Ungaretti e i Poeti

 

 

Il poeta ebbe sempre un rapporto molto difficile con i suoi colleghi, in particolare con gli italiani a lui contemporanei. Cardarelli, scrivendo a Soffici nel 1926, definì Ungaretti «esageratamente invadente, smanioso, volubile, e infine sciocco colla sua mania di volere a tutti i costi che lo si consideri il solo, l’unico poeta italiano» (Il biglietto di Ungaretti è trascritto in una lettera di Cardarelli a Pavolini del 1928, Lettere a Corrado Pavolini, Bulzoni, Roma 1989, p. 83). In realtà, quando ancora viveva in Egitto, gli capitò spesso d’esprimere interesse, se non ammirazione, per qualche poeta italiano vivente: D’Annunzio, Gozzano, Lucini, Pascoli e Roccatagliata Ceccardi. Discorso a parte, ovviamente, per Leopardi. Poi, nel periodo parigino e milanese (1912-1915) lesse con interesse ed apprezzamento le poesie di Palazzeschi, Corrado Govoni, Enrico Cavacchioli e Luciano Folgore (Luciano Rebay, Le origini della poesia di Giuseppe Ungaretti, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1962).

Fu solo a partire dagli anni della Prima guerra mondiale che Ungaretti iniziò a criticare ferocemente i suoi colleghi italiani: le poesie di Carlo Linati erano «escrementi», quelle di Arturo Onofri frutti d’un «cervello masturbato», Cardarelli produceva «merda color rosa» (lettera dell’8 luglio 1916, Lettere a Giovanni Papini 1915 1948, Mondadori, Milano 1988, p. 52). Cambiò opinione su D’Annunzio: «è un esibizionista», nella sua poesia «non c’è anima, c’è sensualità (…) c’è un dilettantismo delle parole, come può essere quello di Tizio che fa collezione di francobolli; un gusto da mosaicista». Pea era «infetto d’estetismo», Bontempelli poteva al massimo fare il giornalista, Viani era «così rettorico»; su Riccardo Bacchelli scrisse: «Ho paura che non abbia mai avuto niente da dire, in quel torrente verbale». Ada Negri era una dei tanti che lo imitava.

Ma il poeta con cui Ungaretti polemizzò maggiormente fu sicuramente Cardarelli. Nel 1926 il poeta di Tarquinia incolpò Ungaretti di denigrare le opere di alcuni importanti scrittori italiani – fra cui Pirandello e Bontempelli, oltre allo stesso Cardarelli – accusandolo anche di suggerire alle maggiori riviste letterarie francesi di respingere le opere degli scrittori italiani. Quelle lunghe polemiche si svolsero sia in pubblico, con numerosi interventi sui giornali e persino con il famoso duello fra Ungaretti e Bontempelli, sia in privato. Ungaretti nel luglio 1926 scrisse a Raimondi: «se il lurido messere [Cardarelli] mi cascherà tra le mani, gli spaccherò la faccia, perché sono un fascista non a parole e per convenienza, ma a fatti» (lettera del 19 luglio 1926, Lettere a Giuseppe Raimondi (1918-1966), Pàtron, Bologna 2004, p. 72); l’anno seguente si rivolse direttamente a Cardarelli: «non sei un poeta maledetto, ma un poetino ridicolo, lo sanno tutti ormai. Ma il tuo mestiere principale e tutti non se ne accorgono, è quello d’insudiciare il prossimo. Dovrò insegnarti a non fare il male?». Tracce del vivo risentimento di Ungaretti nei confronti di Cardarelli si trovano anche nella biografia di Piccioni, in cui Cardarelli viene ingiustamente accusato d’aver causato uno dei tanti (fantasiosi ed inesistenti) arresti di Ungaretti durante il fascismo per motivi politici.

Furono turbolenti anche i rapporti con Montale. Ungaretti, fino agli anni Cinquanta, denigrò spesso l’opera del poeta genovese, considerato un invidioso, autore di cattivi versi, privi di forma e d’ispirazione, poesie troppo meccaniche, un tentativo abortito di imitare la «musica» della propria poesia, «una specie di pidocchio che mastica la cacca del suo naso». Ungaretti negli anni Trenta impedì la pubblicazione delle opere di Montale (ed anche di Cardarelli e Pirandello) sulla collana di Novissima. Ad Ungaretti, però, le poesie di Montale piacevano, anche se per tanti anni prevalse la gelosia, vera causa dei giudizi negativi espressi nei confronti del collega. Poi col passar degli anni Ungaretti cambiò atteggiamento nei riguardi di Montale: nel 1957, quando morì Saba, ammise che «Spesso sono stato ingiusto e verso l’uno [Saba] e verso l’altro [Montale]. Sono un uomo con le umane debolezze»; nel 1968 – finalmente – definì «cose viventi» le poesie di Montale.

Ancora peggiore fu il rapporto con Quasimodo, segnato dalla disistima e dalla gelosia di Ungaretti verso il poeta siciliano. Le polemiche fra i due iniziarono negli anni Trenta in occasione del premio Il Gondoliere (assegnato all’autore dell’Allegria): Ungaretti criticò il collega d’aver plagiato il suo Porto Sepolto; Quasimodo definì l’avversario un «pietoso vate». Nel 1952 Ungaretti scrisse che Quasimodo aveva «scopiazzato» sia Il Sentimento del Tempo che Il Dolore, rendendo «rettorico e falso ciò che di vivo ha scoperto la nuova poesia italiana». Nel 1959, quando Quasimodo vinse il Nobel, Ungaretti si scatenò contro il poeta siciliano, accusandolo d’aver vinto il premio per il suo presunto antifascismo, quando invece era vero l’opposto; lo definì «sciagura nazionale», «pappagallo e clown»; e mise anche in dubbio la serietà dell’Accademia di Svezia che assegnava il premio Nobel. Ungaretti prese molto male anche l’assegnazione del Nobel ad Ernest Hemingway nel 1954: «Mi è stato preferito un mediocre come Hemingway» (G. Ungaretti – Jean Lescure, Carteggio (1951-1966), Olschki, Firenze 2010, p. 146).

Quasimodo, da parte sua, quando Ungaretti nel 1945 rischiò di perdere la cattedra per motivi politici, aderì ad un appello in favore del collega rivolto al ministro anche da Bontempelli, Moravia e Savinio. Nel 1966, inoltre, Quasimodo presiedette la giuria del premio Taormina vinto proprio da Ungaretti. Ciò nonostante, tre anni dopo, Ungaretti s’infuriò quando Mondadori pubblicò Quattro poeti italiani. Pavese, Ungaretti, Cardarelli, Quasimodo. L’anziano poeta protestò con vemenza: «Uno in mia compagnia, Quasimodo, non ce lo voglio più, assolutamente…». Ungaretti, negli stessi giorni (siamo nel maggio 1969) in cui protestava con Vittorio Sereni, scriveva a Piccioni da Harvard: «Ho fatto il giro delle Università, ovunque accolto come il principe dei poeti oggi viventi – accolto come tale, senza l’ombra d’un dubbio. Ho letto poesie mie (…). A momenti mi portavano in trionfo. Ho conquistato gli Stati Uniti. Sono un Principe, l’unico Principe, nonostante i porconi».

Nel corso della sua vita Ungaretti ebbe modo di esprimere anche giudizi positivi su altri poeti, soprattutto se già scomparsi. E’ il caso di Petrarca, Jacopone da Todi, Dante e Leopardi. Ed anche di grandi poeti stranieri, sempre scomparsi: Blake, Isidore Ducasse, Sergej Esenin, Gongora, John Keats, Mallarmé, Blaise Pascal, Arthur Rimbaud, Perse, François Villon e Shakespeare.

C’è infine il breve capitolo dei poeti contemporanei stimati da Ungaretti. Di Govoni disse che «certe filastrocche non andavano male»; Pascoli era il poeta «più dolce e delicato fiorito su questa nostra terra canora»; le poesie di Saba erano «d’un’ebrietà malinconica e perfetta, come quella che viene dal vino che sì è spogliato, limpido, generoso, fragrante!» (Primo Tempo, «Nuovo Paese», marzo 1923, ora in Saggi e Interventi, Mondadori, Milano, 1974, p. 992). Ungaretti si riferiva ai sonetti autobiografici di Saba intitolati Autobiografia. Stimò anche Sereni. Per quanto riguarda i poeti stranieri a lui contemporanei vanno citati almeno Apollinaire, conosciuto a Parigi prima della Grande Guerra e frequentato assiduamente durante le licenze parigine del periodo della Marna, e proprio durante una di quelle licenze, il poeta francese gli fece leggere ancora in bozze Calligrammes; Gide (premio Nobel 1947), anche lui conosciuto a Parigi prima della guerra e stimatissimo dal collega italiano, che negli anni Venti lo difese pubblicamente con coraggio in una squallida polemica omofoba svoltasi sulle pagine del «Tevere», l’intransigente giornale fascista; Pound il grande poeta statunitense ma italiano d’adozione;  Valéry che conobbe di persona e stimò enormemente in pubblico e in privato, rasentando l’adulazione.

 

Per un approfondimento su questi temi si suggerisce Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019, libro da cui sono tratti anche i documenti di seguito proposti;  i documenti vanno letti tenendo presente che quelli inseriti nella colonna di destra  presentano alcune novità sulla vita di Ungaretti.

 

«Mio caro Maestro, è un buon uso antico – del tutto decaduto da noi – che mi pare ancora viga in Francia – di conferire questo titolo di Maestro a chi se lo meriti per insigne perizia nella sua arte, e sovra tutto a chi v’abbia messo in grado d’avere un po’ di destrezza. E chi più di Lei m’aiuta a conquistare, a grado a grado, qualche sapienza in quel mondo della poesia fattosi così sordo da noi?» (lettera di Ungaretti a Valéry senza data ma maggio-giugno 1924, in Rebay, Ungaretti a Valery, dodici lettere inedite (1924-1936), «Italica», vol. 58, n. 4, 1981, p. 315).

 

«“Commerce” mi ha affidato la corrispondenza per l’Italia. Potrò quindi mandare cose moderne. E ho mandato per ora cose moderne: alcune di Cecchi, di Cardarelli e di Savinio. Gli altri mi danno sempre maggiore delusione. Non parlo dei Bontempelli e degli Ojetti che per me non sono che dei più o meno buoni giornalisti. Ma Linati, ma Baldini, mi paiono bolle di sapone svanite. Palazzeschi resta un nome, almeno per quello che ha fatto prima della guerra, all’altezza di un Laforgue. Pea, non ci capisco nulla. È infetto d’estetismo. Le cose genuine sono frammentini, e nel genere, i Francesi hanno un colosso: Jouhandeau. Viani? È così rettorico. Govoni? Certe filastrocche non andavano male. Barilli? Bisognerà che dia qualcosa di Barilli. Cicognani? È diventato un rompiscatole. E sarebbe ora di farla finita con le memorie d’infanzia. Montano? Ci dovrò pensare. Bacchelli? Non ci capisco più nulla. Ho paura che non abbia mai avuto niente da dire, in quel torrente verbale. I giovani? Franchi, Debenedetti, Raimondi, Aniante, Vergani, e chi altro? Qualcuno finirà presto e malamente giornalista, pur essendo dotato. Papini? Ahimè, dopo Pane e Vino, chi sa. Soffici? È così nazionale. Tradotto non ha più sapore (…). Svevo scrive in triestino, ma è un tipo veramente in gamba» (lettera di Ungaretti a Raimondi del 15 aprile 1926, G. Ungaretti, Lettere a Raimondi (1918-1966), Pàtron, Bologna 2004, p. 64).

 

«Come stai? Puoi lavorare un po’ alle cose tue? Sono stanco. Ma rileggo libri bellissimi: Mrs Dallowy della Woolf. Com’è decaduta oggi la letteratura: dico l’arte del romanzo (salvo Gadda e Vittorini, e Calvino quando non arzigogola troppo). Va perdendosi la tradizione della scrittura – forse per colpa della politica, che non può curarsi che delle sue mire, e ha fretta per forza e con prepotenza. L’arte mi pare esiga invece si tema la fretta come la nemica peggiore. Ma chi vuoi che si curi più del gusto, e d’un magistero dell’arte, la quale non può essere, se vuol essere, se non frutto maturo di libere riflessioni su esperienze – opere (insieme) – di vita? Alle cose vedute, provate, pensate e sognate chi dà più il tempo di maturare in parole nella mente, perché le parole ci nascano davvero spontanee e profonde?» (lettera del 4 settembre 1960, Ungaretti-Sereni, Un filo d’acqua per dissetarsi, lettere 1949-1969, Archinto, Milano 2013, p. 113).

 

«Gentile Ungaretti, prego Falqui di farti avere la presente: io non so il tuo indirizzo: forse bastava Giuseppe Ungaretti – Roma: ma è più sicuro così. Non ho nulla di particolare da dirti: volevo solo ringraziarti di tante gentilezze che mi hai usato negli ultimi tempi. Ti voglio bene, non solo per le tue poesie, ma anche per quella vena di generosità che c’è nel tuo cuore, e che ti aiuta a sormontare la punta di gelosia che i poeti (gli uomini) provano l’uno per l’altro. (Non c’è nulla di male: è “storia naturale”). E so che devo in gran parte a te se sono, sia pure nominalmente, tuo collega all’Università di Roma. Volevo anche raccontarti un aneddoto della tua giovinezza. Me lo raccontò un amico, che faceva con te il soldato in zona di guerra, durante la prima guerra mondiale. Si parlava delle poesie così belle che hai scritto in quegli anni, e che a me è sempre dispiaciuto che tu non le abbia mai raccolte in un sottile libretto a parte, con titolo a parte. (Ma se non lo hai fatto avrai avuto i tuoi motivi). Mi diceva che, allora, eri molto buono. “Tanto buono” io gli chiesi? – “Buono? Angelo addirittura” mi rispose, e insisteva sulla parola “angelo”. Veramente non è un aneddoto che ti ho raccontato: è solo l’impressione che faceva allora negli altri il tuo modo di essere, il tuo stato d’animo. (Del resto quella tua “bontà” la si sente anche nelle poesie del tempo). Aggiungerò ancora come una curiosità, che in questo periodo la tua poesia che mi ridico più volentieri è quella che s’intitola IN SE’. (Posso sbagliarmi sul titolo esatto, ma la breve poesia la so a memoria). E’ quella che incomincia: Va la nave sola – nella quiete della sera. È una poesia fatta apparentemente di poco, di così poco, che credo solo un altro poeta possa capire quanto è bella» (lettera di Saba del 4 gennaio 1954, in Archivio Bonsanti).

 

 

 

 

 

«Le volevo già così bene (e da tanti anni, lei non se lo immagina nemmeno: da quand’ero adolescente). E adesso vinti i pudori, glielo dico: il mio primo articolo stampato è stato un breve saggio su di Lei, nel “Setaccio”, il giornale della G.I.L. di Bologna, nel ’39: sono vent’anni giusti. Le volevo già così bene, che adesso sono quasi confuso per il nuovo impeto di affetto che provo per lei…» (lettera di P.P. Pasolini ad Ungaretti del 10 settembre 1959, in Archivio Bonsanti).