ungaretti s’era iscritto alla Sorbona per conseguire, dopo un anno di studi, il certificato in filologia. Seguì i corsi di letteratura francese, di filologia romanza e di filosofia medioevale e moderna. Ebbe però parole di elogio solo per Gustave Lanson, professore di letteratura francese, mentre gli altri docenti erano «sonniferai» o «rompicoglioni». Frequentò anche il Collége de France, dove seguì i corsi di Henri Bergson sulla intuizione e sulla durata della dimensione temporale, che rimarranno vivi a lungo nella sua memoria.

Ungaretti comprese presto che per le sue ambizioni il solo certificato annuale gli sarebbe servito a poco, così chiese al fratello Costantino di finanziargli un altro anno di studi a Parigi che gli consentiva di conseguire il diploma biennale in filologia, invece del semplice certificato. All’inizio del 1913 Ungaretti strinse amicizia con Confucio Cotti, uno studioso che dopo essersi laureato in Lettere a Milano aveva proseguito gli studi filosofici a Berlino ed ora si trovava a Parigi; fu proprio Cotti – nome che probabilmente celava il giovane Angelo Monteverdi – a presentare Ungaretti ad Andrea Caffi, anche lui proveniente da Berlino.

In quello stesso periodo Ungaretti iniziò a frequentare i caffè letterari parigini: il café de Flore, bazzicato anche da Fortunat Strowski, suo professore della Sorbona, e da Guillaume Apollinaire, che gli fu presentato dalla Ricou; la Rotonda, il ritrovo in cui si recava insieme a Cotti e a Shehab, e dove rivide Apollinaire, conoscendovi anche Pablo Picasso e Aldo Palazzeschi; la Closerie des Lilas, un locale noto per aver avuto anche Baudelaire fra i suoi avventori, dove incontrò Juan Gris, pittore cubista spagnolo, Erik Satie, compositore francese, Georges Braque, il celebre pittore cubista e Fernand Léger, altro cubista di cui Ungaretti sarebbe presto diventato amico.

Alla Closerie il poeta frequentò la scultrice Ricou; lei aveva trasformato il suo appartamento in un salotto culturale bazzicato anche da Julio Gonzales, Constantin Brancusi e Amedeo Modigliani. Il poeta frequentò assiduamente quella casa, innamorandosi di Marthe Roux, la sorella quindicenne della scultrice. Ungaretti tenne nascosta quella innocente relazione sentimentale alla Ricou ed a Apollinaire anche lui invaghito della ragazza. L’affetto del poeta per Marthe non si sarebbe mai spento: parlò di lei in una strofa di Nostalgia datata settembre 1916 – «Su Parigi s’addensa un oscuro colore di pianto / In un canto di ponte contemplo l’illimitato silenzio di una ragazza tenue» -; nel 1918 le scrisse: «la nostra relazione è stata assolutamente pura, ma io volevo avervi totalmente …» e le inviò una prima versione di otto poesie inedite, poi accolte in La guerre; finita la guerra, riprese a frequentarla a Parigi; tornerà a scriverle nel 1958 subito dopo la morte della moglie.

Naturalmente nei caffè parigini si beveva forte. Ecco cosa scrisse Mario Puccini dell’aspetto dell’Ungaretti di quei mesi: «… a vederlo, pareva uscito allora allora da una di quelle taverne di Montmartre, dove s’erano bruciati e finivano a quei tempi di bruciare i cervelli dei più dotati poeti di Francia». Fra i compari di bevute c’era anche Shehab, il vecchio compagno di scuola della «Jacot». Anche a Parigi i due giovani continuarono ad appassionarsi alla poesia, presero piena coscienza della loro condizione di uomini privi di patria, si posero domande a cui non era facile dare risposte. Moammed si faceva ora chiamare Marcel e si rifugiava nell’alcool, quanto e forse più dell’amico; poi iniziò a bere l’assenzio puro, e non diluito nell’acqua secondo i riti del tempo. Il cadavere di Shehab fu trovato il 9 settembre 1913 nella sua stanza d’albergo, lo stesso in cui viveva anche Ungaretti. Ci furono delle indagini e l’11 settembre Shehab venne sepolto al cimitero d’Ivry.

Il 13 ottobre 1913, un mese dopo la tragica scomparsa di Shehab, Jean-Léon Thuile sposò a Parigi la cugina Camille Arnaud. Ungaretti partecipò alle nozze, partendo subito dopo per l’Italia. Visitò Roma e Firenze, dove andò a trovare Prezzolini, Palazzeschi e Jahier, e conobbe anche Emilio Cecchi e Ardengo Soffici. Rientrato a Parigi ricominciò a frequentare caffè letterari e salotti come quello del pittore Robert Delaunay dove incontrò Blaise Cendrars. Conobbe anche Gide, Jacques Rivière e i fratelli Giorgio e Andrea De Chirico, quest’ultimo noto con lo pseudonimo di Alberto Savinio. Poi, nell’aprile del 1914, si tenne un’esposizione futurista a Parigi, così Ungaretti ebbe modo di rivedere Soffici e di conoscere Filippo Tommaso Marinetti, Palazzeschi, Umberto Boccioni, Carlo Carrà e, soprattutto Giovanni Papini. Contemporaneamente, Ungaretti frequentò le lezioni del suo secondo ed ultimo anno di università, concluso con una tesina intitolata L’inspiration poétique de Maurice de Guérin.


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Italia (1914-1915)

Da Parigi, i primi di giugno 1914, il poeta si trasferì a Viareggio dove Pea nel frattempo era rientrato con la famiglia. Pea l’accolse in casa come un fratello, presentandogli anche i suoi amici letterati, tutti membri della repubblica d’Apua: Roccatagliata Ceccardi, Luigi Campolonghi, Luigi Salvatori, Viani (col quale strinse amicizia), Alceste De Ambris, fra gli altri. Sulla spiaggia di Viareggio ebbe anche occasione di frequentare alcuni maestri elementari lì in vacanza, animatori della rivista milanese «Critica magistrale».

Gli apuani erano interventisti e in quel periodo organizzarono diverse manifestazioni alle quali partecipò anche Ungaretti. Una di quelle iniziative si svolse il 20 settembre presso il Teatro Politeama di Viareggio, dove Roccatagliata Ceccardi tenne un infuocato discorso. Finita la manifestazione, l’oratore, Ungaretti ed altri apuani si sedettero a chiacchierare ad un tavolo del caffè Margherita e qui Ungaretti ebbe un incidente. Un’orchestrina intonò la marcia reale, i clienti del locale s’alzarono in piedi, mentre gli apuani rimasero ostentatamente seduti; un tenente dell’esercito li invitò ad alzarsi e Ungaretti reagì con una sonora pernacchia; l’ufficiale si scagliò immediatamente contro il poeta colpendolo con un pugno in pieno viso; Roccatagliata Ceccardi fu il primo a difendere l’amico, colpendo la guancia del tenente con un frustino dal manico d’argento regalatogli dalla sua loggia genovese. A quel punto scoppiò la rissa durante la quale il locale venne semidistrutto. Solo Ungaretti, accusato d’essere rimasto seduto e soprattutto d’aver emesso «un suono sconcio con la bocca in segno di disprezzo», venne trattenuto una notte in commissariato. Contro il poeta fu avviato un procedimento penale per «vilipendio delle istituzioni costituzionali dello Stato», anche se qualche mese dopo, con l’entrata in guerra, Ungaretti avrebbe goduto dell’amnistia. Il poeta non aspetterà a Viareggio l’esito del processo: già nei giorni immediatamente seguenti alla rissa fuggì da Viareggio trasferendosi a Milano.

Ungaretti prese una camera in affitto nel centro storico del capoluogo lombardo, mettendosi presto in cerca di un lavoro, anche perché la guerra in corso rendeva incerto l’arrivo dei vaglia postali che gli spediva Costantino dall’Egitto. Si iscrisse nelle liste dell’ufficio di collocamento milanese ricevendo presto un incarico d’insegnamento di lingua francese in una scuola serale. Rimase a Milano sette mesi. In quel periodo divenne amico di Carlo Carrà e di Bruno Barilli, frequentò Giannotto Bastianelli, Clemente Rèbora, Jahier e Antonio Banfi, fra gli altri; soprattutto compose poesie.

Ungaretti scrisse a Papini, conosciuto a Parigi qualche mese prima, inviandogli un paio di poesie accolte poi nel febbraio 1915 su «Lacerba», la rivista diretta da Papini. Quelle due poesie si intitolavano Paesaggio di Alessandria d’Egitto ed Epifania; nei mesi seguenti ne pubblicò altre nove su «Lacerba» e dieci su «Critica magistrale», la rivista diretta da Ciarlantini, tutte poesie successivamente ripudiate dal suo autore ed escluse dalle raccolte. La rivista dei maestri milanesi, a marzo, accolse anche il primo capitolo (Lucifero) di un libro di Ungaretti (Le avventure di Turlurù), un romanzo mai pubblicato a cui Ungaretti lavorò a lungo durante gli anni di guerra, narrandovi le storie della sua infanzia.

Durante il periodo milanese Ungaretti conobbe anche Benito Mussolini. Il primo incontro fra il poeta e il duce avvenne nella sede del «Popolo d’Italia» nel febbraio – marzo 1915. Nel gennaio 1915 Ungaretti riceveva una lettera dal fratello in cui venivano forniti i dettagli delle operazioni militari di quelle settimane intorno al Canale di Suez, dove l’esercito anglo-francese fronteggiava quello turco; il poeta portò quella lettera a Mussolini, cogliendo l’occasione per conoscerlo di persona.


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Fronti italiano e francese (1915-1918)

Ungaretti assegnato al 19° reggimento giunse in zona di guerra, sul Carso, nel dicembre 1915. La poesia Veglia datata “Cima Quattro il 23 dicembre 1915”, testimonia la presenza del poeta in quei giorni su quel tratto del fronte. Qualche mese dopo, conobbe il tenente Ettore Serra che s’interessò alle sue poesie fino ad offrirsi come editore della prima raccolta ungarettiana. Nacque così il celeberrimo Porto sepolto, stampato in 80 esemplari ad Udine nel dicembre 1916, un libretto contenente una trentina di stupende poesie fra cui San Martino al Carso, In Memoria, Il porto sepolto, Fratelli e Dannazione: «Chiuso fra cose mortali / (Anche il cielo stellato finirà) / Perché bramo Dio?». In quella sua prima raccolta Ungaretti distrusse il verso tradizionale, soppresse la punteggiatura, dette forza straordinaria alla parola, inserendola in versi brevi, a volte facendola coincidere con un intero verso. Nei mesi seguenti, fra le alterne vicende della guerra, Ungaretti non abbondò i suoi studi, continuando a leggere molto e a scrivere poesie.

Rimase anche in rapporto epistolare con tanti scrittori ed artisti: Vincenzo Cardarelli, col quale in seguito sarà protagonista di memorabili polemiche; Carlo Carrà, uno dei numerosi pittori con cui diventerà amico fraterno; Giuseppe De Robertis, il critico letterario con cui stringerà un sodalizio durato tantissimi anni; Fernand Divoire, il poeta belga conosciuto a Parigi; Piero Jahier, autore di Con me e con gli alpini, un poeta con cui non ebbe sempre un rapporto facile; Gherardo Marone, lo scrittore napoletano con cui divenne amico proprio in questo periodo; Alexandre Mercereau, poeta simbolista francese conosciuto a Parigi; Mario Novaro, direttore della «Riviera ligure»; Aldo Palazzeschi, uno dei poeti a cui si ispirò nello scrivere le sue poesie del periodo milanese, poi ripudiate;  Giovanni Papini, lo scrittore ammiratissimo a cui scrisse la stragrande maggioranza delle lettere di questo periodo di guerra; Enrico Pea, l’amico del periodo egiziano; Giuseppe Prezzolini, uno degli intellettuali italiani di riferimento dell’epoca; Clemente Rèbora, conosciuto durante il periodo milanese.

Poi nell’ottobre del 1917 venne Caporetto e il poeta rimase acquartierato per alcuni mesi nei pressi di Parma, assegnato alla censura della posta dei soldati. Ebbe così ancora modo di studiare, chiarendo ulteriormente il proprio giudizio su alcuni dei maggiori poeti italiani fra cui Pascoli e D’Annunzio.

Nell’aprile 1918, poi, il «19°» fu inviato sul fronte francese, aggregato al II Corpo d’armata, partecipando a luglio alla Terza battaglia della Marna che vide in azione anche il poeta. Dopo quella battaglia Ungaretti rimase lontano dal fronte fino all’annuncio dell’Armistizio (firmato il 10 novembre 1918) che lo raggiunse a Parigi. Nel frattempo aveva iniziato a tradurre l’Ubu roi di Alfred Jarry, aveva scritto le poesie Sereno e Soldati e s’era accordato con l’editore Vallecchi per pubblicare la sua seconda raccolta di poesie.


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Ancora Parigi (1918-1921)

Il giorno dell’Armistizio Ungaretti si trovava a Parigi nella redazione del «Sempre avanti», un giornale militare; poté così partecipare due giorni dopo al funerale di Apollinaire morto di febbre spagnola. Riprese a frequentare i salotti letterari parigini, a visitare mostre di quadri come quelle di Juan Gris e di Giorgio De Chirico. Lavorò assiduamente alla sua nuova raccolta di poesie, L’Allegria di naufragi. Il nuovo libro – oltre alle poesie del Porto – raccoglieva una quarantina di poesie, alcune scritte prima della guerra, altre più recenti come Natale, Solitudine, Girovago e Mattina («M’illumino d’immenso»), poesie quest’ultime che, come quelle della prima raccolta, appartengono alla stagione poetica più originale e felice di Ungaretti. In quei mesi, inoltre, il poeta tradusse in francese le liriche del Porto, accolte in 6781569

La guerre; riprese a frequentare Jean-Léon Thuile, la Ricou e Marthe; divenne amicissimo di Jean Paulhan e Bernard Groethuysen. Soprattutto, conobbe Anna Giovanna Dupoix, che avrebbe sposato il 3 giugno 1920 a Parigi.

Il 19° Reggimento rientrò in Italia nel febbraio 1919, Ungaretti invece rimase in Francia: il mese precedente aveva accettato l’incarico di corrispondente da Parigi per «Il Popolo d’Italia». Per il giornale di Mussolini seguì i lavori della Conferenza della Pace che si svolsero dal gennaio 1919 al gennaio 1920. Il suo primo articolo vide la luce l’11 febbraio 1919; l’ultimo uscì il 23 gennaio 1920, due giorni dopo la chiusura dei lavori. Nel mezzo, una cinquantina di corrispondenze in cui Ungaretti dapprima s’accalorò contro i rappresentati degli Usa, della Francia e dell’Inghilterra, rei di non voler riconoscere all’Italia tutte le pretese territoriali avanzate nel corso della Conferenza; poi sostenne con impeto l’impresa di Fiume e attaccò l’operato di Nitti domandandosi, ad esempio, «in quale Paese si potrebbe infatti ammettere che alla testa di un governo, degno di rispetto, sia tollerato un uomo come l’on. Pancia?». In quei mesi, sebbene da lontano, partecipò alla campagna elettorale per le elezioni politiche italiane del 16 novembre 1919: tre giorni prima delle elezioni, dalle pagine del «Popolo d’Italia», aderì ai fasci di combattimento; poi, dopo le elezioni e l’arresto di Mussolini e Marinetti, organizzò una manifestazione in loro favore a Parigi.

Diversamente da quanto finora ritenuto, l’esperienza al «Popolo d’Italia» – che fu tutt’altro che trascurabile – non si concluse perché a Mussolini non piacque qualche articolo di Ungaretti; in realtà fu il poeta a decidere d’andar via per coltivare le proprie ambizioni culturali ed in particolare per curare la pagina letteraria del «Don Quichotte», un giornale italiano redatto in francese. L’esperienza al «Don Quichotte» non fu però positiva: su quel giornale il poeta scrisse appena tre articoli letterari, continuando anche lì ad occuparsi soprattutto di politica. In quei mesi, inoltre, s’occupò di spoglio di giornali, prima presso l’«Azione» e poi all’Ufficio stampa dell’Ambasciata italiana. Nel frattempo Jeanne s’accorse d’aspettare un bambino, che morirà ad agosto nel venire alla luce; gli Ungaretti lasciarono Parigi il mese successivo trasferendosi a Roma.


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Roma (1921-1926)

Il poeta si rivolse ad Amedeo Giannini – conosciuto a Parigi durante i lavori della Conferenza della Pace e ora a capo dell’Ufficio stampa del Ministero degli Esteri – il quale lo fece assumere come traduttore presso quel Ministero; gli fu affidato l’incarico di curare lo spoglio della stampa francese e belga, un compito non diverso da quello svolto all’Ambasciata italiana a Parigi. Ungaretti rimarrà in quell’ufficio per dieci anni. Ma più che dedicarsi al lavoro ministeriale continuò a seguire il suo sogno letterario, innanzitutto dedicandosi alla nuova edizione del Porto sepolto, che vide la luce nel giugno 1923 con una prefazione di Mussolini. Nel frattempo iniziava a collaborare alla «Ronda» diretta da Vincenzo Cardarelli, diventando amico di alcuni dei suoi redattori: il drammaturgo Riccardo Bacchelli; Antonio Baldini, autore di tanti libri importanti; Emilio Cecchi, il critico letterario verso il quale il poeta sarà sempre molto deferente; Armando Spadini, pittore della scuola romana.

Frequentò anche De Chirico, «il più grande pittore del nostro tempo» e il critico letterario Alfredo Gargiulo. Collaborò inoltre a diverse riviste letterarie: nell’autunno del 1923 cominciò con «L’Europe nouvelle» e «L’Italie nouvelle»; qualche mese dopo iniziò a scrivere anche su «Lo Spettatore italiano» e su «Idea nazionale». Ma per la sua consacrazione internazionale furono determinanti le collaborazioni a due importanti riviste francesi. Nella primavera del 1925 il suo amico Paulhan lo inserì nel comitato di lettura della «Nouvelle revue française», del quale facevano parte scrittori del calibro di Jean Schlumberger, Paul Valéry e Gide, futuro Nobel per la letteratura. L’anno seguente ricevette un analogo incarico da «Commerce» la rivista, diretta dalla principessa Marguerite Caetani, nel cui comitato di redazione spiccavano i nomi di Thomas Stearns Eliot e Saint-John Perse, entrambi futuri Nobel per la letteratura.

C’era poi il capitolo delle conferenze letterarie, sia in Italia che all’estero. Tenne anche conferenze di propaganda fascista, come quelle svolte in Belgio nel marzo 1926. Va detto che l’adesione del poeta alla politica culturale fascista non si limitò a quel giro di conferenze: nel marzo del 1925 aveva partecipato a Bologna al Convegno per la Cultura Fascista, intervenendo sul tema dell’Espansione culturale italiana all’estero; nel 1926 fu fra i promotori della nascita dell’Accademia d’Italia chiedendo inutilmente a Mussolini di farne parte fin dal suo sorgere.

Continuò anche a dedicarsi al suo secondo mestiere, quello di giornalista. Già nell’agosto del 1923 aveva avviato una collaborazione al «Corriere italiano», subito bruscamente interrotta a causa di un diverbio col direttore del giornale. Dal gennaio 1926, poi, Ungaretti iniziò a scrivere sul «Mattino» di Napoli. La collaborazione al «Mattino» andò avanti per un paio d’anni, ed il poeta ebbe occasione d’accendervi diverse interessanti polemiche letterarie, ad esempio con Francesco Flora. Gli articoli letterari di Ungaretti, non solo quelli apparsi sul «Mattino», costituirono un “laboratorio” all’interno del quale il suo modo d’esprimersi si perfezionava, rappresentando a volte un’anticipazione delle sue prossime poesie.

Fu protagonista di accesissime polemiche anche con Cardarelli e Massimo Bontempelli. Il primo scrittore, dopo un viaggio a Parigi nell’estate del 1926, aveva accusato Ungaretti di boicottare gli scrittori italiani ostacolando la pubblicazione delle loro opere su «Commerce» e sulla «NFR», le riviste letterarie in cui Ungaretti svolgeva un ruolo importante. Strettamente collegata alla prima fu la polemica con Bontempelli sulla nascita della rivista «‘900», che Ungaretti cercò di impedire arrivando a sfidare a duello Bontempelli ed invocando anche l’intervento di Mussolini che però in quella circostanza dette ragione a Bontempelli, amico di Pirandello.

C’erano, infine, le vicende famigliari: il 17 febbraio 1925 nacque la prima figlia del poeta Anna Maria, detta Ninon; nell’estate di quello stesso anno Ungaretti rivide la madre, giunta a Roma in occasione dell’Anno santo; Maria morirà già nel novembre 1926.


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Marino laziale (1927-1934)

            Nel luglio 1927 Ungaretti si trasferì a Marino dove rimase sette anni, e dove il 9 febbraio 1930 nacque Antonietto. Diversamente da quanto finora ritenuto il poeta non si trasferì a Marino per motivi economici ma a causa delle condizioni di salute della figlia a cui era stato consigliato di vivere in un luogo più salubre di Roma, e – sempre diversamente da quanto finora ritenuto – a Marino non visse in un vecchio appartamentino umido, o meglio ci visse “solo” i primi 4 anni, poi si trasferì in una bella villetta.

Sono questi gli anni degli articoli sulla «Gazzetta del popolo» di Torino (1929-1935), la più importante collaborazione giornalistica di Ungaretti che si tradusse soprattutto in una serie di bellissimi reportages: in Egitto, in Corsica, in Campania, in Puglia, nel ferrarese, in Belgio e Olanda. Sono ancora anni di conferenze letterarie: da Catanzaro a Napoli, da Milano a Firenze, da Pisa a Palermo, parlando soprattutto di Leopardi e Petrarca. In questo periodo (1928) scoprì il barocco: Bernini, Borromini e soprattutto Michelangelo, innamorandosi della Pietà di Palestrina e della Pietà Rondanini, quest’ultima mostrata volentieri agli amici in visita a Roma. Arrivò anche il primo importante riconoscimento ufficiale, il premio Gondoliere (1932), che vide in concorso pure Salvatore Quasimodo e Cardarelli; alla fine vinse Ungaretti fra molte polemiche, che coinvolsero personaggi del calibro di Eugenio Montale e Benedetto Croce, e l’accusa che il poeta avesse vinto per motivi politici.

L’anno precedente (1931) Ungaretti veniva bruscamente licenziato dal Ministero degli Esteri. In realtà il poeta era già stato licenziato nel dicembre 1922 a seguito di contrasti con Giannini, accusato di essere un fannullone e d’avere un carattere furente, ma poi quel licenziamento era stato subito annullato per volontà del sottosegretario Vassallo e dello stesso Mussolini. Nel 1931, invece, fu il nuovo capo ufficio stampa Lando Ferretti a licenziare in tronco il giornalista avventizio, sempre per scarso rendimento. Ungaretti, in effetti, aveva continuato a dedicarsi quasi esclusivamente al giornalismo, alla poesia e ai suoi studi, che da tempo abbracciavano anche le arti figurative. In questi anni frequentò l’ambiente della Scuola romana gravitante intorno alla casa dei pittori Mario Mafai e Antoniette Raphael in via Cavour, bazzicata anche dagli scrittori Enrico Falqui, Libero De Libero e Leonardo Sinisgalli, e dai pittori Corrado Cagli e Gino Bonichi, noto anche con lo pseudonimo di Scipione Bonichi o semplicemente Scipione. Nel 1933 uscì Sentimento del Tempo il libro in cui Ungaretti raccolse le poesie scritte fra il 1919 e il 1935, e fra queste Pari a sé e La madre. La nuova raccolta – nel suscitare l’interesse dei critici letterari, con giudizi fortemente discordanti – segnava una svolta netta nella poetica ungarettiana: la riscoperta della classicità e dell’ordine, l’abbondono del verso frantumato, il ritorno al settenario e soprattutto all’endecasillabo, l’utilizzo della punteggiatura, la riscoperta di Petrarca e Leopardi, l’ammirazione per Michelangelo. Il Sentimento del tempo conteneva anche gli Inni (e fra questi La pietà), testimonianze poetiche del ritorno alla fede di Ungaretti, conversione che – secondo il poeta e Leone Piccioni –  sarebbe avvenuta durante la mitizzata Settimana santa del 1928 nel monastero benedettino di Subiaco.

La pubblicazione del Sentimento del tempo offrì a Giovanni Ansaldo, un giornalista amico di Ungaretti, l’occasione per scrivere sul «Lavoro» di Genova tre articoli sul poeta. Questi tre articoli, pubblicati nell’estate del 1933, ancora sostanzialmente ignorati dalla critica letteraria e dai biografi, sono molto importanti perché ci consegnano un prezioso profilo biografico dell’allora quarantacinquenne poeta, condito con tanti episodi fino ad oggi sconosciuti, e perciò ampiamente utilizzati in questo sito.


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Ancora Roma (1934-1937)

Dall’ottobre del 1934 Ungaretti rientrò a Roma, rallentando la collaborazione ai giornali, intensificando l’attività di conferenziere e dedicandosi alle varie attività letterarie, anche come traduttore. Per quanto riguarda le conferenze letterarie vanno citate quelle del 1934 a Genova, Cannes, Nizza, Avignone e Parigi; continuò anche a recarsi a Napoli per le celebrazioni leopardiane. Nell’estate del 1936, poi, partecipò a due importanti congressi internazionali a Buenos Aires. Prima si recò, unico rappresentante italiano, al Congresso dell’Istituto per la cooperazione intellettuale, una sezione della Società delle Nazioni con sede a Parigi; poi insieme a Marinetti e Puccini prese parte al XIV Congresso del Pen club dove, insieme ai colleghi italiani dovette gestire la richiesta di allontanamento della nostra delegazione, avanzata dai francesi e motivata dall’invasione italiana dell’Etiopia. Ungaretti si attribuirà un ruolo decisivo nel mancato allontanamento degli italiani, relazionandone ampiamente al Ministero per la Stampa e la propaganda, e guadagnandosi un encomio del ministro Alfieri e un’udienza da Mussolini.

Per quanto riguarda l’attività letteraria, nel 1935 entrò nel comitato di redazione di «Mesures»: selezionò gli autori italiani fino all’aprile 1940, quando la rivista interromperà le pubblicazioni a causa della guerra. Stette dietro alle nuove edizioni del Sentimento del tempo e dell’Allegria uscite nel 1936 per «Novissima», casa editrice che in quello stesso anno pubblicò anche un libro di sue traduzioni poetiche. Erano tanti anni, almeno dal 1925, che il poeta si appassionava a tradurre le opere di grandi poeti come William Blake, Giacomo Leopardi e Comte de Lautréamont, pseudonimo di Isidore Lucien Ducasse. Il libro del 1936 conteneva poesie di Saint-John Perse, Luis de Gongora e Sergej Esenin. Ungaretti avrebbe continuato a tradurre poesie fino alla sua morte, occupandosi di William Shakespeare, Edgar Allan Poe, Stephane Mallarmé e Ezra Pound; ed anche di Jean Racine, Arthur Rimbaud, Lucrezio e Omero. Ungaretti sosteneva che «l’arte del tradurre, se parte da una ricerca di linguaggio poetico e si risolve in espressione poetica, porta semplicemente a poesia».

In questi anni Ungaretti divenne amico dello scultore Pericle Fazzini, frequentando il suo studio in via Margutta, dove nel 1934 conobbe anche Romeo Lucchese, da lui incoraggiato a scrivere poesie. Fra l’ottobre 1936 e il gennaio 1937 il poeta si recò spesso nello studio dello scultore, posando per consentire a Fazzini di realizzare uno dei suoi capolavori: il Ritratto di Ungaretti (una scultura in legno alta 57 centimetri), e contemporaneamente anche Anita Buy, moglie di Fazzini, lo ritrasse in una tempera su tavola.

Anche in questo periodo Ungaretti svolse propaganda politica, in particolare collaborando a «Quadrivio» il settimanale culturale che, osteggiando Francia e Inghilterra, appoggiò l’alleanza dell’Italia con la Germania e la campagna razziale. Su quel settimanale Ungaretti, nel periodo dell’invasione dell’Etiopia, scrisse tre articoli inequivocabilmente propagandistici.


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San Paolo del Brasile (1937-1942)

Il poeta trascorse più di cinque anni della sua vita a San Paolo del Brasile, dove insegnò all’università a partire dal marzo 1937. Questo lungo soggiorno lontano dall’Italia, proprio negli anni in cui si andava stringendo l’alleanza fra il governo fascista e la Germania nazista, ci è stato presentato quasi come una fuga dall’Italia, segnando la presa di distanza da scelte non condivise dal poeta, come la politica antifrancese e la campagna razziale. In realtà le cose andarono molto diversamente. In occasione del suo viaggio in America Latina dell’estate 1936 Ungaretti trascorse alcune settimane in Brasile e lì conobbe sia il rettore dell’Università di San Paolo, sia l’ambasciatore e il console italiano, accordandosi con loro per un incarico di insegnamento e di propaganda politica; quest’ultimo incarico fu da lui svolto celebrando date fasciste in varie città brasiliane e tenendo conferenze letterarie con valenza politica.

Ma Ungaretti a San Paolo fu innanzitutto un bravo professore. Lavorò tanto, tenendo contemporaneamente fino a quattro corsi: sull’Inferno e il Purgatorio di Dante Alighieri; sulle Canzoni di Francesco Petrarca; sulle poesie e I Promessi sposi di Alessandro Manzoni; su Giovanni Boccaccio, Jacopone da Todi, San Francesco d’Assisi e Virgilio. Ungaretti insegnava la letteratura italiana, parlando in italiano, a studenti che sapevano poco di quella materia. E proprio per questo motivo dovette impegnarsi a fondo, suggerendo agli allievi di leggere direttamente le opere degli scrittori italiani: «abbandonatevi ad essi romanticamente, senza riflessioni, prima, e poi cercando di pensare a quello che hanno detto, a come l’hanno detto, a l’effetto che hanno prodotto su di voi, e cercate in voi un filo che leghi le vostre letture. Finirete col vedere dietro alle vostre letture, attraverso i personaggi d’un romanzo o alle immagini d’una poesia, le passioni e i pensieri che hanno agitato e rischiarato questo o quel momento della storia». Durante gli anni brasiliani Ungaretti non scrisse poesie, e – in assenza di ispirazione poetica – si dedicò alla traduzione e all’approfondimento dei suoi autori preferiti, ad esempio analizzando alcune Canzoni di Petrarca e lo Zibaldone di Leopardi.

Il poeta sognava una cattedra universitaria da tanti anni. In Italia aveva tentato inutilmente d’ottenerne una ed ora, siamo nel settembre 1938, potendo ormai vantare un po’ d’esperienza come professore, si rivolse direttamente al ministro Giuseppe Bottai. Chiese aiuto anche a Galeazzo Ciano, e due mesi dopo fu avviato il procedimento per la sua nomina per chiara fama, cioè senza concorso. Poi però accadde un imprevisto, un episodio che ci aiuta – peraltro – a comprendere la complessa personalità di Ungaretti. Nel gennaio 1939 il poeta, in Italia per trascorrervi le vacanze, nel giro di pochi giorni compì due azioni di opposto segno politico: si recò prima a Firenze per presenziare alla prolusione di De Robertis, il quale (dopo il rifiuto di due colleghi) aveva accettato la cattedra di letteratura italiana tolta dal regime ad Attilio Momigliano a seguito delle recenti leggi razziali; andò poi a Forte dei Marmi insieme a Curzio Malaparte per chiedere allo scultore Arturo Dazzi di intercedere in favore di Umberto Saba, all’epoca perseguitato per motivi razziali. Furono giorni complicati per Ungaretti, che si conclusero col ritiro della tessera fascista ed il rientro in Brasile. Bottai fermò subito il procedimento di nomina per chiara fama, riavviato solo nel dicembre 1939, una volta risolto il problema della tessera. Ma sorsero ancora molti problemi: la verifica del possesso dei requisiti culturali e politici, la penuria di cattedre prive di titolare, lo scoppio della Seconda guerra che sconsigliava di mettersi in viaggio. Sta di fatto che nel gennaio 1942, quando il Brasile ruppe le relazioni diplomatiche con l’Italia, costringendo gli italiani con incarichi governativi ad organizzare il rientro in patria, il poeta ancora non era stato nominato professore universitario. Nei primi giorni dell’aprile 1942, dopo aver lasciato all’amico Paulo Gomes una procura per custodire la tomba di Antonietto, scomparso nel novembre 1939 per un’appendicite mal curata, Ungaretti s’imbarcò per l’Italia insieme alla moglie e alla figlia.


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Roma, Piazza Remuria (1942-1960)

La famiglia Ungaretti una volta rientrata a Roma trovò casa sull’Aventino, a piazza Remuria, non distante dalla basilica di San Saba. Nell’ottobre di quel 1942, poi, il poeta fu nominato professore di storia della letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Roma; due mesi dopo venne nominato anche accademico d’Italia. Con la caduta del fascismo quelle nomine vennero immediatamente contestate già nel luglio 1944. Un primo processo fu avviato dagli Alleati che sospesero Ungaretti dall’insegnamento insieme ad altri suoi colleghi accusati d’aver ottenuto la nomina per meriti fascisti. Il poeta venne assolto in primo grado nel dicembre 1944; poi a seguito del ricorso presentato dal Commissario per l’epurazione fu sottoposto al processo d’appello che, nel maggio 1945, confermò l’assoluzione dagli addebiti, pur riconoscendo il ruolo decisivo svolto da importanti gerarchi in occasione di quella nomina: Giuseppe Bottai, ministro dell’Educazione Nazionale; Galeazzo Ciano, ministro degli Esteri; Luigi Federzoni, presidente del Senato; Alessandro Pavolini, ministro della Cultura popolare; oltre allo stesso Mussolini.

I guai per Ungaretti non terminarono nel maggio 1945 con la conclusione favorevole del processo d’epurazione; il mese successivo iniziò un altro processo per accertare se i professori nominati per chiara fama durante il fascismo avessero avuto all’epoca i titoli necessari per la nomina. Venne nominata un’apposita commissione d’esperti: Concetto Marchesi, famoso latinista nonché deputato comunista; Francesco Flora, critico letterario antifascista vicino alle posizioni di Benedetto Croce; Pietro Pancrazi, critico letterario d’area liberale. La commissione ritenne che il poeta non possedeva la necessaria chiara fama e propose l’annullamento della nomina; a quel punto iniziò un lungo e tribolatissimo braccio di ferro – fra chi voleva confermare Ungaretti e chi voleva invece allontanarlo dalla cattedra – che si concluse soltanto nell’aprile 1947 con ulteriori strascichi polemici giunti persino nell’aula dell’Assemblea Costituente. Va anche detto che in quella circostanza molti intellettuali solidarizzarono col poeta: i poeti Piero Bigongiari, Aldo Borlenghi, Mario Luzi, Eugenio Montale, Aldo Palazzeschi, Alessandro Parronchi, Salvatore Quasimodo, Roberto Rebora, Vittorio Sereni, Leonardo Sinisgalli, Sergio Solmi, Alberto Vigevani; i critici musicali Bruno Barilli e Beniamino Dal Fabbro; il direttore d’orchestra Gianandrea Gavazzeni; gli storici dell’arte Francesco Arcangeli, Cesare Gnudi, Roberto Longhi e Marco Valsecchi; i critici letterari Luciano Anceschi, Carlo Bo, Emilio Cecchi e Alfredo Gargiulo; il critico teatrale Sivio D’Amico; i giornalisti Giovanni Battista Angioletti e Mario Pannunzio; gli scrittori Corrado Alvaro, Antonio Baldini, Arrigo Benedetti, Giacomo Debenedetti, Massimo Bontempelli, Enrico Emanuelli, Enrico Falqui, Carlo Emilio Gadda, Nicola Lisi, Alberto Moravia, Giuseppe Raimondi, Alberto Savinio, Giancarlo Vigorelli; e persino Edgardo Sogno, controversa figura di partigiano e diplomatico.

L’esperienza come professore all’Università di Roma, pur iniziata in salita, fu in seguito molto positiva, proseguendo fino al 1958. In questi anni Ungaretti tenne le lezioni il martedì, giovedì e sabato, dedicando molti corsi al Leopardi, con lezioni suggestive e indimenticabili. Seguì con scrupolo i suoi studenti, riservando molto tempo anche alle tesi di laurea; e fu sempre molto comprensivo durante gli esami. Inoltre, fin dal 1944 nacque la consuetudine, rimasta viva per tutti gli anni in cui insegnò, dei “giovedì di casa Ungaretti” durante i quali gli studenti avevano l’opportunità di discorrere col poeta e di conoscere di persona molti fra i più noti scrittori del tempo.

Con il rientro in Italia aveva ripreso ad occuparsi delle sue poesie. Si dedicò subito alla nascita di Vita d’un uomo per Mondadori: già a cavallo tra il 1942 e il 1943 uscirono L’allegria e Sentimento del tempo; poi nel novembre1945 fu la volta di Poesie disperse, il terzo volume di Mondadori, uscito in ritardo a causa dei bombardamenti su Milano. Nel frattempo riprese anche a scrivere nuove poesie. L’ispirazione poetica fu stimolata dai bombardamenti Alleati su Roma dell’estate del 1943, quando nacquero due poesie, scrivendone diverse altre l’anno successivo, alcune delle quali pubblicate in «Piccola Roma» la rivista dell’amico Falqui.

Nel 1947 uscì una nuova raccolta di poesie, Il Dolore, «il libro che più amo, il libro che ho scritto negli anni orribili, stretto alla gola»; la raccolta conteneva anche Se tu mio fratello, la poesia dedicata a Costantino: «La memoria non svolge che le immagini / E a me stesso io stesso / Non sono già più / Che l’annientante nulla del pensiero». Il Dolore accoglieva anche le poesie dedicate ad Antonietto e Mio fiume anche tu, la lirica in cui Ungaretti manifestò esplicitamente la sua adesione al Cristianesimo. Nel 1952 venne pubblicato Un grido e paesaggi, contenente le poesie nate tra il 1939 e il 1952; e poi, nel 1960, uscì Il taccuino del vecchio con le poesie scritte tra il 1952 e il 1960.

In questi anni Ungaretti continuò ad occuparsi di traduzioni poetiche, in particolare di Gongora e dei Sonetti di Shakespeare; tenne conferenze, lesse (o rilesse) le opere di Eschilo, Platone, Virgilio, Sant’Agostino, Jacopone da Todi, Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Michelangelo Buonarroti, Torquato Tasso, Blaise Pascal, Jean Racine, Giacomo Leopardi, Alessandro Manzoni, Paul Valéry e Guillaume Apollinaire.

Sono gli anni in cui il poeta raggiunse una grande notorietà. Vinse premi di poesia: il «San Babila» nel 1948, il «Roma» nel 1950, il Premio internazionale di poesia in Belgio nel 1956. Rilasciò interviste, animò diverse giurie per premi letterari: «Saint Vincent», «San Babila», «Strega», «Taranto», «Viareggio», fra gli altri. Ricevette incarichi prestigiosi: presidente della Sezione cultura UNESCO e membro del comitato esecutivo della Società europea di cultura. Svolse le relazioni di apertura in importanti congressi internazionali, ad esempio a Venezia nel 1952. Tentò anche di vincere il Nobel per la letteratura, candidandosi nel 1954, 1955, 1956 e 1958, subendo l’anno seguente l’affronto dell’assegnazione del Nobel a Quasimodo. Tenterà ancora nel 1964 e nel 1965. Poi, probabilmente infastidito dalla nomina di Montale a senatore a vita, s’impegnò a fondo per vincere il Nobel nel 1969 e nel 1970, sempre senza fortuna.

C’è poi il capitolo delle trasmissioni radiofoniche. Iniziò nel 1946 partecipando alle trasmissioni dell’Approdo, la rubrica RAI curata da Leone Piccioni e Giovanni Battista Angioletti alla quale il poeta collaborò stabilmente a partire dal 1952, entrando anche nel comitato di redazione, composto da personaggi del calibro del critico letterario Emilio Cecchi, del romanziere Riccardo Bacchelli, del poeta Alfonso Gatto e dello storico dell’arte Roberto Longhi. Continuerà ad intervenire a quelle trasmissioni fino al 1968, quando in occasione del suo 80° compleanno, gli fu dedicata un’intera trasmissione, festeggiato anche da Pier Paolo Pasolini, Renato Guttuso e Sandro Pertini, all’epoca presidente della Camera dei deputati. Anche la Radiodiffusion Française si interessò a lui e nel 1955 mandò in onda una lunghissima intervista in dodici puntate in cui Ungaretti veniva presentato come «il più grande poeta italiano vivente».

Nel settembre 1958 morì Jeanne. Il poeta accusò il colpo dovendo da allora convivere con un forte senso di solitudine, con la paura di stare da solo, che combatté cercando nuovi e vecchi amori (come Marthe Roux, la ragazza di Nostalgia), ed anche avventurandosi in lunghi viaggi.  Tra il 1959 e il 1960 si recò in Belgio; ancora in Egitto con Leonardo Sinisgalli; infine a Tokyo, New York, Hong-Kong, Beirut e Istanbul insieme a Jean Fautrier, Jean Pulhan e Henri Michaux, accompagnati dalla poetessa svizzera Edith Boissonnas e da Janine Aeply, autrice di libri come Éros zéro e Dèsirèe.

Poi, nel luglio del 1960 si sposò Ninon e il poeta si trasferì all’EUR in casa della figlia.


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Roma, Via Sierra Nevada (1960-1970)

Dopo la morte di Jeanne, il pensionamento all’Università, il trasferimento dalla casa di piazza Remuria (e la fine dei giovedì di casa Ungaretti) il poeta si tuffò ancora di più nei suoi studi, assumendo anche un segretario personale che l’aiutava a tenere in ordine le carte. Nel 1961 uscì Il deserto e dopo, la raccolta definitiva delle sue prose di viaggio. Continuò a ricevere onori: il premio Montefeltro nel 1960, la Penna d’oro nel 1961, la nomina a presidente della Comunità europea degli scrittori nel 1962 e quella a presidente della Società europea di cultura nel 1963; vinse anche i premi di poesia Etna-Taormina nel 1967 e il Books Abroad nel 1969. Nel 1964, invitato dalla Columbia University, si recò a New York dove rimase tre mesi tenendo anche un corso sul Leopardi. Nel 1966 fu la volta del Brasile, ospite di Paulo Gomes, il vecchio amico brasiliano a cui tanti anni prima aveva affidato la tomba di Antonietto. A San Paolo conobbe Bruna Bianco, una poetessa ventiseienne italo-brasiliana e fra i due nacque una importante relazione sentimentale durata fino all’autunno del 1968; a suggello di quell’amore, nel 1968, vide la luce Dialogo, un libretto contenente nove poesie di Ungaretti e sette della Bianco.

È questa la stagione delle apparizioni televisive, soprattutto delle trasmissioni dell’«L’Approdo»: Ungaretti esordì nel 1962, proseguendo per anni con i suoi intensi e seguiti interventi; nel 1965 si lasciò intervistare da Pasolini per la trasmissione Comizi d’amore; nel 1968  – durante le otto puntante dell’Odissea – lesse brani del poema di Omero. Nel febbraio 1968 compì ottant’anni ed in quell’occasione Aldo Moro, presidente del Consiglio dei ministri, dette a Palazzo Chigi un ricevimento in suo onore, al quale parteciparono anche Montale e Quasimodo, ed anche Bruna Bianco, la sua giovane amata. Aveva ormai ottanta anni ed è sorprendente la permanenza in Ungaretti, nonostante lo scorrere del tempo, di alcune caratteristiche proprie del bambino e dell’adolescente: l’ingenuità, l’istintività, la curiosità, la purezza, la capacità di stupirsi, la tendenza a dire bugie, a fare capricci, ripicche e dispetti, a fantasticare, a ribellarsi.

A queste caratteristiche va aggiunta anche la irrefrenabile vitalità dell’anziano poeta, ne è un esempio la relazione sentimentale avviata nel 1969 con Dunja Glamuzina Belli, una ventiquattrenne croata conosciuta in uno studio della RAI. E, come già accaduto con la Bianco, da quella relazione Ungaretti trasse ispirazione poetica: «Dunja, mi dice il nomade / da noi significa universo / Rinnova occhi d’universo, Dunja».

Nel 1969 tornò negli USA, dove tenne con grande successo conferenze a New York e all’Università di Harvard. Tornò ancora negli Usa nel marzo 1970 per ritirare all’Università di Oklahoma il Premio Books Abroad, un parziale risarcimento per il mancato Nobel dell’anno precedente. A causa del freddo contrasse una polmonite con complicazioni cardiache che lo costrinse anche a un ricovero in una clinica di New York. Rientrato in Italia si trasferì a Milano in casa di Nella Mirone, una quarantenne conosciuta alla Mondadori, con cui aveva avviato una relazione sentimentale. La notte fra il 1° e il 2 giugno 1970 Ungaretti morì improvvisamente nel piccolo appartamento milanese della sua ultima compagna.

 

Le notizie contenute in queste pagine sono tratte da Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019; libro a cui si rinvia anche per le indicazioni puntuali sulle fonti edite ed inedite.