Il Carattere

 

 

Ungaretti fin dagli anni giovanili mostrò una forte personalità: era ribelle, impulsivo, furioso, passionale, e anche violento. Al tempo stesso era buono, ingenuo, generoso, mite, dolcemente malinconico. Aspetti caratteriali contraddittori che convivevano in lui: prendeva facilmente fuoco, dando in escandescenze con urla furiose, improperi e pugni sul tavolo, per poi tornare altrettanto rapidamente alla calma e al sorriso. Lo spunto di quegli scatti d’ira gli era spesso offerto da una causa giusta da difendere, e lui era sempre disposto a schierarsi contro le ingiustizie, difendendo le vittime di quelle prepotenze. Chi lo osservava durante quelle sue furiose “sparate” poteva aver l’impressione che in lui prevalesse l’umore, mentre si trattava della manifestazione esteriore di profondi turbamenti dell’animo, nel quale si scontravano in lui la sua grande mitezza con l’altrettanto grande orgoglio. Turbamenti dell’animo e lotta interiore di cui Ungaretti parlava al poeta Sereni nel 1949: «Un uomo s’innalza, per farsi uomo, entro un cumulo di contraddizioni. E guai se tutte, anche superate, in lui non sopravvivessero sempre: sarebbe già puro spirito, senza storia, roba da tavolini parlanti; e invece l’uomo è anche, e moltissimo, nella carne». Turbamenti che trovano riscontro anche nelle sue poesie: «non ho che superbia e bontà» leggiamo nella Pietà.

La sua bontà e generosità emergeva, soprattutto, quando si offriva di aiutare giovani artisti; sostegno che consisteva in incoraggiamento, consigli e aiuti ancor più concreti, ad esempio per pubblicare un libro o per ottenere un premio letterario. La profonda avversione verso le ingiustizie, poi, lo portava ad interessarsi anche ad altra gente bisognosa del suo sostegno.

Altro aspetto importante della sua personalità era il candore, la capacità di stupirsi e la sua grande curiosità che lo condusse a guardare ad ogni evento come ad una nuova opportunità; e poi l’ansia e l’impazienza, che per essere comprese vanno lette alla luce del suo enorme desiderio d’affermare la propria poesia. Certamente ebbe sempre grande fiducia nei propri mezzi artistici, fu ambizioso, vanitoso ed un po’ geloso nei confronti degli altri poeti, desiderando che venisse riconosciuto il suo valore di poeta, anzi che lo si riconoscesse come il migliore, l’unico vero poeta vivente. Attribuì sempre enorme importanza al ruolo della poesia e all’Arte in genere, chiedendo (pretendendo) dal potere politico maggiore attenzione verso gli artisti.

Col passar degli anni, soprattutto dopo la morte della moglie e il pensionamento dall’università, il suo carattere si trasformò, iniziando ad avvertire il rischio della solitudine e, di conseguenza, incrementando i viaggi e le avventure sentimentali. Ma ciò che più sorprende è la permanenza in Ungaretti, nonostante lo scorrere del tempo, di alcune caratteristiche proprie del bambino e dell’adolescente: l’ingenuità, l’istintività, la curiosità, la purezza, la capacità di stupirsi, la tendenza a dire bugie, a fare capricci, ripicche e dispetti, a fantasticare, a ribellarsi. A proposito di bugie ed ingenuità è significativo come Ungaretti, nel secondo dopoguerra, tentò di nascondere una parte della sua vita, negando con ostinazione di essersi iscritto al partito fascista, di aver conosciuto personalmente ministri e gerarchi, di aver chiesto a Mussolini la prefazione per il Porto, di aver svolto un ruolo attivo nelle politiche culturali del regime.

Nel giorno del suo 80° compleanno disse: «Non so se sono stato un vero poeta, ma so di essere stato un uomo; perché ho molto amato e molto sofferto, ho molto errato e ho saputo, quando potevo, riconoscere il mio errore, ma non ho odiato mai» (L. Piccioni,  Avanti vecchio capitano, «La Fiera Letteraria», 22 febbraio 1968, ora in B. Di Monaco, I Maestri, scelta di articoli de «La Fiera Letteraria» dal 1967 al 1968, Lucca 2012).

Per un approfondimento su questi temi si suggerisce Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019, libro da cui sono tratti anche i documenti di seguito proposti;  i documenti vanno letti tenendo presente che quelli inseriti nella colonna di destra  presentano alcune novità sulla vita di Ungaretti.

«Ungaretti è un uomo: differisce da tutta la schiera dei piccoli letterati lecchini perché è un uomo: ha della ispirazione, del temperamento, della strafottenza e dell’energia. È, prima d’essere un poeta, un carattere. La vita può averlo piegato a certe necessità, a certe miserie; l’orgoglio può fargli velo; ma egli ha sempre nel cuore qualche favilla dell’entusiasmo dei vent’anni, dell’età in versi: si entusiasma per Mussolini (“è un uomo bellissimo”), ma se gli parli dei condannati politici, domanda dove sono, ci si appassiona, si sente che in quel momento, parteggia vivamente per loro (…). Ha di sé, naturalmente, grandissima idea: “Tutta la poesia francese più moderna deriva da me: Jean-Jouve, tutti, derivano da me; ma non lo dicono, non lo diranno mai”. Ma d’altra parte, non fa mai questione di recensioni e di recensenti; non divide il mondo in due parti: quelli che dicono bene di lui e quelli che dicono male! Ha ancora tanta energia da mandare a far fottere, gli uni e gli altri. È estroso, è capriccioso; per la strada parla a voce alta, inveisce, urla, fa voltar la gente; ma portato in Castelletto, sente vivamente la bellezza di Genova, quel colore grigio smorto dell’ardesia; e vede, e mi mostra, quello che io non ho mai veduto: i toni verdi, i tocchi verdi delle cupole di certe chiese. Farà un articolo su Genova un po’ fantastico, ma certo qualcosa ha veduto. Egli non è soltanto un uomo che sa a memoria dei versi di Paul Valéry, e li rimastica come Montale; egli non vede solo i colori, e null’altro, come Comisso; egli ha delle idee e del sentimento. Già, si è ancora fatto prima della guerra; le sue radici affondano in quell’humus remota. Di letteratura si è parlato molto. Egli detesta Ojetti, è la sua ossessione. “Quell’uomo mi ruba tremila lire al mese, capisci? Tremila lire, no? Tremila lire che a me servirebbero per poter scrivere delle poesie bellissime, che lui non potrà scrivere mai. E questo è gravissimo, capisci? È gravissimo, no?”. Queste cose le urlava in piazza Fontane Marose. Poi, a un bel momento, la sua furia finisce in una risata, ed egli dichiara che poi, in fondo, egli non se ne fa niente, e che per lui l’Accademia è un pozzo di m…; e credo sia sincero (…). Quanto alla politica, Ungaretti non sa neppure lui cosa pensi; ammira Mussolini ma poi, in fondo, è sempre uno sbandato, un vagabondo lucchese, la sua indipendenza e la sua strafottenza si fanno risentire in tutti i suoi giudizi. Conosce bene la Francia, ma è pronto a fare una guerra; ma bisogna dargliele da soli, se no siamo rovinati nella reputazione del mondo. Ungaretti è troppo uomo di popolo per non essere nazionalista; lo è al modo degli emigranti, ma lo è» (G. Ansaldo, Il Giornalista di Ciano, Diari 1932-1943 [13 ottobre 1932], Il Mulino, Bologna 2000, pp. 20-21).

 

«Su quel viaggio in Sardegna [settembre 1955] se ne potrebbe raccontare tante. Su un pullman, una volta, in un lungo viaggio notturno verso Nuoro ed Orgasolo, zona di banditi e di recenti fatti, il nostro gruppo taceva non senza, in quel buio, in quelle curve, un po’ di preoccupazione. Ci parve ad un certo momento di notare un blocco stradale, ed alla nostra ansia rispondevano gli strilli felici di Ungaretti: “Ci sono i banditi, ci sono i banditi», disponibilissimo a quell’avventura” (L. Piccioni, Vita di Ungaretti, Rizzoli, Milano 1979).

 

«Quando lo conobbi vestiva sempre da soldato, appunto perché congedato da pochissimi giorni: una lacera divisa stinta che sembrava passata attraverso varie caldaie disinfettanti, una povera divisa da fante scalcinato la quale, a giudicare dall’aspetto, doveva avere uno stato di servizio meraviglioso come una di quelle rapide motivazioni di ricompense al valore (…). Venne da Vallecchi in compagnia di Papini e, mi pare, di Pancrazi (…). Ungaretti giunse con una valigetta sfiancata entro la quale, gettato alla rinfusa, c’era di tutto un po’: libri, manoscritti, biancheria. Perfino una bamboletta porta-fortuna: una di quelle bambolette in costume da femme d’apache venute da Parigi con la moda della stagione. Quello che Ungaretti disse nel breve tempo in cui si trattenne da Vallecchi, non riuscirò mai a ripeterlo. Ogni parola detta da lui con la sua aria assente acquistava un sapore di comicità così indiavolata ch’era impossibile non riderne di gusto. Ma per farsene un’idea bisognerebbe conoscere il tipo e per quanto ci si possa ingegnare a fermarne i tratti più caratteristici, la descrizione rimarrà sempre molto al disotto del vero» (A. Franci, Il servitore di Piazza, Vallecchi, Firenze 1922, p. 186).

«Viaggiatore e osservatore imperterrito, quello che non conosce fatica e non si concede riposo: pregiatore e cercatore, d’altronde, degli agi legittimi e dei conforti indispensabili a riparare la fatica: buongustaio all’assaggio delle buone immagini senza premeditati schiocchi di lingua, nel praticare ogni attenta ricerca, investigazione, esplorazione, analisi. Tale Ungaretti nel viaggio che lo condusse attraverso la Spagna quest’anno di primo luglio [1953] (ch’è il tempo meno turisticamente adatto a ibereggiare), per invito dell’Università di Salamanca. Compagno generosissimo e buono, colmo di soccorrevoli intuiti dietro le sue iridi ferme, color pervica, da parer quelle d’un matematico o di un denegante contabile, mentre la contabilità e la denegazione sono sconosciuta disciplina al suo cuore e ignota prassi per un portafoglio sincrético e a un tempo idealmente scucito; egli ebbe la rara sfortuna di avermi seguace nel viaggio e l’eroica gentilezza di fingere non avvedersi del mio nullo eroismo» (questo ricordo di Carlo Emilio Gadda è in P. Bigongiari – G. Ungaretti, «La certezza della poesia», Lettere (1942-1970), Polistampa, Firenze 2008, p. 172).

 

«E anche quando Ungaretti s’infervorava a quel modo che tutti i suoi amici conoscono, e gridava la sua opinione o la sua condanna o la sua lode a voce altissima, come se non potesse frenare furore o entusiasmo, anche allora i suoi familiari lo guardavano e ascoltavano tranquilli, sicuri per esperienza che presto la tempesta si sarebbe placata in quel sorriso che agli ignari pare crudele, satanico e che invece non oltrepassa mai gli umanissimi limiti dell’amarezza o del compiacimento. E poi, Ungaretti quando “esplode” è sempre sincero, appassionato, e se per avventura gli capitasse di mostrarsi ingiusto, siate certi che, passata la prima ondata, sarà lui il primo a riconoscere d’aver avuto un po’ di torto. (Non tutto il torto però, perché in ogni indignazione c’è sempre una causa giusta da difendere)» (G. B. Angioletti, Il poeta di Marino, in Ungaretti a Marino. Giornata di ricordi e onoranze, a cura di Ugo Onorati, Biblioteca di interesse locale “G. Torquati”, Marino 1990, p. 35.