La posizione razziale

 

 

Poco sappiamo della posizione razziale di Ungaretti, e quel poco riguarda la sua contrarietà alla legislazione antiebraica del 1938 ed anche qualche sua azione concreta in favore di ebrei perseguitati in quegli anni. Conosciamo due casi di documentati interventi di Ungaretti in favore di ebrei. Il primo riguardò Benjamin Crémieux, lo scrittore francese arrestato dalla Gestapo a Parigi nell’aprile 1943, a cui Ungaretti tentò inutilmente di evitare il trasferimento nel campo di concentramento di Buchenwald e la morte. Il secondo caso riguardò Umberto Saba, in cui favore Ungaretti intervenne coraggiosamente nel gennaio 1939. Si trattava, in questi due casi, di artisti e scrittori da lui stimati; ma se la stima mancava, l’atteggiamento fu diverso: Modigliani, ad esempio, era un «ebreo imbratta tele». L’atteggiamento fu differente anche nei confronti degli ebrei non artisti. Nel febbraio 1933 Ungaretti si recò in Belgio per un reportage per la «Gazzetta del Popolo»; ad Anversa intervistò un giovane operaio ebreo che lavorava in una oreficeria; nel settembre 1933 – ad aprile la Germania di Hitler aveva emanato la prima legge razziale – sulla «Gazzetta del Popolo» il poeta pubblicò un orribile articolo, scomparso dalla raccolta definitiva, in cui si domandava: «E prolifici come sono, quanti saranno fra 20 anni? Non lo dico per antisemitismo. Ma questo problema degli ebrei nel mondo non si potrà mai risolvere?» (ora in Vita d’un uomo. Viaggi e lezioni, Mondadori, Milano 2000, p. 1271).

Sui temuti e troppo numerosi «gialli» il poeta nel 1929 assunse una posizione articolata: «ieri per ogni bianco nasceva un giallo, ma ora che i bianchi hanno insegnato ai gialli a usare l’acido fenico, il flit, l’acqua e il sapone, ne nasceranno quattro, otto, sedici, per ogni bianco. Siamo fritti, perché al giallo abbiamo anche insegnato l’uso dell’aeroplano e della mitragliatrice»; i cinesi, invece, appartenevano ad «un popolo che corre, sulla strada del Progresso. Ieri avevano ancora il codino, i bei camici di seta e su i draghi; ora portano come noi, questi nostri abiti funebri; e sanno meglio di noi che il tempo è moneta; e non lo perdono più. Bravi!».

Ungaretti, nonostante il razzismo verso i neri americani fosse all’epoca molto diffuso in Italia, non assunse un atteggiamento discriminatorio verso i neri, limitandosi a coglierne le intrinseche debolezze che avrebbero evitato il sorgere d’un «pericolo negro», e mostrandosi vicino a quella gente che soffriva.

 

Per un approfondimento su questi temi si suggerisce Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019, libro da cui sono tratti anche i documenti di seguito proposti;  i documenti vanno letti tenendo presente che quelli inseriti nella colonna di destra  presentano alcune novità sulla vita di Ungaretti.

 

«Il politico e il poeta si conobbero poco prima della guerra, l’uno, Ungaretti, anarchico ma interventista, l’altro, Mussolini, socialista e interventista, ma poi si perdettero di vista, e se qualche utile il poeta ebbe dal dittatore, semmai si può ritrovare negli aiuti di Ungaretti ad antifascisti ed ebrei, al tempo delle leggi razziali; non certo ottenne favori, se nel 1936 dovette emigrare in Brasile, e laggiù insegnare fino alla liberazione dal fascismo» (W. Mauro, Vita di Giuseppe Ungaretti, Camunia, Milano 1990, p. 81).

 

«Molto amato e rispettato amico, non è per esternarLe la mia gioia nel rivederLa al Governo; Ella ha meriti tanto grandi che non è una nuova nomina a ministro che possa darne la misura. Volevo solo cogliere l’occasione per dirLe che non ho dimenticato. Ho rischiato la vita dando ricovero a Ebrei in casa mia durante l’occupazione tedesca (…). Eppure venni sottoposto a epurazione, e non so quale sarebbe stata la sorte della mia famiglia, se Ella, accogliendo le premure di Leone, allora mio studente, non fosse intervenuto per salvarmi, per garantire la mia innocenza. Non dimentico, né dimenticherò mai» (lettera di Ungaretti ad Attilio Piccioni del 26 giugno 1968, L’allegria è il mio elementoTrecento lettere con Leone Piccioni, Mondadori, Milano 2013, p. 325).

 

«Ultimamente, quando i Tedeschi decretarono la persecuzione degli Ebrei a Roma, a una giovane ebrea, accorsa a casa nostra, la Signorina Nora Finzi, offrii subito asilo. Con gli Ebrei mantenni sempre apertamente, del resto, relazioni come prima della legge, ricevendoli a casa mia, mostrandomi in giro con essi. L’estate la mia figliuola andava ai bagni a Ostia con una famiglia ebrea» (memoriale difensivo di Ungaretti, senza data, ma estate 1944, presentato in occasione del processo d’epurazione (Archivio centrale dello Stato).

«Avvicino un giovanotto venuto dall’Ucraina e che si trova ad Anversa da dieci anni.

“Facevo il cliver. Non sa? I cliver sono quegli operai che fendono il diamante. Si cerca d’arrivare ad un piano favorevole di sfaldatura, poi si punta la lama e, un colpo secco, il diamante si distacca in due aggregati di cristallo. Ho dato 2000 fiorini per imparare il mestiere. Era il prezzo. E’ un mestiere difficile. Fino a due anni fa fruttava ancora bene: davano 2 fiorini e mezzo per carato. Oggi non danno che mezzo fiorino e non c’è lavoro (…)”.

“Che farete ora che manca il lavoro nel vostro mestiere?”  “Imparo un altro mestiere. Seguo i corsi della Scuola d’arti decorative. Imparo l’‘arte pubblicitaria’”. Per quanto si trattasse di un’arte qualificata un po’ stranamente, avevo capito. E non voglio nascondere che sentivo ammirazione per questa gente che esce dall’abiezione, che arriva ai fastigi, che ricade nell’abiezione, che non si perde mai di coraggio. “Avete famiglia?”

“Sì, tre fratelli più grandi di me. Quello che noi si guadagna, mio padre ed io, è per farli studiare. Uno studia medicina, l’altro farà l’avvocato, il terzo non sappiamo ancora”.

Pensavo, ed esageravo certo, facevo un romanzo: uno, nella pubblicità: avrà nelle sue mani tutti i giornali; l’altro, medico, sarà professore, la facoltà di medicina dipenderà da lui; il terzo, avvocato: sarà borgomastro, ministro. E, con quello spirito di casta che li distingue, non ci sarà più posto che per gli ebrei. Esageriamo; ma c’è nella razza, oltre al disperato animo di cui da principio si parlava, e direi come alimento di quest’animo, una foga acca-parratrice. E prolifici come sono, quanti saranno fra 20 anni? Non lo dico per antisemitismo. Ma questo problema degli ebrei nel mondo non si potrà mai risolvere?» (G. Ungaretti, Povera gente venditrice di diamanti, «Gazzetta del popolo», 3 settembre 1933, ora in Vita d’un uomo. Viaggi e Lezioni, Mondadori, Milano 2000, p. 1271).

 

 

«Ne ho conosciuti di Negri. A folle li ho visti scendere per il carnevale a Rio, dalle loro favelle, dai loro tuguri di latta sulle colline, con i loro travestimenti, i loro tamburi, le loro sambe, le loro coreografie, la loro pazzia preparata per i cordaões durante l’intero anno: un anno intero di privazioni e di dedizione sognante per pochi giorni di carnevale.

Li ho visti anche nei candombleu e nelle macumbe, di notte, nella foresta, ballare fino al delirio, sino a cadere in deliquio. Li ho frequentati a Harlem di New York, ma come sono nell’America del Nord, Leone Piccioni ve l’ha detto troppo bene e non mi metterò a guastare le sue pagine. Li ho visti professori di greco e di latino a Parigi.

Ho incontrato spesso in cordiali colloqui, rappresentanti delle loro liberate nazioni dell’Africa. E sempre li ho amati. Il negro, il negro che sarà cattivo e buono come ogni essere umano, il negro che ha sulla terra il corpo più felice, che ha conosciuto tutte le infelicità, e ha conservato nel pianto il suo ridere innocente, che ha conosciuto nel Nord e nel Sud America il miscuglio di tutti i sangui, ed è rimasto un purosangue, che si è rimescolato nella civiltà più meccanizzata e che non ha mai perso il tenore, la grazia, la magia della natura vergine. Il negro mantiene, in tempi disumani, ancora in sé intatto il miracolo della umana ispirazione» (presentazione di Ungaretti del libro Antologia dei poeti negri d’America di Leone Piccioni [1964], ora in Ungaretti. Vita d’un uomo, Saggi e interventi, Mondadori, Milano 1974, p. 713).

 

«Un artista è propenso a allarmarsi. Ha il sentimento eccessivo. Se l’educazione millenaria l’arma e lo modera di pudore, è peggio, avrà un’amarezza insopportabile. L’artista vero, eccessivamente odia, ama, si turba, s’accora. Capisco che alcuni artisti francesi dei più provetti, dei più curiosi e appassionati, considerino l’Europa marcia, la razza bianca agonizzante, e che ormai stia per scoccare l’ora del Negro, unica razza dalle energie fresche, dall’animo schietto. Anche per gli artisti italiani, durante la guerra e nel dopo guerra, l’angiolo oscuro ha fatto giungere i suoi clangori d’Apocalisse. E mi rendo conto che le condizioni nostre non sono mai state tragiche come le attuali della Francia, la quale, spopolandosi, chiusa fra due popoli in crescita, stenta a decidersi all’unica salvezza che le rimanga, la stretta alleanza con noi.

La macchina ha ringiovanito la razza bianca. Non è un paradosso, la razza più vecchia è oggi la razza più giovane. Un continente che in breve giro d’anni trovi due sovvertitori audaci e reggitori risoluti della potenza d’un Mussolini e d’un Lenin può non dubitare del suo domani». (G. Ungaretti, Dall’estetica all’Apocalisse o I denti di Zimbo, «Il Mattino», 6-7 maggio 1926, ora in Vita d’un uomo. Saggi e Interventi, Mondadori, Milano 1974, pp. 123-124).