La Grande Guerra

 

Chiunque conosca Ungaretti e le sua opera, anche da lontano, non può fare a meno d’associare il poeta alla Prima guerra mondiale ed in particolare alle trincee del Carso; chi ha più memoria ricorderà che s’arruolò volontario, trascorse gran parte della guerra in prima linea nel mitico 19° reggimento di fanteria; fu un valoroso, ricevendo anche qualche medaglia; scrisse le sue poesie più belle dentro le trincee, dove sbocciarono improvvise.

In realtà le cose andarono molto diversamente: non solo non s’arruolò volontario, ma si presentò al Distretto militare di Milano con qualche giorno di ritardo; marcò subito visita, trascorrendo i primi sei mesi di guerra lontano dal fronte (all’ospedale militare di Biella e a Vercelli), raggiungendo il Carso nel dicembre 1915, assegnato al 19° reggimento; poi, grazie al comandante della sua compagnia, il tenente Francesco Giangreco, dopo qualche giorno trascorso nelle trincee sotto il Monte San Michele, fu assegnato alle retrovie del fronte a Versa.

Evitò così la prima, seconda, terza, quarta e quinta battaglia dell’Isonzo, quest’ultima combattuta dal 13 al 16 marzo 1916; ed iniziò anche a fruire di qualche licenza. Nell’aprile del 1916 a Versa, dove alloggiava in un fienile, Ungaretti conobbe il tenente Ettore Serra, che s’interessò alle sue poesie aiutandolo a pubblicare il Porto sepolto che vedrà la luce a dicembre di quello stesso anno. Nel giugno 1916 tornò in trincea, sempre sotto il San Michele. Durante quel turno in prima linea del 19°, precisamente all’alba del 29 giugno, gli austroungarici attaccarono le trincee italiane con i gas, facendo strage dei nostri fanti che morirono in settemila. Il poeta fu molto fortunato in quella circostanza, scampando all’eccidio perché, insieme al suo battaglione, due giorni prima era tornato a Versa per organizzare il rientro nelle retrovie della brigata «Brescia». Qualche settimana dopo, il 19° reggimento prese parte alla sesta vittoriosa battaglia dell’Isonzo – che si svolse dal 6 al 9 agosto 1916 e che consentì all’esercito italiano di conquistare Gorizia – anche se la compagnia di Ungaretti non partecipò ai sanguinosi assalti, rimanendo di riserva.

Ungaretti poi, mentre la brigata «Brescia» partecipava alla settima (14-17 settembre 1916) e all’ottava battaglia (10-12 ottobre) nella zona di Castagnevizza, rimaneva nelle retrovie dalla parti di Locvizza, dove il 19° aveva combattuto ad agosto. Ungaretti evitò anche la nona battaglia (31 ottobre – 4 novembre), trascorrendo quei giorni in un ospedale da campo a causa dei geloni ad un paio di dita di un piede. In seguito le operazioni belliche si arrestarono per il freddo, riprendendo solo nel maggio del 1917, anche se le trincee continuavano ad essere presidiate dalle truppe che alternavano turni in prima linea a turni nelle retrovie. Ungaretti, invece, già alla fine del novembre 1916 fu assegnato stabilmente alle retrovie, precisamente al Grosso Carreggio, il servizio che s’occupava del trasporto dei bagagli, tende e viveri.

La guerra riprese con la decima battaglia dell’Isonzo (12 maggio – 5 giugno 1917), ma Ungaretti già ad aprile – dopo aver trascorso tra febbraio e marzo 1917 qualche giorno in un ospedale da campo sempre a causa dei geloni – chiese di essere visitato da un commissione medica, ottenendo la dichiarazione di inabilità temporanea alla guerra. Lasciò dunque il 19° e fu assegnato alla 43a Compagnia presidiaria, rimanendo in servizio al Grosso Carreggio. Poi, dalla metà di maggio iniziò a frequentare a Campolongo un corso obbligatorio per allievi ufficiali. Ma Ungaretti non desiderava diventare tenente perché temeva di essere inviato al fronte; si rivolse allora a Mario Puccini, all’epoca attendente del generale Diaz, riuscendo ad evitare l’assegnazione ad un reparto combattente – la «destinazione più spaventosa per me» scriveva all’amico – rientrando alla compagnia presidiaria a Santa Maria La Longa e ottenendo una lunga licenza a Firenze, Pieve Santo Stefano e Milano, trascorsa con De Robertis, Papini, Carrà e Cardarelli. Evitò così anche la decima, undicesima e dodicesima (ed ultima) battaglia dell’Isonzo.

Durante la rotta di Caporetto la 43a Compagnia presidiaria, superato il Piave, proseguì la marcia fino a Parma, dove verso la metà di dicembre giunse anche il 19° reggimento, nei cui ranghi rientrò il poeta. Nei mesi seguenti, durante i quali l’esercito italiano si riorganizzò, Ungaretti grazie a Soffici fu assegnato al Servizio propaganda, occupandosi del controllo della posta dei soldati fino al maggio 1918, quando il 19° reggimento fu aggregato al II Corpo d’armata, agli ordini del generale Albricci, e spedito in Francia. Nel frattempo il poeta s’era recato in licenza a Bologna e aveva trascorso un mese a Roma ricoverato, ancora grazie a Soffici, presso l’ospedale militare «Celio», dove colse l’occasione per frequentare, fra gli altri, Papini, Palazzeschi, Cardarelli e il pittore Armando Spadini. In quei giorni scriveva a Giuseppe Raimondi: «sono all’ospedale; ma non è nulla di grave; pochi giorni per qualche restauro. Non ho nulla di fatto» (Lettere a Giuseppe Raimondi (1918-1966), Pàtron, Bologna 2004).

Quando Ungaretti giunse in Francia, il fronte della Marna era ancora tranquillo, tanto da consentirgli di trascorrere numerose licenze a Parigi, ad aprile, maggio e luglio, dove frequentò anche Apollinaire. Poi, il 15 luglio 1918, il poeta partecipò col suo reggimento alla Terza battaglia della Marna, rischiando di morire. Quel giorno i tedeschi sfondarono in più punti le linee difese dalla «Brescia», accerchiarono i reparti italiani, fecero molti prigionieri e dilagarono nella Valle dell’Ardre. Il reggimento del poeta ricevette una medaglia d’argento al valor militare alla bandiera; centinaia di soldati del 19° furono decorati con medaglie al Valor militare, d’oro, d’argento e di bronzo; mentre ad Ungaretti fu conferita una croce di guerra al merito.

Dopo la battaglia della Marna il reparto del poeta partecipò alla decisiva controffensiva alleata che condusse alla sconfitta tedesca e all’Armistizio. Ungaretti però, a causa delle proprie condizioni di salute, rimase nel campo di addestramento di Saint-Ouen, da dove periodicamente s’allontanava per recarsi a Parigi in licenza. A partire da luglio, per un paio di mesi, il poeta scrisse ripetutamente a Soffici e a Prezzolini sostenendo di soffrire d’una gravissima forma d’esaurimento nervoso che gli impediva di rimanere persino nelle retrovie del fronte; chiese l’esonero dal servizio, un comando a Versailles, un avvicinamento a Parigi, una lunga licenza, un prolungato ricovero in ospedale. Alla fine, grazie ai buoni auspici di Soffici, i primi di ottobre, venne distaccato al Comando del II Corpo d’armata per collaborare ad un giornale militare: «Il sempre avanti».

Nelle stesse settimane in cui spediva quelle lettere affrante, Ungaretti continuò a scrivere poesie (Sereno e Soldati), tradusse l’Ubu roi di Alfred Jarry, tradusse in francese diverse poesie del Porto, partecipò a Parigi ad una mattinata in suo onore, s’accordò con Vallecchi per la stampa dell’Allegria di naufragi. Alla fine di agosto, durante una licenza a Parigi scriveva a Carrà: «Mi sento forte, come ancora non m’era sembrato di poterlo essere; forte e superbo».

Ungaretti, dunque, non si arruolò volontario, trascorse pochissimo tempo in trincea, non fu un eroe di guerra: non ricevette medaglie al valore; frequentò spesso infermerie e ospedali militari; trascorse nelle retrovie del fronte quasi tutti gli anni della guerra; evitò undici delle dodici battaglie dell’Isonzo, e nell’unica a cui partecipò occupò posizioni di rincalzo; non esitò a chiedere ripetutamente aiuto agli amici per essere allontanato il più possibile dal fronte. Quel suo comportamento, però, non nasceva da disinteresse verso il dramma della guerra o da vigliaccheria. Aveva un sogno: diventare un grande poeta, il più grande poeta italiano; e – incalzato dalla sua impazienza caratteriale – quel sogno voleva realizzarlo urgentemente; aveva dunque bisogno della necessaria tranquillità per potersi dedicare alle sue poesie, e la permanenza in trincea era incompatibile con le sue ambizioni letterarie.

Per un approfondimento su questi temi si suggerisce Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019, libro da cui sono tratti anche i documenti di seguito proposti;  i documenti vanno letti tenendo presente che quelli inseriti nella colonna di destra  presentano alcune novità sulla vita di Ungaretti.

 

 

«In seguito all’entrata in guerra dell’Italia, Ungaretti si arruola volontario. Semplice soldato, viene mandato sul fronte del Carso col diciannovesimo reggimento fanteria» (L. Rebay, Le origini della poesia di Giuseppe Ungaretti, Edizioni di storia e letteratura, Roma 1962, p. 13).

 

«Il lungo periplo del figlio di emigrati lucchesi ad Alessandria d’Egitto, dopo la formazione a Parigi, e la ricerca di identità nella militanza da volontario sul fronte della I Guerra mondiale…» (Giuseppe Ungaretti, Filosofia fantastica, a cura di C. Ossola, Utet, Torino 1997, p.7).

 

«…si arruola come volontario e combatte come soldato semplice di fanteria sul Carso» (N. Perego, E. Ghislanzoni, Parole in viaggio, Zanichelli, Bologna 2011, p. 172).

 

Chiamato alle armi per mobilitazione con R.D. 22 maggio 1915, circ. n. 370 e non giunto 22 Magg 1915
Presentatosi al Distretto Militare di Milano 1 Giugno 1915
TALE nel Deposito 53° Reggimento Fanteria 29 Giugno 1915

 

(Foglio matricolare di Ungaretti, in Album Ungaretti, Album UngarettiAlbum Ungaretti, Iconografia ordinata e commentata da P. Montefoschi, Mondadori, Milano 1989, p. 103).

 

 

 

 

«…semplice fante tra i fanti, volontario nella sofferenza e nella pena (…). Esperienze letterarie, tentativi di scuola, studi e ricerche, di ogni cosa egli smarrisce il ricordo, come ha già smarrito il contatto con gli uomini che prima vivevano e praticavano con lui. Solo, veramente e finalmente solo con la sofferenza di un popolo (del suo popolo) e di una generazione (della sua generazione) egli sente affondare in sé e pesare sopra di sé tutta la tragedia oscura che si vive in questi anni. Dov’è il suo orgoglio, dove la sua cultura, dove la sua abilità di letterato? Scomparse. Ed ecco un uomo pallido, emaciato, stanco, che si trascina sotto lo zaino con tutti gli altri, l’anonima folla che combatte e muore e non sa perché combatte e perché muore: senza che neppure per un momento esca dalle sue labbra un grido di rimpianto o d’insofferenza; o un tentativo purchessia di sollevarsi da essa e di distinguersi» (M. Puccini, Il misticismo nella poesia. Ungaretti uomo di pena, in «Bilycnis», n. 208, Aprile 1997, p. 248).

 

«Egli aveva fatto tre anni di guerra, e tutti in fanteria, e tutti in trincea; mai una febbre, mai un attacco di quella malattia che i medici militari chiamavano “entercolite” e che era colerina edulcorata» (G. Ansaldo, Ungaretti, uomo del nostro tempo, «Il Lavoro», 26 agosto 1933).

«Non so ancora se dovrò continuare questo corso, perché ancora non si son decisi sull’equipollenza dei miei titoli. Spero di tutto cuore non siano equipollenti; come ti ho scritto, non mi sento fisicamente idoneo ad assumere la responsabilità d’ufficiale. Ma se dovessi passare ufficiale vorrei tornare al mio 19° (…). Se dovessi rimanere soldato, vorrei tu mi aiutassi a trovare, almeno provvisoriamente, un’occupazione qualsiasi di riposo. Ad un uomo che per tanti mesi ha fatto il suo dovere al pericolo, che ha dato al suo paese un libro che i migliori non giudicano cattivo, si dovrebbe permettere di potersi curare un po’, pur essendo utilizzato secondo le sue attitudini» (lettera di Ungaretti senza data, ma maggio 1917, G. Ungaretti, Lettere dal fronte a Mario Puccini, a cura di F. De Nicola, Archinto, Milano 2015, p. 30).

 

 

 

«Mio caro Soffici, ti ho scritto da Parigi una raccomandata; ti ho scritto poi diverse cartoline; ti ho scritto infine ieri un’altra raccomandata. Invoco la tua gentilezza; un po’ di solidarietà da parte di un gentile verso un gentile; ho tre anni di esclusivo sacrifizio; ho fatto il soldato e il soldato di GUERRA; vale a dire una vita di fede e di totale rinunzia; fai dei confronti; e dammi la possibilità, dopo un po’ di riposo, di riprendere la vita che mi sono eletto» (lettera di Ungaretti del 28 agosto 1918, Lettere a Soffici, 1917-1930, Sansoni, Firenze 1981, p. 41).

 

«Al reggimento mi trattano con la più squisita cordialità, ma non vi sono più al mio posto, sono un inetto; ho bisogno di riposo; e al reggimento quale riposo morale nello stato in cui sono vuoi ch’io possa avere; vivo in mezzo a un mezzo pericolo, irritante e deprimente appunto perché mezzo, in un bosco, lontano dall’abitato, con nient’altro che grigioverde, e me stesso, e il tempo che non passa. Notti senza sonno, giornate senza senso. Ma come, non ci dev’essere proprio in Italia il modo di permettere a un uomo di valore di riabilitarsi e tornare a compiere poi per intero il proprio dovere? Avvicinami a Parigi dove ho tanto affetto, e il modo di distrarmi intellettualmente, e il modo di far opera veramente utile al mio paese; salvatemi. Ma proprio non è possibile?» (lettera di Ungaretti del 25 settembre 1918, spedita dal campo di addestramento di Saint-Ouen in Francia, da Lettere a Soffici, 1917-1930, Sansoni, Firenze 1981, p. 48).

 

«Sono un uomo che onora un reggimento, come onora un paese; fa male chi non vuol capire che ho bisogno di RIPOSO; RIPOSO significa potermi occupare di cose mie, potermi nutrire non di RANCIO, a cui non mi sono del resto mai potuto avvezzare; IL MIO ESAURIMENTO DIPENDE ANCHE DA DENUTRIZIONE; ma perché umiliarmi a costringermi a questi dettagli. Datemi un po’ di vero riposo; in una città e poi di nuovo al sacrifizio, e in condizioni tali da servire; altrimenti non so proprio quel che farò; ma certo cercherò la morte come un matto, dove più sarà possibile averla»

(lettera di Ungaretti del 27 settembre 1918, Lettere a Soffici, 1917-1930, Sansoni, Firenze 1981, p. 49).

«Mi sento forte, come ancora non m’era sembrato di poterlo essere; forte e superbo» (lettera di Ungaretti del 28 agosto 1918 da Parigi, Cinquantatré lettere a Carlo Carrà, a cura di P. Bigongiari e M. Carrà, in «Paradigma», 3, Giugno 1980, p. 424).

 

 

«Vallecchi mi chiede di ristampare “Il Porto” (…). Ho nel cuore “La luminaria del mio 19” che chiuderà il libro, che sarà il canto atroce e gentile dei battistrada d’Italia; i miei fanti allineati e travolti nel tumulto, lontano cuore azzurro e vasto come l’orizzonte che mi palpita in questo mio cuore senza quasi più sangue ma, immenso, come il cielo e il deserto, d’amore» (lettera di Ungaretti del 20 settembre 1918, Lettere a Soffici, 1917-1930, Sansoni, Firenze 1981, p. 46).

 

 

 

«Mio caro Papini, mi allontano dal reggimento; Soffici ha ottenuto per me un po’ di riposo. Per l’edizione del Porto scrivo a Vallecchi accettando (…). Vallecchi mi prepari il contratto» (lettera di Ungaretti senza data ma primi di ottobre 1918, G. Ungaretti, Lettere a Papini, 1915-1948, Mondadori, Milano 1988, p. 219).