La Fede

 

 

E’ noto che il poeta si riaccostò al cristianesimo alla fine degli anni Venti, e che la fede ritrovata riecheggia anche nelle sue poesie. Ungaretti e Piccioni hanno molto insistito sul luogo e la data precisa della scintilla: monastero benedettino di Subiaco, Settimana santa del 1928. Poeta, biografi e critici hanno anche parlato di un pellegrinaggio a piedi fino a Subiaco; d’una intera settimana trascorsa nel monastero benedettino ospite dei monaci, e poi in seguito di un altro soggiorno presso il monastero di Montecassino; dell’esplosione improvvisa – durante la Settimana santa del 1928 – della Pietà, Caino e La Preghiera.

In effetti Ungaretti si recò a Subiaco nell’aprile del 1928 durante la Settimana santa. Ma non ci andò a piedi in pellegrinaggio, raggiungendo il monastero in treno insieme all’amico Fernando Vignanelli; non fu ospite dei monaci, alloggiando presso la pensione Belvedere; non vi rimase una settimana, arrivando la sera di giovedì 5 aprile, rientrando forse già il giorno dopo a Marino dove all’epoca abitava con la famiglia; si limitò a partecipare alla funzione del Giovedì santo, una cerimonia ufficiale, coi posti in prima fila riservati alle autorità, col «posto d’onore» assegnato all’ingegner Chiaraviglio, genero di Giolitti, che precedeva proprio Ungaretti e Vignanelli, un artista residente a Civitavecchia, diventato monaco solo nel 1957. Quel luogo e quella settimana del 1928, dunque, sono stati un po’ mitizzati dal poeta e da Piccioni. Infatti, che Ungaretti si convertì nel 1928 è stato sostenuto dallo stesso poeta solo negli anni Sessanta; mentre durante gli anni Venti e Trenta, Ungaretti più volte confessò (anche a Maritain) di essere ancora lontano dalla fede; e solo nel 1944 scriverà a don De Luca rivelando che era stata la morte di Antonietto «ad aprirmi gli occhi».  Proprio nel 1944 vide la luce la raccolta Il Dolore che accolse anche Mio fiume anche tu: «Cristo, pensoso palpito, / Astro incarnato nell’umane tenebre, /».

Tra le poesie che testimoniano la fede ritrovata c’è La madre: «E il cuore quando d’un ultimo battito / avrà fatto cadere il muro d’ombra / per condurmi, Madre, sino al Signore, / come una volta mi darai la mano»). Anche a proposito della nascita di questa poesia, Ungaretti e Piccioni sono caduti in qualche inesattezza. Il biografo, probabilmente male informato dal poeta, ha collocato erroneamente nel 1929 – anno in cui è stata scritta la poesia – un incontro a Roma tra il poeta e la madre, in realtà avvenuto nel 1925 in occasione dell’Anno Santo (Maria Lunardini morì nel 1926); presentava la poesia come se fosse stata scritta quando la madre era ancora in vita; soprattutto, Piccioni – influenzato dai racconti del poeta sulla mitizzata Settimana santa del 1928 – descriveva nei dettagli quel fantasioso incontro in cui la madre avrebbe riabbracciato il figlio ormai rientrato «nell’alveo grande della Fede».

 

Per un approfondimento su questi temi si suggerisce Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019, libro da cui sono tratti anche i documenti di seguito proposti;  i documenti vanno letti tenendo presente che quelli inseriti nella colonna di destra  presentano alcune novità sulla vita di Ungaretti.

 

«Ungaretti si reca a Subiaco nel periodo di Pasqua del ’28 ospite dell’amico Vignanelli, anche lui prima incredulo e che aveva già un fratello monaco a Montecassino (l’organista Ferruccio è il loro fratello minore), poi convertitosi e ora anche lui frate benedettino (…). Ungaretti era già stato a Subiaco al Sacro Speco con Jeanne a piedi prima del 1925; ci torna ora in treno e in piena e profonda crisi religiosa, segue la liturgia di Pasqua, e partecipa agli esercizi spirituali (…). Nascono gli Inni, tra gli Inni c’è La pietà» (L. Piccioni, Vita di Ungaretti, Rizzoli, Milano 1979).

 

 

 

«C’è una seconda parte, nel Sentimento, che manifesta un’esperienza del tutto diversa: vi assume risalto e tormentoso e angoscioso sviluppo il mio riavvicinamento al Cristianesimo. Non c’è momento in cui la mia poesia non si muova da un’ispirazione in qualche modo religiosa, ma nella seconda parte del Sentimento, il segno allucinante della parola del poeta non evoca più se non quel rapporto dell’uomo con leggi inconoscibili del quale è conoscenza la storia, è conoscenza l’operare nei secoli dell’uomo fino a foggiarsi mezzi dei quali ha finito col farsi schiavo, mezzi la cui potenza di più in più lo schiaccia (…). S’incominciava allora a sentire prossima un’altra guerra: in quel momento mi scoppiano dall’anima uno dopo l’altro, straziandomi, la Pietà e gli altri Inni. L’incomunicabilità tra gli uomini, le crescenti condizioni politiche di inevitabili orrori, e inoltre i fatti personali, mi mettevano in uno stato di disperazione. Mi ritirai allora per qualche tempo in un monastero a Subiaco, e l’anno successivo a Montecassino» (intervista con Ferdinando Camon, Il mestiere di poeta, Autoritratti critici a cura di F. Camon, Lerici, Milano 1965, pp. 23-30).

 

«Il 5 andante viaggiando in abito civile e da innocuo viaggiatore prendendo posto nella vettura di III^ classe Roma Subiaco, treno 1886, assistetti ad una animata discussione, per quanto a bassa voce, fra due viaggiatori dello stesso scompartimento. L’uno e l’altro si accanivano gareggiando nel dimostrare come in Italia si vive molto male sotto tutti i punti di vista (morale ed economico) mentre in Francia si sta meglio. Ad un certo punto, anzi, uno di costoro, certo UNGARETTI (meglio identificato in appresso) disse all’altro: “dato che in Italia mi fanno morire di fame, emigrerò in Francia, checchè possa capitarmi”. Il contegno dei due viaggiatori fece nascere il sospetto di trovarmi di fronte a due fuoriusciti ed alla stazione di Mandela, opportunatamente qualificatomi, invitai i due viaggiatori a seguirmi in bagagliaio. Essi, divenuti pallidi e tremanti, dopo un momento di sorpresa, ubbidirono.

Invitati, in bagagliaio, a dare spiegazioni circa il loro modo di parlare a danno dell’Italia, i due individui, tentarono di negare, poi di tergiversare ed infine, ammettendo di aver diffamato con le loro parole la Patria, si giustificarono adducendo di essere costretti a far ciò perché maltrattati e perseguitati nella loro professione ed in condizioni di non poter vivere.

L’Ungaretti confermò anche di aver pronunciato le parole suaccennate ed aggiunse che le sue lamentale le aveva fatte giungere direttamente, con lettera riservata, al Duce, di cui si qualificò amico di antica data. Confessò, inoltre, che sua intenzione è di portarsi in Francia non appena gli sarà possibile.

Perquisiti non furono rinvenuti addosso ai strani individui documenti sospetti. Furono identificati per:

I°) UNGARETTI Giuseppe fu Antonio e di Lunardini Maria nato ad Alessandria d’Egitto il 10/2/1888 ed abitante a Roma, via Malta nr° 16, impiegato presso l’Ufficio Stampa del Ministero degli Esteri come traduttore, di cui è munito di regolare personale tessera di riconoscimento portante il nr° 121. Possiede carta di identità personale nr°83451 rilasciata dal Governatorato di Roma ed è munito di abbonamento ferroviario di III classe nr° 02362 serie A.Roma-Marino rilasciatogli dall’Agenzia Chiari e Sommariva di Roma.

2°) VIGNANELLI Fernando (…). Entrambi dichiararono inoltre di essere diretti a Subiaco per una visita a quel convento. L’accanimento nel diffamare l’Italia dei due predetti individui e specie dell’Ungaretti che è impiegato presso il Ministero degli Esteri mi spinge doverosamente e fascisticamente a segnalarli per gli eventuali provvedimenti del caso» (esposto del 14 aprile 1928 presentato dal seniore Francesco Gargano alla IX Legione Milizia Ferroviaria, Archivio centrale dello Stato).

 

«[La Pietà] Fu pubblicata per la prima volta, in un testo da me tradotto, nella “Nouvelle Revue Francaise”, al posto d’onore, e suscitò, dato il momento storico, diffuso turbamento. È la prima manifestazione risoluta di un mio ritorno alla fede cristiana che, anche se altre mire prima mi seducevano, nella mia persona dissimulandosi non cessava d’attendere. Nacque, durante la Settimana Santa, nel monastero di Subiaco, dov’ero ospite del mio vecchio compagno don Francesco Vignanelli, monaco a Montecassino» (G. Ungaretti, Note, Tutte le Poesie, Mondadori, Milano, 2009, p. 773).

 

«Nel ’28, dal Monastero di Subiaco dove avevo trascorso ospite una settimana, di ritorno a Marino dove allora risiedevo, d’improvviso – in quell’anno mi sarebbero nati gl’Inni – seppi che la parola dell’anno liturgico mi si era fatta vicina all’anima» (David Maria Turoldo, Udii una voce, con una premessa di Giuseppe Ungaretti, Mondadori, Milano 1952, pp. VII-X).

 

«… e si stabilì a Roma, dove visse dal 1921 al 1936. Si aprì per lui un periodo molto importante, caratterizzato dall’adesione al fascismo, in cui vedeva realizzarsi la possibilità di una coesione nazionale, dalla nascita dei figli Anna Maria (1925) e Antonietto (1930) e dai primi riconoscimenti ufficiali. Furono gli anni della collaborazione con la rivista “La Ronda” che, sotto la direzione di Cardarelli, proponeva un ritorno all’ordine, un nuovo classicismo in opposizione alle esperienze dell’Avanguardia, e della crisi religiosa che lo accostò alla fede cristiana, abbracciata definitivamente nel 1928» (M. Sambugar, G. Salà, Tempo di letteratura, cit., p. 590).

«Il cuore di tanti, il mio, lo confesso, è ormai privo di luce; peggio, ad essa è restio. Eppure, come dice un vecchio filosofo: una cosa incredibile, un miracolo, è ragionevole appunto perché s’oppone all’umana ragione. Se fosse secondo ragione, non sarebbe più miracolo» (G. Ungaretti, La nostra salvezza, «Il Tevere», 21-22 gennaio 1929).

 

 

 

 

«C’è una grande agitazione in me, ma aspetto con fiducia il sereno. Qualcosa ancora mi è oscura. Io credo in Dio, ma mi sembra tanto lontano. Egli, immortale da questo essere finito che è l’uomo. Poi non credo ancora all’immortalità dell’anima. So che non possiamo arrivarvi ragionando e aspetto la luce della rivelazione, la serenità della certezza, della fede. E la mia poesia ne uscirebbe trasfigurata, la continua ascesa raggiungerebbe la gloria della vetta, la placidezza della fede raggiunta» (G. Sala, A colloquio con Giuseppe Ungaretti, «Corriere Padano», 31 gennaio 1934).