L’«Uomo di pena»

 

Questa espressione, tanto cara al poeta e ai suoi critici letterari, fu coniata nel 1916 dallo stesso Ungaretti; la troviamo in Pellegrinaggio, scritta in zona di guerra nell’agosto 1916, una poesia che – dirà Ungaretti nel 1963 – conteneva «il nome che il poeta dà a se stesso, quel nome che lo accompagnerà poi in tutta la sua biografia: uomo di pena». Infatti il poeta in tante occasioni ha sottolineato d’aver molto sofferto nel corso della sua vita, per gravi lutti familiari (la sua raccolta del 1947 si intitola Il dolore), per la povertà della famiglia d’origine, per le tante ingiustizie subite. Quella fortunata espressione col passar del tempo ha permeato a fondo la percezione che di Ungaretti si sono fatta i conoscenti, gli amici, i critici letterari e i semplici lettori delle sue poesie.

Francesco Giangreco, il comandante della compagnia di Ungaretti durante la Grande Guerra, ce ne fornisce un primo esempio: in una lettera del 1942, l’ufficiale scriveva al suo vecchio soldato rievocando come, tanti anni prima, appena terminata la battaglia della Marna (15 luglio 1918), aveva confortato lo spossato poeta: «Ed io, trasportandola nel campo fisico, ripensavo – durante quelle lunghe ore – la frase: “Ungaretti, uomo di pena …” e vi guardavo con affetto … quasi materno. Non ridete; così sentivo in quel momento …».

Anche Mario Puccini, amico di vecchia data di Ungaretti, trovò quell’espressione calzante a pennello per il poeta, tanto da dedicargli, nel 1927, un saggio dal titolo significativo: Il Misticismo della poesia. Ungaretti uomo di pena, saggio che Ungaretti s’affrettò a trasmettere anche a Mussolini.

In Sono una creatura (celeberrimo il verso «La morte si sconta vivendo»), scritta pochi giorni dopo Pellegrinaggio, viene sottolineata la sofferenza universale della condizione dell’uomo, ma anche la sofferenza individuale del soldato Ungaretti derivante dalla vita in trincea; e va detto che, in effetti, quelle due poesie furono scritte durante i turni in prima linea del 19° reggimento, sebbene in fasi di tregua.

Ungaretti ha sostenuto che quella condizione di pena derivava anche da gravi lutti familiari e dalla sua difficile situazione economica. Il poeta ha spesso parlato della prematura e tragica scomparsa del padre, con la conseguenza d’attrarre su quel fatto doloroso l’attenzione di biografi e critici, che hanno accolto la versione fornita dal poeta secondo la quale Antonio s’era ammalato durante i lavori di scavo del Canale di Suez, morendo tra atroci e lunghe sofferenze ad Alessandria d’Egitto molti anni dopo. In alcuni testi scolastici si parla anche di un infortunio, avvenuto sempre durante i lavori di scavo. In realtà, se Antonio si fosse gravemente infortunato o ammalato durante il periodo trascorso presso il Canale di Suez, verosimilmente intorno al 1875, non si capirebbe come avrebbe potuto negli anni seguenti, almeno dieci-dodici, lavorare con grande impegno e buoni risultati allevando maiali, acquistando mucche dall’Italia e vendendone il latte, commerciando cavalli arabi con l’Inghilterra e creando una piccola impresa di trasporti. Molto probabilmente Antonio Ungaretti non svolse il lavoro di carruglio ma di sorvegliante, e non s’ammalò, né s’infortunò durante gli anni in cui aveva lavorato al Canale di Suez. Si potrebbe ipotizzare che il poeta, alle indirette informazioni in suo possesso sulla morte del padre, ha aggiunto qualche inesistente elemento doloroso e straziante, forse nel tentativo d’accrescere ulteriormente l’immagine di sé come «uomo di pena».

Ungaretti pose grande enfasi sulla presunta povertà della famiglia d’origine, che in realtà non era affatto povera. Maria Lunardini, anche dopo la morte del marito, continuò a gestire il panificio; s’avvaleva di diversi collaboratori domestici; fu in grado di far studiare entrambi i figli, Giuseppe – addirittura – presso una prestigiosa scuola svizzera di Alessandria d’Egitto e poi alla Sorbona di Parigi.

Per un approfondimento su questi temi si suggerisce Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019, libro da cui sono tratti anche i documenti di seguito proposti;  i documenti vanno letti tenendo presente che quelli inseriti nella colonna di destra  presentano alcune novità sulla vita di Ungaretti.

«In agguato

in queste budella

di macerie

ore e ore

ho strascicato

la mia carcassa

usata dal fango

come una suola

o come un seme

di spinalba

 

Ungaretti

uomo di pena

ti basta un’illusione

per farti coraggio»

 

(Pellegrinaggio, in Giuseppe Ungaretti. Vita d’un uomo, Tutte le poesie, a cura di C. Ossola, Mondadori, Milano 2009, p. 84).

«Come questa pietra

del S. Michele

così fredda

così dura

così prosciugata

così refrattaria

così totalmente

disanimata

Come questa pietra

è il mio pianto

che non si vede

La morte

si sconta

vivendo»

 

(Sono una creatura, Tutte le Poesie, Mondadori, Milano 2009, p. 79)

 

 

«Quel Canale di Suez, dovuto ai piani dell’ingegnere italiano Negrelli, scavato con sudore della mano d’opera italiana – posso dirlo: mio padre era uno di quegli operai, e in quel lavoro prese il male di cui alcuni anni dopo doveva morire – non ci hanno minacciato di chiuderci quel Canale di Suez, per poterci meglio strozzare?»  (G. Ungaretti, Ridicola giostra, «Quadrivio», 19 gennaio 1936).

 

«Nasce l’8 febbraio 1888 ad Alessandria d’Egitto, dove i genitori – provenienti dai dintorni di Lucca – gestivano un forno di pane (ma il padre muore nel 1890, vittima di un infortunio mentre lavorava come operaio a degli scavi nel Canale di Suez)» (AA.VV., Dal testo alla storia, dalla storia al testo, vol. 3/2B, Paravia, Torino 2001, p. 892.

 

«A soli due anni perse il padre, morto in un incidente sul lavoro durante la costruzione del canale di Suez» (M. Sambugar, G. Salà, Tempo di letteratura, La Nuova Italia, Milano 2018, p. 589).

 

«Mio padre era tornato dal Mar Rosso con le gambe che lo zappare infaticabile nella fanghiglia aveva idropizzato. Poi un medico ciarlatano pretese di guarirlo con le punture e affrettò il sopraggiungere della cancrena, del taglio inutile delle gambe, della morte senza più un urlo» (L. Piccioni, Vita di Ungaretti, Rizzoli, Milano 1979).

 

«Il padre di Ungaretti era andato con un fratello in Egitto per fare il sorvegliante ai lavori di scavo al Canale di Suez. Erano, quelli, i tempi d’oro della piccola emigrazione italiana laggiù; ad Alessandria c’era una piccola colonia di Lucchesi, tutti venditori d’olio e di vino, e fornai. Anche Ungaretti padre, terminati i lavori del Canale, aprì un forno, mise su una latteria, fece venir vacche dall’Italia, s’industriò a mandare cavalli arabi in Inghilterra, impiantò una impresa di trasporti; ci rimise quei pochi soldi, ci si logorò, morì presto. Ungaretti aveva due anni; suo fratello dieci» (G. Ansaldo, «Il Lavoro» di Genova, Giuseppe Ungaretti, 22 agosto 1933).