Il pensiero politico

 

 

È noto che Ungaretti simpatizzò per il fascismo fin dal suo sorgere, e che conobbe ed ammirò Mussolini ben prima della marcia su Roma del 1922. Gli studiosi, nell’analizzare l’adesione del poeta al fascismo, hanno evidenziato aspetti diversi: la fedeltà del poeta-soldato alla sua antica amicizia col Duce, piuttosto che all’ideologia fascista; l’ovvietà di quella adesione, avvenuta alla pari della stragrande maggioranza degli intellettuali italiani; l’incanto esercitato su Ungaretti dall’immagine pararivoluzionaria e antiborghese di Mussolini; l’ammirazione con cui il duce guardava al poeta; la capacità di Ungaretti di sfruttare il suo ascendente su Mussolini per aiutare antifascisti ed ebrei in difficoltà a causa delle leggi razziali (Walter Mauro, Vita di Giuseppe Ungaretti, Camunia, Milano 1990). Qualche studioso, però, ha messo in luce come il poeta non si limitò a subire il fascismo, aderendovi in maniera consapevole e propositiva: partecipando al Convegno per la Cultura Fascista di Bologna del 1925; proponendo di fondare l’Accademia d’Italia; svolgendo un ruolo importante nel Sindacato Nazionale Fascista degli Autori e Scrittori; ricevendo una sovvenzione mensile dal Ministero della Cultura popolare (Robert Dombroski, L’esistenza ubbidiente, letterati italiani sotto il fascismo, Guida, Napoli 1984).

Tuttavia, anche chi ha evidenziato il coinvolgimento attivo del poeta nelle politiche culturali del regime fascista, ha forse trascurato un paio di aspetti importanti. Innanzitutto il ruolo di propaganda svolto da Ungaretti sulla stampa fascista, ad esempio in occasione della guerra etiopica e della campagna antifrancese: scrisse una quarantina di articoli sul «Tevere», il giornale fascista diretto da Telesio Interlandi; redasse articoli di propaganda anche sulla «Gazzetta del Popolo», qualcuno piuttosto spregiudicato; scrisse altri articoli di propaganda su «Quadrivio».

Inoltre, contrariamente a quanto finora ritenuto, Ungaretti non si allontanò dal fascismo e dal Duce a partire dalla fine degli anni Trenta – a seguito delle leggi razziali nel 1938, del patto d’acciaio coi tedeschi nel 1939 e dell’entrata in guerra a fianco della Germania nazista nel 1940 – per poi assumere una posizione di aperta avversione verso l’Italia fascista e il suo alleato tedesco. Al contrario, rimase legato al regime almeno fino all’annuncio dell’Armistizio con gli Alleati nel settembre 1943. Va anche detto, però, che l’ammirazione (si potrebbe parlare d’amore) per Mussolini non gli impedì di solidarizzare con scrittori antifascisti o ebrei in difficoltà, sebbene il suo aiuto si rivolse, più che agli “antifascisti” e agli “ebrei”, agli “scrittori”, soprattutto se da lui apprezzati. Con questo stesso approccio, nel dopoguerra, si avvicinerà ad esponenti della Democrazia Cristiana chiedendo – proprio come aveva fatto con Mussolini e con i gerarchi fascisti – attenzione per sé e per tanti artisti da lui stimati.

Per un approfondimento su questi temi si suggerisce Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019, libro da cui sono tratti anche i documenti di seguito proposti;  i documenti vanno letti tenendo presente che quelli inseriti nella colonna di destra  presentano alcune novità sulla vita di Ungaretti.

 

«Non ho mai avuto nel Partito fascista nessuna attività. Si può dire che non conoscessi un gerarca. Le persone con le quali avevo relazioni strette erano scrittori, artisti, intellettuali italiani o stranieri che non facevano politica, o che, se avevano opinioni politiche, erano, nella maggior parte dei casi, antifascisti (…). Avrò veduto Mussolini, da quando il Fascismo giunse al potere, cinque o sei volte in tutto, e fu sempre per invocare attenzione o condono di pena a amici miei antifascisti (…). Occupo la cattedra di letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Roma. Essa mi fu data in applicazione della legge Casati “per alta fama e competenza nella materia”, fama e competenza che da nessuno può essermi negata. La cattedra fu reclamata per me da tutti i giovani scrittori e artisti italiani, da quegli stessi che nella lotta partigiana si dimostrarono più ardenti» (memoriale difensivo di Ungaretti, senza data, ma estate 1944, presentato in occasione del processo d’epurazione, Archivio centrale dello Stato).

 

 

 

 

 

 

 

«I°) La Commissione di I° grado non si è accorta che la nomina del prof. Ungaretti fu disposta per ordine di Mussolini al Ministro Bottai (…). 2°) Il provvedimento di nomina (legalizzato in base alle leggi fasciste testo unico 13 agosto 1933 n. 1592 art. 81 e R.D.L. 20 giugno 1935 n. 1071 art. 8 e non in base alla legge Casati come il prof. Ungaretti sostiene (…) fu preso in seguito a relazione del Ministero degli Esteri in cui si lodava “il contegno politico ispirato a saldezza di sentimenti nazionali e fascisti” manifestati dal Prof. Ungaretti con “intransigenza” durante il suo soggiorno in Brasile fino alla rottura delle relazioni diplomatiche di quel Paese con l’Italia (…). 3°) La Commissione non sembra aver rilevato importanza di vari scritti del prof. Ungaretti: a) la poesia “Popolo” (…) dedicata a Benito Mussolini; b) la prefazione dell’autore allo stesso volume “Allegria di naufragi” in cui si ricorda quella poesia esaltando il “duce” e le sue imprese (…); e soprattutto d) la lettera a Federzoni in data 17 aprile 1940 in cui il prof. Ungaretti chiedeva, col tipico gergo del ventennio, di rientrare in Italia affinché potesse dare nella guerra eventuale “la sua prova di disciplina e di fede”. La Commissione non ha rilevato neanche il significato della prefazione di Mussolini alla prima edizione del “Porto sepolto” del prof. Ungaretti. (…) rilevo inoltre: dall’esame della rubrica sovvenzioni del Ministero della Cultura Popolare risulta che il prof. Ungaretti percepì un assegno di L. 1.500 mensili dall’agosto 1934 al novembre 1942 figurando così fra i pubblicisti protetti dal cessato regime come servi particolarmente “fedeli”» (Ricorso dell’Alto commissariato aggiunto per l’epurazione, 2 gennaio 1945, Archivio centrale dello Stato).
 

«Quanto discorrere, poi, di quella presentazione di Mussolini: giovi riproporla per quel, più o meno sommesso, polemizzare che vi si è fatto intorno, ieri e ieri l’altro, a causa di quel provinciale gusto del “mormorare” che non manca certo al nostro mondo letterario (…). Ungaretti, anarchico ma interventista, e Mussolini, socialista, direttore dell’Avanti!, ma interventista anche lui, si conobbero, dunque, in prossimità della guerra. Mussolini non lo ricorda già più nel ’23: ricercato da Ettore Serra per quella prefazione di comodo, ritrova Ungaretti “poeta” e dedito a ritagli di giornale al ministero degli Esteri! Nei rari rapporti che ebbero in seguito, strano a dirsi, Mussolini subiva piuttosto Ungaretti, affascinato, forse, dal suo disinteresse, dalla sua sincerità negli slanci dell’animo appassionato, senza mai calcoli in nessun senso, in ingenue credulità certo assai insolite anche allora. E la conoscenza con Mussolini servì ad Ungaretti piuttosto per aiutare qualche amico perseguitato antifascista (o per farsi tirar fuori dal carcere lui stesso quelle due o tre volte che fu arrestato per i suoi discorsi focosi: in difesa degli ebrei, ad esempio, in difesa della libertà) che non certo per un solo pratico suo vantaggio. Costretto a cercar lavoro d’insegnamento in Brasile ancora nel ’36! (…). Nel ’30 nasce il figlio Antonietto, nel ’36 muore il fratello rimasto ad Alessandria; nel ’39, durante il felice soggiorno in Brasile, la terribile morte del bambino di nove anni («Nove anni chiuso cerchio …») la guerra, la guerra vissuta da lontano, il ritorno alla patria che s’avvia alla sconfitta, eppure la cattedra di letteratura italiana che gli viene affidata «per chiara fama», la nomina ad Accademico d’Italia – ma prima ancora arresti per motivi politici per il suo accanito gridare in difesa degli ebrei e contro la Germania – poi, nell’immediato dopoguerra, un assurdo processo d’epurazione con il quale avversari di varia natura vorrebbero colpirlo (…). Agosto 1939: scoppia la guerra di Hitler. Ansietà, orrore. Giugno del ’40 l’Italia, contro tante speranze, rompe la “non belligeranza”, si schiera in guerra con la Germania, contro la Francia e gli occidentali. Più tardi (nell’agosto del ’42) anche il Brasile entrerà in guerra contro l’Asse a fianco degli Stati Uniti e dell’Inghilterra. Ungaretti, la famiglia, gli italiani, saranno, in pratica (anche se benissimo trattati), sotto controllo. In quegli anni Ungaretti torna via via in Italia, per visite, per contatti. Prima del ’39 certi suoi ritorni si trasformano in grandi “rimpatriate” con gli amici: Tofanelli racconta di sere molto divertenti, e non poco scatenate, passate insieme a Ungaretti a Milano con tanti altri amici. Poi, via via, è diverso. Ungaretti parla contro la Germania, s’indigna per la campagna contro gli ebrei, invoca il nome del suo amico Saba, gli si rompe il cuore a pensare agli amici francesi, dice che Mussolini ha perso la testa (…). Ungaretti viene (ancora una volta) arrestato: viene condotto in una casa del fascio, trattenuto in una camera di sicurezza più di una giornata (…). E viene il 1942, la guerra precipita, il Brasile è in belligeranza: si torna in Italia, si torna a condividere l’ultimo atto, quello della sconfitta, dell’occupazione, dei bombardamenti, della borsa nera, delle sofferenze e delle offese inflitte all’umanità: si vanno a vivere altri anni del Dolore. Gli italiani che erano in Brasile dovevano scegliere: o andare in campi di concentramento (così fece Occhialini) o ritornare in patria (…). Infuriano in Italia i bombardamenti: s’avvicina l’azione delle fortezze volanti che colpiranno anche San Lorenzo, l’uscita di Papa Pio XII tra la gente del popolo, in mezzo a morte e macerie, la tunica candida macchiata di sangue. Sul numero di Parallelo dell’estate del ’43 appare una invocazione poetica di Ungaretti. «Poeti d’oltreoceano, vi dico: “O compagni, cari una volta, / Cessate l’offesa alle tombe…”.» Ne resterà il frammento bellissimo Non gridate più («Cessate di uccidere i morti, / Non gridate più, non gridate / Se li volete ancora udire, / Se sperate di non perire. // Hanno l’impercettibile sussurro, / Non fanno più rumore / Del crescere dell’erba, / Lieve dove non passa l’uomo» (…). Ma quel numero di Parallelo, appare in piena sconfitta: c’è già stato il “bagnasciuga”. Arriva l’8 settembre, i carri armati tedeschi entrano a Roma: a San Giovanni un gruppo di giovani della Resistenza tentano di affrontarli, c’è tra i giovani più coraggiosi il professore di filosofia di Ninon, Ivella, amico, poi tanto prematuramente scomparso. C’è l’occupazione, il terrore, la caccia agli ebrei, la borsa nera. Ungaretti ospita una signorina ebrea, non è certo tranquillo (…).  In un modo o in un altro, i mesi passano, se ne va il tremendo inverno: con il sole di giugno (4 giugno del ’44) arriva la Liberazione. Gli Alleati, i francesi, gli inglesi, gli americani sono subito gentilissimi con Ungaretti, lo cercano, lo vanno a salutare, portano messaggi di tanti amici con i quali i fili erano caduti: nelle ambasciate riaperte, nei consolati che tornano a funzionare, Ungaretti è subito di casa. Ma per gli italiani, per certi italiani, almeno, le cose vanno diversamente: c’è l’esplosione della facinorosità, della demagogia, ed anche della invidia, dei piccoli conti letterari da regolare. C’è chi se ne approfitta. Il sindacato scrittori, guidato non importa da chi, chiede l’espulsione di Cecchi, di Baldini, di Bontempelli, di Ungaretti. Ungaretti è sottoposto a tre gradi di giudizio, e tutte tre le volte, le successive commissioni, composte da rappresentanti di tutti i partiti, riconoscono nelle loro sentenze che non poteva a Ungaretti “esser mosso alcun addebito”. Ma non è finita. La nomina a professore universitario senza concorso è ritenuta arbitraria (…). Tanta tensione nervosa, tante sofferenze e tragedie, tante difficoltà ebbero maligno influsso sulla salute di Ungaretti, una salute di ferro, per fortuna, tale da scoraggiare qualsiasi malattia: così fu anche di un infarto che lo colpì nel ’46, probabilmente di origine nervosa» (L. Piccioni, Vita di Ungaretti, Rizzoli, Milano 1979).

 

 

 

«Ricorro a V.E. come ad un signore della Rinascenza: quando l’Italia è stata grandissima nel mondo, i potenti non sdegnavano di coronarla di bellezza (ch’è la sola cosa non peritura). Poche righe di prefazione da parte di V.E. – quando le gravi cure dello Stato le daranno un momento di tregua – sarebbero per me, agli occhi di tutti, un gran segno d’onore. Il libro – ornato da un giovine che forse è il nostro migliore silografo – sugli esempi dei grandi maestri del 4 e 500 – si propone anche di presentarsi come un rinnovamento dell’arte italiana del libro – caduta da 50 anni allo stato di decadenza che V.E. non ignora. Sarei profondamente lieto se V.E. potesse concedermi una breve udienza (lettera di Ungaretti a Mussolini del 5 novembre 1922, Archivio centrale dello Stato).

 

«Carissimo Mussolini,

con Odenigo, redattore capo del Corriere Italiano, siamo rimasti d’accordo a questo modo: farei per il Nuovo giornale un lavoro informativo di politica estera e mi sarebbe dato un piccolo compenso per integrare quello che ricevo dallo Stato. La cosa diverrebbe definitiva se approvata da S.E. Finzi. V’imploro: dite una parola in mio favore a S.E. Finzi. Ho dato tanto al mio paese: in sacrifizi, in altro modo: pochi cittadini hanno dato tanto. V’imploro» (lettera di Ungaretti a Mussolini, senza data, ma primavera-estate 1923, in Archivio centrale dello Stato).

 

«La verità è spiacevole da capire per alcuni, ma che volete! I fatti sono là, probanti. I demagoghi dicono sempre ai fascisti: voi avete ucciso Matteotti voi avete strangolato la libertà. Per loro questo è tutto il regime. Ora i fascisti hanno costruito, le loro opere sono visibili. È questo che io ho voluto mostrare nella mia conferenza» (Intervista rilasciata a R. Leurquin, La letteratura e la nuova Accademia d’Italia, un’intervista al poeta italiano Giuseppe Ungaretti, «Midi», Bruxelles 17 marzo 1926, ora in Rosario Gennaro, La risposta inattesa. Ungaretti e il Belgio tra politica, arte e letteratura, Franco Cesati, Firenze 2002).

 

«Mio Duce, redattore del Popolo d’Italia nel 1919, diciannovista, chiedo l’insigne onore di non essere dimenticato nella lista [Accademia d’Italia] di quelli che furono fedeli fin dalla prima ora. La mia vita è sempre vostra, e ne farete, quando vorrete, ciò che vi parrà. Prego Iddio che benedica sempre la vostra opera» (lettera di Ungaretti a Mussolini del 18 febbraio 1929, in Archivio centrale dello Stato).

 

«Giuseppe Ungaretti vecchio camerata della Rivoluzione e combattente della Grande Guerra, oltre che il maggiore, senza dubbio, dei poeti militanti, si trova in disagiate condizioni economiche, pur avendo moglie e figli a suo carico. Sarebbe bello provvedere ad una modesta sistemazione nell’insegnamento. Egli vi entrerebbe con gioia e porterebbe nella scuola ardore di giovinezza, sicurezza di gusto, umanità di dottrina. Occorrerebbe che S.E. il Ministro dell’Educazione Nazionale gli ottenesse o un incarico di letteratura francese, di cui l’Ungaretti è competentissimo, in un Istituto Superiore, o l’insegnamento letterario in un’Accademia di Belle Arti, provvedendo d’autorità» (Promemoria redatto dal Partito Nazionale Fascista, trascritto nella lettera a De Robertis, 5 aprile 1934, Ungaretti-G. De Robertis, Carteggio 1931-1962, Il Saggiatore, Milano 1984, pp. 11-12).

 

«So da Volpicelli che avete pensato a creare per me una cattedra di letteratura contemporanea comparata (immagino: comprendendovi il Romanticismo, partendo dal Romanticismo), e che in un primo momento la nomina sembrava imminente, e che poi, essendosi presentate delle difficoltà, è stato deciso per rendere possibile la cosa di trasferire a Roma una cattedra di altra Università, aspettando che si producessero circostanze favorevoli a questo movimento.

Di tutto questo vi sono profondamente riconoscente. Vi dicevo però che la mia salute e quella dei miei non mi permetteva di aspettare tanto. E nello stesso tempo vorrei anche dirvi che mi dispiacerebbe troppo di morire qui. Al mio bimbetto, quando ancora credevo si potesse salvare, – e poche ore dopo Iddio me lo richiamava a sé, – gli promettevo che l’avrei riportato in Italia. Devo riportare le sue ossa in Italia. Devo avere il tempo di poterlo fare. Nell’attesa della nomina all’Università, bisognerebbe cercare qualche altra cosa per me. Non so: col Duce, con Ciano, che è sempre stato per me come un fratello, con Federzoni, con Pavolini; o in un Istituto di cultura all’Estero, non troppo distante dall’Italia, o all’Irce, per conferenze alle Università per stranieri o ispezioni, e in genere per tutto quanto riguarda la diffusione della nostra cultura all’estero: problemi che conosco a fondo; o all’esposizione del 42 (organizzando un reparto di letteratura it. dal Romanticismo ad oggi), o a dirigere la terza pagina d’un giornale, impegnandomi a farvi degli elzeviri politici: insomma un qualsiasi posto che mi permetta di vivere in quella dignità che il nome che ho anche fuori di Patria, esige. Perdonatemi, amico mio, questa lettera. Si tratta di salvare un uomo, e di più: la famiglia d’un uomo, – che ha sempre fatto il suo dovere e che la sventura non ha mai risparmiato, né la calunnia» (lettera di Ungaretti a Bottai del 18 marzo 1940, Archivio centrale dello Stato).

 

«Perché dovrei nascondere qualche cosa della mia vita? È pura come un cristallo, coraggiosa come quella di un leone. Dunque si faccia la nota sulla prefazione di quell’orribile Porto Sepolto curata, a quei tempi – non più come in quelli del primo Porto – in modo perfettamente cretino, illustrazioni, carta e prefazione. «Ho conosciuto Mussolini ai tempi che era ancora Direttore dell’“Avanti” e collaborava alla “Voce”. Non so perché, ma gli ero apparso, e anche dopo, come un mito del disinteresse, della credulità, se si vuole, o d’una sincerità negli slanci dell’animo senza mai calcoli, in nessun senso.

In seguito, ai tempi del Fascismo, non mi iscrissi a quel Partito, non ne conobbi i gerarchi, nemmeno uno (…). Quello che ho fatto, per quella specie d’incanto che una volta avevo prodotto su Mussolini e in lui permaneva, fu di ottenere che fosse liberato dal confino uno dei miei più vecchi amici, il comunista Gigi Salvatori, e fu che fossero messi in libertà tanti altri antifascisti, fu che chiudessero un occhio quando feci scappare dall’Italia e da certo arresto, Andrea Caffi e che gli ottenni un posto da precettore. Furono mille altri fatti dello stesso genere. Ottenni per Caffi perché potesse vivere a Parigi e farvi a suo agio l’affermazione dei suoi convincimenti, il posto di precettore dei figli della Principessa di Bassiano (…). Durante il Fascismo fui arrestato moltissime volte perché usavo gridare a quell’epoca, in luoghi pubblici, caffè o strade, che tutto quello che si faceva in Italia era pessimo. Poi ero subito liberato. Mussolini è stato, l’ho già detto, sempre debole verso di me, qualsiasi atteggiamento osassi assumere. Durante l’occupazione, ospitai Ebrei in casa mia. In quel periodo quando incontravo militari nazi non riuscivo dal trattenermi di gridare “assassini” (…). Mi pare che basti per quelli che arricciano il naso, per una prefazione che non dice nulla, salvo che era stato un uomo singolare nella sua vita e che viveva d’un povero lavoro di spoglio di giornali francesi per un bollettino del Ministero degli Esteri, lavoro che mi era stato affidato ai tempi di Sforza. Basta! Questa nota, che correggerò sulle nuove bozze, venga integralmente pubblicata» (lettera di Ungaretti a Piccioni del 6 maggio 1969, Giuseppe Ungaretti, L’allegria è il mio elemento, Trecento lettere con Leone Piccioni, Mondadori, Milano 2013, pp. 345-347).

 

 

«Carissimi, non ho mai avuto tanta fede nel Duce, nel Fascismo e nell’Italia quanta in questo momento. Sono un uomo vecchio, e non più buono ormai a gran cosa; ma potrei forse ancora fare un po’ di bene. Se il Duce giudica che il mio ritorno possa essere di qualche utilità per la propaganda fra le truppe in prima linea, o in qualche modo, vorrei tornare. Vi prego di far giungere al Duce questo mio desiderio» (lettera dell’11 dicembre 1940 di Ungaretti a Bottai e Volpicelli spedita dal Brasile, in Archivio centrale dello Stato).

 

«Ha fatto la sua riapparizione a Roma il poeta e scrittore Giuseppe Ungaretti, che fu per lunghi anni professore di lettere italiane a Rio De Janeiro. L’Ungaretti proclama colla massima convinzione – tanto da impressionare i suoi ascoltatori più scettici – che la vittoria dell’Asse in questa guerra è assolutamente sicura. Tutta la politica e la pratica bellicistica degli Stati Uniti sarebbe – secondo l’Ungaretti – null’altro che un bluff colossale. La verità sarebbe, che nessun americano vuole battersi e rischiare la propria pelle. Agli oppositori, i quali osservano che la vittoria della Germania significherebbe la sottomissione dell’Italia, Ungaretti replica: meglio Hitler che Stalin» (informativa di polizia politica, 11 giugno 1942, Archivio centrale dello Stato).

 

«Mi pareva che quel suo comportamento [nei rapporti con la DC] rispondesse ad una sua profonda, radicata astuzia, nascondesse una sua brama di successo, e che per questa brama egli ora dichiarasse di essere in accordo con coloro che detenevano il potere, con l’Italia ufficiale. Ed allora mi si poneva l’interrogativo se anche prima, se anche durante il fascismo, in quegli scritti che ora erano stati dimenticati e messi da parte, di celebrazione di Mussolini e del fascismo, non vi fosse tanto un’ingenua volontà di compromettersi per una vecchia amicizia, la volontà di essere fedele a qualcosa in cui in qualche modo avesse creduto, e non vi fossero soltanto l’ansia, la brama di essere compreso, che si comprendesse la sua poesia, la sua ansia poetica, che gli si desse lo spazio che gli spettava, ch’egli meritava da parte dei potenti; ma che vi fossero ancor più il segno dell’opportunismo, la postulazione e la sottomissione al potere per un proprio vantaggio» (S. Guarnieri, Testimonianza su Ungaretti con tentativo di interpretazione, Atti del convegno internazionale su Ungaretti, 3-6 ottobre 1979, Urbino 1979, pp. 699-700).