La formazione letteraria

 

Ungaretti, sebbene lui stesso ha ripetutamente sostenuto il contrario, non ha svolto studi classici: conseguita la licenza elementare presso la scuola «Don Bosco» di Alessandria d’Egitto, rimase in quell’istituto salesiano per frequentarvi il biennio della Scuola per Arti e Mestieri; poi, a quindici anni, si iscrisse alla Ecole Suisse Jacot scegliendo l’indirizzo linguistico-commerciale, conseguendo nel 1906 il titolo di ragioniere; solo sei anni dopo si iscriverà all’Università della Sorbona a Parigi dove, sebbene il poeta dichiarerà in seguito di aver conseguito un Diploma di studi superiori in filologia, nel 1914 conseguirà (dopo due anni di studi) un semplice Diploma in filologia.

Come si vede, Ungaretti seguì un percorso formativo singolare e tribolato. Non si hanno certezze sul suo primo biennio di scuola elementare, trascorso forse sui banchi della «St. Joseph», la stessa scuola francese, gestita dai Fratelli delle Scuole Cristiane, dove aveva studiato il fratello Costantino. Poi ci furono i cinque anni alla «Don Bosco» – l’ultimo triennio delle elementari e il biennio della scuola professionale – una scuola frequentata da alunni provenienti da famiglie italiane, greche e egiziane. Alla «Don Bosco» Ungaretti ebbe come insegnante Salvatore Puddu, un giovane salesiano di Oristano. Il missionario ebbe un ruolo molto importante nella formazione di Ungaretti: insegnandogli a leggere e a scrivere, e incoraggiandolo a tenere un diario; infondendogli l’amore per la lettura, utilizzando, ad esempio, il Cuore di Edmondo De Amicis e i romanzi di Emilio Salgari; presentandogli Leopardi in maniera tanto appassionata da farglielo amare. Don Puddu, infine, lui stesso poeta, incoraggiò il suo alunno a scrivere poesie. Tuttavia il poeta, in seguito, esprimerà un giudizio negativo sul periodo «infelicissimo» trascorso alla «Don Bosco», giudizio un po’ ingeneroso nei confronti del missionario sardo, stridente sia con le attenzioni riservategli da don Puddu quand’era suo maestro, sia con la stima profonda dello stesso Ungaretti nei confronti del salesiano, considerazione rimasta viva negli anni e manifestata dal poeta in più occasioni, sebbene solo in privato.

Vi fu poi l’esperienza presso l’Ecole Suisse Jacot, dove studiò tre anni in francese; Ungaretti – come è comprensibile – di quegli studi ci ha fornito solo notizie sulle materie letterarie e sui relativi docenti: il professor Kolher che, a volte, invece di spiegare la letteratura francese utilizzando il manuale scolastico, portava in classe il «Mercure de France», la rivista portavoce del movimento simbolista; il professor Pickles (docente d’inglese) che lo faceva studiare sul «Royal readers», il poeta l’ha descritto come un invincibile giocatore di football «stretto in un giacchettino a vita, calzoni chiari appiccicati alle cosce, scarponi madornali, due tartarugoni sotto a un paio di nodose pertiche». Frequentando la scuola svizzera, Ungaretti s’avvicinò alla letteratura europea, iniziando a studiare Mallarmé, Baudelaire, Nietzsche e Poe.

Importanti per la sua formazione furono anche gli anni tra il 1906 e il 1912, un periodo di ben sei anni durante i quali visse in Egitto senza frequentare scuole né università. In quegli anni, decisamente trascurati nei racconti autobiografici e nei libri di Piccioni, Ungaretti lavorò presso un paio di aziende di import-export; e, soprattutto, coltivò le sue ambizioni letterarie leggendo molto e scrivendo – fin dal 1907 – su numerosi giornali alessandrini – «Al-Liwa», «Risorgete!», «Idea», «Unione della democrazia» e «Messaggero Egiziano» – occupandosi di politica, arte e letteratura. Ungaretti in questi anni scrisse anche le sue prime poesie e seguì con grande attenzione i movimenti letterari del tempo, abbonandosi anche alla «Voce» di Prezzolini. Fra i suoi autori preferiti dell’epoca figuravano, ad esempio, Roccatagliata Ceccardi, Johann Wolfgang von Goethe, Guido Gozzano, Arthur Schopenhauer ed Elvira Simonatti Spinelli. Per capire i suoi gusti artistici del tempo sono utili alcuni articoli apparsi sul «Messaggero Egiziano» in cui Ungaretti parlava di Salgari, recensiva (ricoprendoli di sperticati elogi) Il martirio di San Sebastiano di D’Annunzio e Revolverate di Gian Pietro Lucini, traduceva un racconto di Poe, parlava di Marie-Claire, il romanzo di Marguerite Audoux. Scrisse persino un saggio sul Pascoli apparso sulla rivista «Grammata» nel gennaio 1912. Dunque, contrariamente a quanto sostenuto da Piccioni, la poesia di Ungaretti non sbocciò improvvisa nel 1914 in maniera totalmente autonoma dalle correnti poetiche del tempo.

Poi ci fu il periodo alla Sorbona, dove il poeta si iscrisse direttamente alla Facoltà di Lettere, senza una precedente esperienza in quella di Giurisprudenza, come invece è stato a volte sostenuto dall’interessato. Giunse a Parigi sul finire del settembre 1912 iscrivendosi ai corsi per conseguire il certificato in Filologia di durata annuale. Poi cambiò idea, rimanendo un secondo anno e conseguendo il diploma in Filologia. Conosciamo i nomi di alcuni dei suoi professori: Louis Auguste Léon Gazier, Gustave Lanson e Fortunat Strowzki per la letteratura francese; Joseph Bédier, Alfred Jeanroy e Jean Boy per la filologia romanza; Antoine Thomas per il francese medioevale, François Picavet per la filosofia medioevale e Victor Delbos per la filosofia moderna. In quei mesi frequentò anche qualche corso al Collége de France: quello di psicologia tenuto da Pierre Janet e soprattutto quello di Henri Bergson sulla intuizione e sulla durata della dimensione temporale. Per conseguire il diploma alla Sorbona preparò, seguito da Strowzki, una tesina sull’ispirazione poetica di Maurice de Guérin, diplomandosi in filologia il 28 maggio 1914.

Durante quel soggiorno parigino Ungaretti non si limitò a seguire i corsi universitari, frequentando assiduamente salotti e caffè letterari. Ebbe così modo di conoscere molti scrittori e artisti che gravitavano nella Parigi dell’epoca: i poeti Apollinaire, Claudel, Fort, Gide, Mercereau e Péguy; i pittori Braque, Giorgio De Chirico, Albert Gleizes, Gris, Léger, Modigliani, Picasso, Alberto Savinio e Gino Severini; lo scultore Raymond Duchamp-Villon; il compositore Satie e lo scrittore Rivière. Non c’è dubbio che l’immersione in quel “brodo” letterario ed artistico ebbe grande influenza sulla formazione culturale del poeta; ma va anche detto che quel suo primo soggiorno parigino è stato da lui alquanto mitizzato, sia enfatizzando gli incontri lì avvenuti, sia amplificandone a dismisura la durata. Infatti di quel soggiorno, di appena venti mesi, il poeta dirà di volta in volta che era durato cinque, sei e persino otto anni. Forse Ungaretti voleva in quel modo dipingersi con una formazione ancora più francese (e “parigina”) di quanto in realtà non fosse; e per farlo cancellò la sua presenza ad Alessandria d’Egitto proprio negli anni (1906-12) durante i quali, come abbiamo visto, s’era avvicinato da autodidatta alle principali correnti poetiche dell’epoca.

Per un approfondimento su questi temi si suggerisce Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019, libro da cui sono tratti anche i documenti di seguito proposti;  i documenti vanno letti tenendo presente che quelli inseriti nella colonna di destra  presentano alcune novità sulla vita di Ungaretti.

«Ma certo (ci siamo lungamente soffermati su questo aspetto in sede propriamente critica, nella prefazione, alla raccolta di tutta la poesia di Ungaretti – e qui si ripete rapidamente) per il terreno sul quale sboccerà, nuovissimo e rivoluzionario, rispetto alla nostra tradizione corrente, il suo canto, è singolare questa sorta di totale tabula rasa di influssi delle “idee correnti” della polemica letteraria nazionale, in Ungaretti: non deve, può fare a meno di fare i conti con gli immediati precedenti letterari. Può liberamente inventare o collegarsi, appunto, alla stagione leopardiana, direttamente, può tornare a Leopardi da Mallarmé, saltando a piè pari tutto quello con il quale, invece, anche i poeti veri, anche i poeti nuovi italiani del tempo, dovevano avere a che fare, volenti o nolenti, e perfino Campana, Rebora e Saba, e Montale nascente e Jahier, da Carducci, o da Pascoli, da D’Annunzio o da certa poesia crepuscolare, devono prendere, in adesione o in polemica, le mosse. Di questo niente accadrà a Ungaretti, che farà subito poesia sua, nuova, che metterà subito in opera un linguaggio autonomo, scavato, approfondito, non già nell’ambito di una tradizione culturale, ma nel segreto rapporto dei suoi sentimenti, nei ripensamenti delle idee sulla società, a contatto di miraggi, e di notti popolate da suggestivi silenzi, con l’idea della patria lontana, con subito il concetto di “terra promessa” negli occhi e nella mente, in questo contrasto di deserto-morte-frenesia dei sensi, e terra promessa-miraggio-possibile ricerca di nuova innocenza-placata felicità. Avvantaggiato anche dal fatto che non si prova, in quegli anni, a far poesia: opere scelte indipendentemente dal suo lavoro. Nascerà alla poesia, a scelte già fatte, e non precocemente, ai venticinque-ventisei anni!» (L. Piccioni, Vita di Ungaretti, Rizzoli, Milano 1979).

 

«Rammento, amico antico, l’antica nenia dell’anima mia: / Quanto ho pianto, mamma? / Tu hai contato le lagrime; / le lagrime non ho contato: dagli occhi è scaturito un fiume, / e inonda le città; … danzano sirene nel fiume, mamma!! / E tutto ho riveduto, e tutto ho rivissuto / le cose consuetudinarie di mia prima esistenza monotona, rifurono, monotonamente . . ./ Ricordi il vecchio bambino, dodicenne poeta, assorto in visione / il bambino silente fra il giuoco romoroso? / E i versi, lenti di Giacomo Leopardi, il poeta noto al vecchio bambino, ricordi? / E non sono passati molti anni, e rincorro ancora i sogni, con anima stanca / e l’altra notte ho aperto il libro che voglio laudare, mentre fantasmi lugubri / accrescevano cordoglio all’anima stanca» (G. Ungaretti, «Messaggero Egiziano», 24 aprile 1910).

 

«Dei diciassette scritti nel Messaggero egiziano, cinque sono recensioni. Gli autori presi in esame, oltre i ricordati Urso, Lucini e D’Annunzio, sono Marguerite Audoux e Jean-Léon Thuile, e si tratta di cinque casi significativi, per motivi diversi.

Per Lucini e D’Annunzio vi è il fatto dell’adesione entusiastica, totale. A Lucini tornerò più avanti. A proposito di D’Annunzio mi limiterò a sottolineare che nell’accesa esaltazione dell’autore del Martyre (Ungaretti al tempo stesso se la prende, acramente, con Emilio Cecchi, che aveva osato parlarne male nella Tribuna) è palese l’ammirazione per il poeta italiano che scrive anche in francese e si fa applaudire oltr’alpe; e che “in terra di Francia non dunque mollezza che acqueti raccolse ma fior di energia, per il miglior combattimento.” Il paragrafo conclusivo è tutto di piglio dannunziano: “Varrebbe devozione [invece, cioè, delle frecciate irrispettose di Cecchi]: ad uno ad uno, granelli d’incenso prezioso tolto nel mucchio rubesto dell’italianità, egli porse al braciere di Francia: sia eternamente nudrita la fiamma: e illumini illumini!”» (L. Rebay, Ungaretti, gli scritti egiziani, 1909-1912, «Forum italicum», vol. 14, n. 1, Spring 1980, p. 10).

 

«Allora, chissà perché, ma forse per contentare i miei, io studiavo legge» (intervista rilasciata da Ungaretti a Alfredo Mezio, «Il Tevere», Roma, 18 luglio 1932).

 

 

«Alla Sorbona, Ungaretti fu iscritto per un anno in legge, poi passò in lettere» (G. Ansaldo, Giuseppe Ungaretti, «Il Lavoro», 22 agosto 1933).

 

 

«J’avais entrepris, en Ègypte, des études de droit, elle [la madre] voulain que je poursuive ces études, je ne les ai pas poussées, mais en somme, elle voulait bien que je continue des études, ed elle a consenti à mon voyage en France, en Italie» (intervista rilasciata da Ungaretti a Jean Amrouche per la radio francese, Propos improvisés, Nfr, Gallimard, Parigi 1972, p. 51).

 

(Ficte d’inscription, Fiches individuelles de scolarité, Archivio Nazionale Francese, Parigi).

 

«Data iscrizione PNF: 30 agosto 1924.

Razza: ariana.

Diploma di studi superiori filologici. Università Parigi 1914.

Ricompense al valore: croce di guerra.

Onorificenza: grande ufficiale Corona d’Italia – 20 gennaio 1943» (Stato matricolare compilato da Ungaretti, Università La Sapienza di Roma, Ufficio storico).

 

«Giuseppe Ungaretti […] a subi avec succès les épreuves de Diplome d’ètudes universitaires (composition et discussion d’un mémoire d’ordre philologique, interrogation sur un des cours suivis à la Faculté, explication en français d’un passage tiré d’un ouvrage agréé par un des membres de la Faculté). Fait en Sorbonne le 28 Mai 1914» (il titolo di studio fu esposto nella mostra di “Ungarettiana” allestita all’Università di Urbino in occasione del Convegno internazionale sul poeta, ottobre 1979).

 

«GIUSEPPE UNGARETTI – nato ad Alessandria d’Egitto 1’8 febbraio 1888 da famiglia lucchese. Fece gli studi classici in Egitto. Andò a Parigi nel 1909 – ove ottenne il Diplòme d’études supérieures» (profilo biografico che accompagna quattro poesie di Ungaretti, in Antologia compilata da G. Papini e P. Pancrazi, Vallecchi, Firenze 1920, p. 528).

 

«Ecco: sono nato il 10 febbraio del 1888 ad Alessandria d’Egitto dove erano emigrati da Lucca i miei genitori. L’essere nato in Egitto ed avervi trascorso ininterrottamente circa 18 anni, ebbe anche naturalmente la sua influenza sulla mia poesia» (lettera a De Robertis del 21 dicembre 1947, G. Ungaretti – G. De Robertis, Carteggio 1931-1962, Il Saggiatore, Milano 1984, p. 110).

 

«È subito evidente che il periodo egiziano risulta accorciato di tre anni (è fatto terminare nel 1909 anziché nel 1912), mentre d’altra parte la durata della residenza prebellica a Parigi viene estesa da due (1912-1914) a cinque (1909-1914). In altre parole, Ungaretti si presenta come un autore le cui radici poggiano anche su una decisiva esperienza in terra di Francia, un autore che scrive e pubblica anche nella lingua di quel paese. Tutto questo, a parte le date, è naturalmente esatto, ma va osservato che il background culturale e il tirocinio francese vengono posti in speciale risalto, persino a costo di un forzamento sul piano della cronologia» (L. Rebay, Scritti egiziani, cit., p. 5).