Ungaretti e la tessera del Partito Nazionale Fascista

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La tribolata vicenda dell’iscrizione del poeta al partito nazionale fascista

Giuseppe Ungaretti si iscrisse al PNF il 30 agosto 1924, come risulta dal foglio matricolare della Regia Università di Roma (conservato presso l’Archivio Storico della Sapienza). Venne dapprima iscritto al Fascio di Roma (gruppo Savoia), per poi passare nel 1937 al Fascio di San Paolo del Brasile, tornando infine al Fascio di Roma nel 1942. Naturalmente l’iscrizione al PNF era all’epoca un fatto del tutto ordinario, anche fra gli intellettuali.

Ciò che desta una certa sorpresa, semmai, è la data d’iscrizione, avvenuta appena due settimane dopo il ritrovamento del cadavere di Giacomo Matteotti. Così come sorprende il fatto che il poeta, ancora nel 1969, scriveva a Leone Piccioni: «In seguito, ai tempi del Fascismo, non mi iscrissi a quel Partito, non ne conobbi i gerarchi, nemmeno uno (…)» (lettera del 6 maggio 1969, Giuseppe Ungaretti, L’allegria è il mio elementoTrecento lettere con Leone Piccioni, Mondadori, Milano 2013, p. 345).

Ora, però, ci si sofferma su alcuni fatti, in gran parte del tutto sconosciuti: il ritiro della tessera fascista al poeta, nel 1939; le ipotesi sulle cause di quella revoca; le reazioni di Ungaretti al ritiro della sua tessera; la restituzione della tessera un anno dopo. Di rientro dal Brasile per le vacanze, Ungaretti all’inizio del gennaio 1939 si recò a Napoli per la commemorazione del Leopardi. Qualche giorno dopo, sul settimanale illustrato «Omnibus», Alberto Savinio pubblicava un articolo irriguardoso nei confronti del poeta di Recanati, vi si sosteneva che il grande poeta fosse morto a causa della«cacarella», conseguenza della «irrefrenabile ingordigia del contino» per «gelati, sorbetti, mantecati, spumoni, cassate e cremolati»; Savinio, inoltre, polemizzava anche per la chiusura del Gambrinus, celebre caffè letterario napoletano, «ucciso» dal prefetto Marziali (definito «asino») per far posto ad «una inattesa succursale del Banco di Roma». Il governo fascista accolse malissimo l’articolo di Savinio, tanto da chiudere d’autorità «Omnibus» già il 2 febbraio 1939. La storia è molto complicata, anche perché la vicenda dell’articolo di Savinio – che vide Ungaretti svolgervi un ruolo passivo – si intreccia  con un’altra vicenda che vide Ungaretti fra i suoi principali protagonisti. In quegli stessi giorni (siamo della seconda quindicina del gennaio 1939), Umberto Saba – all’epoca perseguitato per motivi razziali – si rivolse ad Ungaretti per chiedergli una mano: Ungaretti, allora, insieme a Curzio Malaparte, si recò a Forte dei Marmi per parlare con lo scultore Arturo Dazzi, amico del prefetto Antonio La Pera, capo della Direzione generale per la Demografia e la Razza; nei giorni seguenti il prefetto ricevette Ungaretti impegnandosi ad aiutare Saba (G. Ungaretti, Peregrinazione con Umberto Saba, «Il Popolo», 18 settembre 1957, ora in Saggi e Interventi, Mondadori, Milano, 1974, p. 675).

Non è semplice, ora, capire il peso specifico che ebbero le due vicende nel determinare il ritiro della tessera di Ungaretti. Sta di fatto che il 1° febbraio 1939, ignaro delle reazioni provocate dall’articolo di Savinio, Ungaretti si presentò al Ministero della Cultura Popolare per incassare gli arretrati per la sua attività di propaganda; ma l’assegno non gli fu consegnato e, anzi, la sua presenza a Roma venne segnalata al Partito Fascista. Il giorno seguente fu convocato dalla Federazione Fascista dell’Urbe; gli fu chiesto di giustificarsi per l’articolo di Savinio apparso su «Omnibus»; il poeta proclamò la sua estraneità ai fatti, ma gli venne ritirata la tessera del partito (appunto dattiloscritto del 7 febbraio 1939, in Archivio centrale dello Stato, Polizia Politica, in Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019); protestò con veemenza, fece presente la sua vecchia amicizia col Duce; sempre quel 2 febbraio, si rivolse a Mussolini, che trasmise la lettera del poeta a Dino Alfieri, ministro della Cultura Popolare. Il il 6 febbraio Alfieri comunicò ad Ungaretti che la la tessera gli era stata tolta per tre mesi; il giorno dopo il poeta prese un treno diretto a Genova imbarcandosi per il Brasile.

E’ probabile che sul ritiro della tessera influì anche qualche intemperanza verbale del poeta, come risulta da un paio di documenti conservati in Archivio centrale dello Stato, ancora inediti. Innanzitutto un appunto del 1° febbraio 1939 firmato dal Capo di Gabinetto del Ministero della Cultura Popolare in cui si spiegava al ministro che doveva essere ritirata la tessera ad Ungaretti in quanto aveva dimostrato con «discorsi di non possedere in senso assoluto le qualità che costituiscono lo spirito tradizionalmente fascista». Interessante è anche un’informativa di Polizia Politica del 13 febbraio 1939 in cui si legge: «UNGARETTI. Scrittore e poeta. Insegnante di non so cosa nelle Scuole di San Paolo del Brasile dove guadagna 10.000 lire al mese, metà delle quali pagate dal Governo Italiano. È rientrato in Patria da poco per la consueta licenza annuale. Dice peste del Regime, delle Leggi razziali, della politica francofoba (sua moglie è francese), del Duce e di quanti, insomma, riesce ad addentare»  (Questi documenti sono in Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019).

Il ritiro della tessera aveva conseguenza non indifferenti per Ungaretti, a partire dalla sospensione della sovvenzione mensile di 1.500 lire del Ministro della Cultura Popolare e dalle ripercussioni negative sulla procedura di nomina a professore universitario.

L’Archivio centrale dello Stato conserva ampie tracce dei solleciti di Ungaretti per poter riavere al più presto la sua tessera fascista.

I ritratti di Ungaretti

Il poeta amava farsi ritrarre dai suoi amici artisti

Il poeta s’interessò d’arte fin dal periodo egiziano. Fu amico di pittori e scultori. Alcuni di questi artisti gli fecero anche un ritratto. Ecco un elenco, probabilmente parziale, dei suoi ritratti: un olio su tela di Leonetta Pieraccini, moglie di Emilio Cecchi, nel 1926; due inchiostri di Scipione, nel 1929; un olio su tavola, sempre di Scipione, intorno al 1931, esposto alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma; un disegno di Arnaldo Bartoli nel 1931; una scultura in legno di Pericle Fazzini nel 1936; un ritratto in bronzo di Ernesto De Fiori del 1936; una tempera su tavola di Anita Buy, moglie di Fazzini, sempre nel 1936; un dipinto di Flavio De Carvalho nel 1941, durante il periodo brasiliano; un inchiostro su carta di Orfeo Tamburi del 1942; un disegno con china ed acquarello di Gino Severini nel 1942-43; un olio su tela di Mino Maccari nel 1945; una china di Felicia Frai, ancora nel 1945; una matita su carta di Fabrizio Clerici nel 1949; un olio su tavola di Ottone Rosai nel 1950 (esposto al Museo Rosai, alle Oblate in via Sant’Egidio); un disegno di André Chastel nel 1953; un olio su masonite di Carlo Quaglia, nel 1959; una matita su carta di Franco Gentilini senza data; un’acquaforte di Bruno Caruso, nel 1966; un disegno di Corrado Cagli nel 1967.

Per un approfondimento sull’argomento e sulle relative fonti si rinvia a Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019,

Ungaretti e le richieste di raccomadazioni

Le richieste del poeta ai fascisti e ai democristiani

Il lungo elenco che segue è tratto dalle lettere inviate dal poeta al suo allievo (Giuseppe Ungaretti. L’allegria è il mio elemento, Trecento lettere con Leone Piccioni, Mondadori, Milano 2013): nel giugno 1948 una richiesta di Mariani dell’Anguillara riguardante l’Istituto luce, da far avere a Giulio Andreotti; nel settembre 1951 un posto di senatore a vita per sé; nel novembre 1951 una richiesta da inoltrare al senatore Aldo Ferrabino per ottenere abbonamenti alla rivista «Paragone»; nel novembre 1952 il sollecito di pagamento dello stipendio della figlia, segretaria di redazione del «Giovedì», settimanale vicino alla Democrazia cristiana; nel settembre 1953 un incarico per Riccardo Andreotti, suo vecchio compagno di guerra; nel novembre 1953 la concessione della residenza italiana alla vedova di Bruno Barilli; nell’aprile 1954 un intervento del Ministero degli Esteri per favorire la partecipazione del poeta ad un congresso dell’UNESCO in Brasile; nel maggio 1954 il sostegno del Governo italiano alla sua candidatura al Nobel; nel luglio 1956 un trasferimento di sede per il diplomatico Nando Mor; nell’agosto 1956 un altro trasferimento di sede, questa volta per il professore liceale Luciano Alceschi; nel dicembre 1956 la nomina di Luigi Volpicelli a presidente di una commissione di concorso; nell’aprile 1957 l’assunzione in RAI di Giovanna Muzzolini; nell’aprile 1958 l’assunzione di Angelo Zito, il nipote del suo calzolaio; nel gennaio 1959 una raccomandazione per il fidanzato della figlia Mario Lafragola; sempre nel gennaio 1959 la riassunzione in servizio al Comune di Merano del ragionier Luigi Bellucco; nel settembre 1959 ancora la nomina a senatore a vita per sé; nell’ottobre 1960 la concessione della Penna d’oro; nel gennaio 1961 la conservazione della tessera gratuita delle Ferrovie dello Stato prima concessa e poi ritirata agli ex-accademici d’Italia; nel gennaio 1961 un posto nel C.d.A. del Monte dei Paschi di Siena per Francesco Lafragola, suocero della figlia del poeta; nell’ottobre 1961 la presenza di un alto esponente del governo, possibilmente Fanfani o Piccioni, all’inaugurazione del Premio Lissone; nel maggio, giugno e luglio 1962 una promozione per il genero, funzionario del Ministero del Tesoro; nel maggio 1963 il passaporto al professor Luigi Magnani; nel dicembre 1963 e poi nel gennaio 1964 ancora l’incarico al Monte dei Paschi di Siena per Lafragola; nel gennaio 1965 una promozione per Gastone Da Venezia alla radio; sempre nel gennaio 1965, irritato per le voci circa l’imminente nomina di Montale a senatore a vita, tornava a chiedere per sé – era la terza volta – uno scranno al Senato; nel novembre 1965 tariffe agevolate per le terme di Salsomaggiore; nel gennaio 1966 un «posticino» per la signorina Isabella Buzzoni ed un aiuto per il figlio del signor Volta; nel maggio 1966 una riduzione del biglietto della nave per il Brasile; nell’ottobre 1966 un aiuto al professor Vecchiola, ch’aveva sostenuto un esame all’ANSA; nel febbraio 1967 un posto di lavoro per Erasmo Valente che nell’immediato dopo guerra si era laureato con Ungaretti con una tesi su Antonio Gramsci.

Ungaretti nel corso della sua vita non si fece scrupolo di chiedere – prima ad esponenti fascisti, poi ai democristiani – attenzione per sé, per altri artisti, e per persone bisognose d’aiuto. Nel secondo dopoguerra si rivolse spesso ad Attilio Piccioni, esponente di primissimo piano della DC e padre di Leone, per chiedere qualche raccomandazione.

Per un approfondimento sull’argomento e sulle relative fonti si rinvia a Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019.

L’epurazione di Ungaretti dall’università

Ungaretti: il lungo processo epurativo dalla cattedra universitaria (1944-1947)

Ungaretti, dal 1° novembre 1942 fu chiamato «per chiara fama» ad insegnare Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Roma. Il poeta insegnò abbastanza regolarmente nell’anno accademico 1942/1943, concludendo un po’ in anticipo (l’11 maggio 1943) il suo corso sul Leopardi a causa dei bombardamenti Alleati sulla città.  Nell’anno accademico successivo (1943/44) nella Facoltà di Lettere e Filosofia le lezioni non ebbero inizio a causa delle proteste studentesche; il 29 gennaio 1944, poi vennero sospese tutte le attività didattiche in tutte le Facoltà dell’Università di Roma.  Il 4 giugno 1944 arrivarono gli Alleati e già alla fine del mese successivo a fine il colonnello Charles Poletti, commissario regionale di Roma, sospese dall’insegnamento 25 professori dell’Università di Roma fra cui Ungaretti, tutti accusati d’esser stati nominati per meriti fascisti. Quel provvedimento – emanato su proposta della Commissione di risanamento dell’Università di Roma, presieduta dal prof. Giuseppe Caronia (vicino alla Democrazia Cristiana), e ratificato dopo pochi giorni dal ministro Guido De Ruggiero – non era definitivo, rappresentando una sospensione temporanea dal servizio, in attesa della pronuncia della Commissione per l’Epurazione del personale universitario. Quando, nel novembre 1944, ripresero le lezioni all’Università, il poeta dovette rimanere a casa, privato anche di parte dello stipendio. Il processo non fu breve: la Commissione per l’Epurazione si pronunciò il 5 dicembre 1944, proponendo l’archiviazione degli atti; Mauro Scoccimarro, commissario aggiunto per l’epurazione, il 2 gennaio presentò ricorso alla Commissione Centrale di Epurazione, chiedendo la dispensa dal servizio per Ungaretti; il 16 maggio la Commissione Centrale respinse il ricorso, confermando la decisione di I° grado; il 1° settembre 1945 il ministro Arangio Ruiz riassunse in servizio Ungaretti.

Secondo Leone Piccioni si trattò di «assurdi e lunghi procedimenti epurativi», che andavano letti all’interno dell’«esplosione della facinorosità, della demagogia, ed anche della invidia, dei piccoli conti letterari da regolare» (Piccioni, Vita di Giuseppe Ungaretti, Rizzoli, Milano 1979). Per Walter Mauro era stata «l’asprezza della lotta politica», con i suoi «odi e ripicche personali» a far esplodere «la vendetta dei facinorosi che accusano il poeta di fascismo», causando il processo, che si concluse con un nulla di fatto (Mauro, Vita di Giuseppe Ungaretti, Anemone Purpurea, Albano Laziale 2006). In realtà, la Commissione di I° grado si trovò subito in grande difficoltà col caso Ungaretti. Da un lato, i tre commissari presero atto delle accuse: la Commissione di risanamento (interna all’Università di Roma) aveva proposto l’esonero di Ungaretti in quanto «nominato senza concorso, d’autorità del Ministro, indipendentemente da chiamata della Facoltà»; il professor Luigi Salvatorelli (componente della Commissione di I° grado), inoltre, aveva osservato che nell’Allegria v’era «una prefazione contenente frasi di ammirazione e devozione a Mussolini», la poesia Popolo era dedicata al duce, Il Sentimento del Tempo, conteneva un’epigrafe per un caduto della “rivoluzione fascista” ed anche una poesia (La pietà romana), «nella quale è velata un’esaltazione del fascismo». Dall’altro lato, la Commissione ricevette un paio di relazioni in cui Ungaretti sosteneva, fra l’altro, che: «qualsiasi altro governo in qualsiasi paese avrebbe da molti anni fatto molto di più di quanto non abbia fatto per me il Fascismo» (documento dattiloscritto, firmato da Ungaretti, datato 7 agosto 1944, indirizzato al ministro De Ruggiero, Archivio centrale dello Stato, in Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019).

La Commissione rimase incerta sul da farsi per diversi mesi. Alla fine, il 1° dicembre 1944, Giuseppe Sangiorgio (nuovo direttore generale all’Istruzione Universitaria)  – dopo aver analizzato numerosi documenti – redasse un appunto in cui ripercorreva puntualmente le vicende ch’avevano portato alla nomina di Ungaretti. Quattro giorni dopo la redazione del documento di Sangiorgio, la Commissione assolse il poeta dagli addebiti, emettendo una sentenza in cui sosteneva che, sebbene Salvatorelli avesse trovato nelle opere di Ungaretti «espressioni di ammirazione e qualche volta di velata esaltazione del fascismo (…) quelle espressioni non erano tali da concretare gli estremi dell’apologia»; e sebbene il poeta era stato aiutato dai «ministri Ciano, Pavolini e il Direttore Generale degli italiani all’estero De Cicco (…) nessun elemento è emerso che possa far ritenere che la sua nomina sia stata disposta per il favore del partito e dei gerarchi fascisti, giacché l’intervento delle suddette persone non ha avuto altro carattere che di semplice interessamento verso un concittadino già pervenuto all’estero in alta considerazione».

Che la commissione avesse fatto una scelta discutibile, trascurando la documentazione disponibile, fu notato subito da Mauro Scoccimarro, esponente di spicco del CLN, e commissario aggiunto per le sanzioni contro il fascismo. Le perplessità di Scoccimarro vennero indicate nel ricorso da lui rivolto alla Commissione Centrale d’Epurazione, dove chiedeva che Ungaretti fosse dispensato dal servizio a causa delle motivazioni politiche alla base della sua nomina. Il ricorso – nel quale Scoccimarro faceva esplicito riferimento anche alla poesia Poeti d’Oltre oceano, vi dico (in cui «si invoca da Dio “spazio e pane esaudendo giuste speranze” di vittoria») e alla lettera a Federzoni (in cui «Ungaretti chiedeva, col tipico gergo del ventennio, di rientrare in Italia affinché potesse dare nella guerra eventuale “la sua prova di disciplina e di fede”» – fu notificato al poeta, che presentò un lunghissimo memoriale difensivo. Ungaretti spiegò che Poeti d’Oltre oceano, vi dico, «fu scritta nell’agosto 1943 e apparve il 30 agosto, cioè pochi giorni prima dell’armistizio e a regime fascista già caduto (…). Come avrei parlato di vittoria quando la sconfitta era già avvenuta?». Provò anche a giustificare la lettera a Federzoni dell’aprile 1940: «Ero in quel periodo ridotto in fin di vita dalla morte d’un mio bambino, e chiedevo a Federzoni di occuparsi del mio rimpatrio. Io speravo che l’Italia si sarebbe decisamente messa alla testa delle nazioni neutrali, come era suo interesse; me lo facevano supporre le notizie dei giornali locali e il concetto che mi potevo fare della politica estera italiana d’allora, da così lontano e in quel mio povero stato di salute e d’animo». Ridimensionò, inoltre, il significato e l’origine della prefazione di Mussolini a Porto sepolto: «uno scritto apparso su richiesta dell’editore nel 1923 e solamente a capo d’un’edizione in numero limitati di esemplari». Nel maggio 1945 la Commissione Centrale pronunciò la sentenza definitiva, che assolse Ungaretti, il quale fu subito riassunto in servizio dal ministro Arangio Ruiz, col riconoscimento degli stipendi arretrati.

Non s’era ancora concluso il processo d’epurazione quando, con un decreto-legge dell’aprile 1945, venne attribuito al ministro della Pubblica Istruzione il potere di licenziare i professori universitari nominati durante il fascismo senza concorso. Questa volta non si trattava di valutare il profilo politico degli “imputati”, ma quello scientifico. Anche la discussione del caso Ungaretti, durante il processo epurativo, aveva confermato l’esigenza d’un secondo processo, cui sottoporre tutti i professori di chiara fama. La Commissione epurativa d’appello aveva scritto nella sentenza del maggio 1945: «L’esame del ricorso Ungaretti ha indotto però la Commissione a considerare con certa preoccupazione i criteri di evidente larghezza con cui è stata attuata la legge sull’insegnamento universitario (art. 81 T.U. 31 agosto 1933, n. 1592), per cui sono state talora assegnate, per alta fama, cattedre di insegnamento senza che vi fosse una logica aderenza tra le discipline da insegnare e le materie di studio in cui si è formata l’alta fama dell’interessato».

Già nel giugno 1945, il ministro Arangio Ruiz trasmise al Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione un elenco d’una cinquantina di chiaristi, chiedendo d’esprimere un giudizio caso per caso. Questi docenti potevano essere divisi in due gruppi: quelli nominati prima del 1935, su proposta delle Facoltà; e quelli nominati dopo il 1935, anche per scelta discrezionale del ministro. L’attenzione del Consiglio Superiore si concentrò soprattutto su questa seconda categoria di professori. Per esaminare i chiaristi di materie letterarie venne nominata una apposita Commissione, composta da Concetto Marchesi, Francesco Flora e Pietro Pancrazi. Il poeta fu decisamente sfortunato, avendo motivi di risentimento con tutti i commissari: con Marchesi, latinista, nonché deputato comunista, per motivi politici; con Flora, il critico letterario, che in passato aveva espresso riserve sul Sentimento del Tempo; con Pancrazi, a cui il poeta non aveva perdonato di averlo contrastato al premio Il Gondoliere.

I tre commissari, com’era prevedibile, ritennero che Ungaretti non godesse di chiara fama al momento della nomina. Anche le commissioni delle altre materie giunsero, in genere, alle stesse conclusioni, e solo per tre professori fu proposto il mantenimento in servizio. Il Consiglio superiore, però, si discostò da quei pareri, suggerendo al ministro d’essere clemente con i professori che, pur privi di meriti eccezionali, avevano dato prova d’essere buoni docenti; e, nell’ottobre 1945, propose di mantenere in servizio due professori; di dare il benservito ad una decina; di far svolgere un regolare concorso a tutti gli altri, che erano la stragrande maggioranza. Anche per Ungaretti il Consiglio Superiore propose d’annullare la nomina e di sottoporlo al concorso, poiché: «i suoi titoli e i suoi meriti scientifici, se pur consentono di ritenere che il medesimo, al momento della sua nomina a professore ordinario avrebbe potuto probabilmente figurare nella terna di un regolare concorso, escludono tuttavia che egli possedesse, a quell’epoca, tali eccezionali qualità di scienziato, di ricercatore o di docente da far ritenere che fosse maestro insigne nel campo della disciplina professata».

Gli interessati, ch’avevano a lungo sperato di venir confermati automaticamente in cattedra, fecero subito forti pressioni sul Ministro per evitare il concorso, ritenuto umiliante e insidioso. Anche Ungaretti si diede da fare: il 29 ottobre Arangio Ruiz ricevette un primo appello in favore del poeta e di De Robertis, seguito da un secondo il 9 novembre, entrambi presentati da Falqui, anche a nome di tanti illustri letterati fra cui Bontempelli, Moravia, Savinio e Quasimodo. Il Ministro era più o meno dello stesso parere del Consiglio Superiore; sapeva però che quegli speciali concorsi non si sarebbero potuti svolgere senza una legge che li prevedesse e disciplinasse. Ma, mentre Arangio Ruiz stava promuovendo un apposito decreto legislativo, il governo Parri cadde, sostituito nel dicembre 1945 dal governo De Gasperi. Enrico Molè prese il posto di Arangio Ruiz alla Pubblica Istruzione. Leone Piccioni ne parlò subito col padre, all’epoca Segretario della Democrazia Cristiana, che intervenne presso il nuovo Ministro per convincerlo a mantenere in cattedra i due maestri del figlio. Molè avrebbe voluto evitare il concorso. Lavorò alla stesura di due liste: la prima conteneva i nomi dei professori da esonerare; la seconda quelli da mantenere in cattedra, fra cui Ungaretti e De Robertis. Attilio Piccioni fece il possibile per preparare il terreno ad una decisione favorevole del Consiglio dei Ministri. Il 21 gennaio 1946 Leone Piccioni scrisse a De Robertis: «… il ministro ha già concordato le proposte da presentare, che si concretano in una 15ina di casi di esoneri, e di conferma per gli altri. Lei e Ungaretti siete fra quelli da confermare. Mi pare una bella notizia, anche se il parere del Consiglio dei Ministri possa non tener conto della proposta, quello che è certo è che a De Gasperi (ed altri) il giorno del Consiglio il nome suo e quello di Ungaretti saranno benevolmente noti».

Nel frattempo, il 10 gennaio 1946, Ungaretti, dopo un anno e mezzo di sospensione forzata dovuta al processo d’epurazione, riprendeva finalmente le sue lezioni all’Università. E’ facile immaginare quanto il poeta fosse angustiato per quel secondo processo, che rischiava di allontanarlo nuovamente dai suoi studenti. Seguì, dunque, con grande attenzione le mosse del ministro della Pubblica Istruzione. Ma Molè dovette fare i conti con la netta presa di posizione del mondo accademico, di cui il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione era espressione. Altro ostacolo da superare fu la presenza in Consiglio dei Ministri, a cui spettava l’ultima parola, di diversi ex partigiani fra cui il ministro delle Finanze Scoccimarro, proprio colui che appena un anno prima s’era battuto, in veste di commissario aggiunto per le sanzioni contro il fascismo, per la dispensa dal servizio di Ungaretti. L’accomodante proposta di Molè e le due liste di nomi non arrivarono al Consiglio dei Ministri.

Poi, il 2 giugno 1946, si tennero il referendum istituzionale e le prime elezioni politiche del dopoguerra. Il 1° luglio, De Nicola s’insediò come capo provvisorio dello Stato; contestualmente De Gasperi si dimise ed iniziarono le trattative per formare il primo governo dell’Italia repubblicana. Qualche giorno prima, il 24 giugno, s’era svolta l’ultima seduta del Governo De Gasperi. In quell’occasione, il Consiglio dei Ministri approvava unanime lo schema di decreto legislativo presentato da Molè che, accogliendo la proposta del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, dava il via libera ai concorsi riservati ai chiaristi. Il 27 giugno De Gasperi promulgava il decreto legislativo presidenziale.

Molè, però, continuò a pensare che la soluzione proposta dal mondo accademico fosse eccessivamente rigorosa e che la maggior parte dei chiaristi meritasse di rimanere in cattedra senza doversi sottoporre all’umiliazione del concorso. Così, a cavallo tra giugno e luglio, il ministro predispose uno schema di decreto per la conferma di coloro che prima d’essere nominati per chiara fama fossero rientrati nelle terne di un concorso, ed anche di chi – prima della nomina – avesse ottenuto il parere favorevole del Consiglio di Facoltà o del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione. In quel modo si sarebbero salvati tutti i chiaristi tranne sette: quelli nominati per il solo volere del ministro. E fra questi anche Ungaretti. Il poeta, informato dei fatti da Leone Piccioni, protestò con tutte le sue forze. Il 7 luglio scrisse persino a De Gasperi. Quello stesso giorno il poeta scrisse a Leone Piccioni, annunciando che sarebbe stato «mandato via dallo Stato italiano come un volgare intruso: dal governo presieduto da De Gasperi. Tutto è finito, no? Mi telefoni. Me lo dica subito, che possa vedere dove spaccarmi la testa. Sono così stanco della vita e dell’imbecillità degli uomini. E del loro egoismo sordido. In un paese che pretende d’essere civile non si fanno simili infamie. Non le commettono i paesi che chiamano barbari. Vergogna! Vergogna!» (lettera a L. Piccioni del 7 luglio 1946, L’Allegria è il mio elemento, Mondadori, Milano, 2013, p. 9).

In realtà, quel 7 luglio 1946 fu un giorno favorevole per Ungaretti. Qualche giorno prima, lo schema di decreto predisposto da Molè era giunto in visione a De Gasperi, ch’aveva chiesto un parere a Guido Gonella. A quel punto intervenne Attilio Piccioni, il quale il 7 luglio parlò con Gonella, riuscendo a fermare quel progetto e a rinviare l’intera vicenda dei chiaristi a dopo la formazione del nuovo governo. Non ci fu molto da aspettare: già 13 luglio nacque il secondo Governo De Gasperi. Il poeta fu molto fortunato: ministro della Pubblica Istruzione divenne proprio Gonella, che non diede seguito né ai concorsi, né all’ultima proposta di Molè, con l’esito, però, di tenere per mesi sulle spine sia i professori di chiara fama che il Consiglio Superiore. Nel frattempo, i professori da giudicare erano rimasti in 29. Qualcuno era morto, qualcuno epurato per motivi politici, qualcuno collocato in pensione; cinque, infine, confermati in cattedra da Arangio Ruiz e da Molé, nonostante il parere contrario del Consiglio Superiore. Poi ci fu un’altra crisi di governo. Il 28 gennaio 1947, ultimo giorno di vita del De Gasperi II, Gonella stralciò la posizione di otto professori, fra cui Ungaretti, chiedendo alle Facoltà quei pareri non richiesti al momento delle nomine per chiara fama.

La Facoltà di Lettere della «Sapienza» s’espresse già il 10 febbraio. Per il poeta fu un’altra battaglia dall’esito incertissimo, anche perché, contro di lui, si schierò persino Benedetto Croce, giunto appositamente a Roma, in quei giorni, per sostenere l’allontanamento di Ungaretti dall’università (lettera di Ungaretti del 2 agosto 1948, Correspondance Jean Paulhan – Giuseppe Ungaretti 1921-1968, Gallimard, Paris 1989, p. 393) . Il poeta dedicò i giorni precedenti alla riunione del Consiglio di Facoltà a persuadere i colleghi a votare in suo favore. In quell’opera di convincimento venne aiutato da Falqui e De Robertis, adoperatesi per ammorbidire la posizione dei professori a lui più ostili, come De Ruggiero – che tre anni prima, in qualità di ministro, aveva firmato il provvedimento di sospensione – e come gli altri professori vicini al Partito d’Azione e ai partiti di sinistra (lettera di De Robertis del 6 febbraio 1947, Ungaretti – De Robertis, Carteggio, Il Saggiatore, Milano 1984, p. 93). Tuttavia, il comunista Natalino Sapegno – che nel 1937 era stato “suggerito” da Bottai alla Facoltà di Lettere come successore del defunto professor Vittorio Rossi – prese la parola durante il Consiglio di Facoltà del 10 febbraio 1947 suggerendo di «esprimere un voto unanime a favore del collega Ungaretti: la sua presenza è un onore per la Facoltà di lettere romana, sia per il significato veramente alto della sua opera poetica, sia perché egli tiene il posto suo con grande impegno e mettendo a frutto la sua ottima preparazione nel campo delle letterature europee moderne, come hanno potuto constatare tutti i colleghi che abbiano seguito la sua opera nel campo dell’insegnamento e della preparazione delle tesi di laurea» (verbale del Consiglio di Facoltà di Lettere e Filosofia del 10 febbraio 1947 (Archivio centrale dello Stato, Ministero della PI, in Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019).

La Facoltà fu molto incerta su come procedere, e alla fine Ungaretti la spuntò per un soffio. Il 12 febbraio il poeta scrisse a De Robertis: «I risultati per me sono stati questi: 19 voti favorevoli, 8 schede bianche, 2 contrari. Ma pensa che, i professori aventi diritto di voto essendo 36, e la maggioranza minima necessaria essendo quindi di 19 voti, ho vinto solo per miracolo» (lettera del 12 febbraio 1947, Ungaretti – De Robertis, Carteggio, Il Saggiatore, Milano 1984, p. 95).

Gonella, a cui spettava la decisione finale, tergiversò ancora un po’ di fronte alle delibere dei Consigli di Facoltà, piuttosto indulgenti nei confronti degli otto chiaristi. Poi, ad aprile, con una decisione che alimentò ulteriormente le polemiche, il ministro confermò in cattedra sia Ungaretti che De Robertis. La conferma di Ungaretti destò particolare scalpore: infatti si sapeva che la nomina del poeta, diversamente da quella di De Robertis, non era stata preceduta neppure dal parere della Facoltà.

In quegli stessi giorni il governo entrò nuovamente in crisi, e il 31 maggio vide la luce il De Gasperi IV, un governo da cui venivano estromessi socialisti e comunisti, fino a quel momento alla guida dell’Italia post-fascista insieme ai democristiani. In quel clima infuocato dalle polemiche, la questione dei professori di chiara fama entrò anche nell’aula dell’Assemblea Costituente. Furono l’azionista Calamandrei e il comunista Marchesi a presentare due interpellanze sulla vicenda, stigmatizzando il comportamento del ministro Gonella. Durante la lunga seduta del 15 luglio, il nome di Ungaretti riecheggiò più volte fra i banchi dell’aula di Montecitorio. Accade persino che Gonella – quando durante la sua replica dichiarò che il poeta aveva ricevuto i pareri favorevoli dei commissari nominati dal Consiglio superiore della pubblica istruzione, fra cui Marchesi – venne interrotto proprio dal deputato comunista che smentì categoricamente quanto sostenuto dal ministro, dichiarando che lui era stato «invece nettamente contrario» alla conferma di Ungaretti. Gonella venne nuovamente interrotto quando – replicando all’accusa rivolta alla DC di favorire alcuni chiaristi – sottolineò il fatto che la conferma di Ungaretti era stata sostenuta anche dal comunista Sapegno. A quell’affermazione di Gonella la sinistra dell’aula protestò vivacemente, interrompendo più volte il ministro, mentre Marchesi prendeva le distanze da Sapegno. Le vibranti proteste di quegli uomini di cultura non ebbero effetti concreti, così come non erano servite le dimissioni in massa del Consiglio Superiore per protestare verso il comportamento di Gonella. Alla fine, Ungaretti fu mantenuto in cattedra senza necessità di sottoporsi al concorso.

Ungaretti professore universitario, una nomina controversa

Al poeta la cattedra di storia della letteratura italiana all’Università di Roma

Chi volesse avere notizie sull’esperienza del professor Ungaretti presso l’Università di Roma (1942-1958) può visitare la pagina dedicata. Qui, invece, ci si sofferma su quella tribolata nomina per chiara fama. Il primo serio tentativo di realizzare il sogno della cattedra universitaria, Ungaretti lo fece nel 1934, rivolgendosi al Partito Fascista. Il partito compilò un pro-memoria per Mussolini:

Giuseppe Ungaretti vecchio camerata della Rivoluzione e combattente della Grande Guerra, oltre che il maggiore, senza dubbio, dei poeti militanti, si trova in disagiate condizioni economiche, pur avendo moglie e figli a suo carico. Sarebbe bello provvedere ad una modesta sistemazione nell’insegnamento. Egli vi entrerebbe con gioia e porterebbe nella scuola ardore di giovinezza, sicurezza di gusto, umanità di dottrina. Occorrerebbe che S.E. il Ministro dell’Educazione Nazionale gli ottenesse o un incarico di letteratura francese, di cui l’Ungaretti è competentissimo, in un Istituto Superiore, o l’insegnamento letterario in un’Accademia di Belle Arti, provvedendo d’autorità (il promemoria è trascritto in una lettera a De Robertis del 5 aprile 1934, G. Ungaretti-G. De Robertis, Carteggio 1931-1962, Il Saggiatore, Milano 1984, pp. 11-12).

Il poeta tentò nuovamente d’ottenere la cattedra nel 1938, all’epoca in cui insegnava all’Università di San Paolo del Brasile. A settembre Ungaretti scrisse a Giuseppe Bottai, ministro dell’Educazione Nazionale:

si avvererebbe il più ambizioso sogno della mia vita, se potessi fare sentire ai giovani italiani la bellezza e la forza ideale della poesia italiana su tutte le altre, nel corso dei secoli. Tutto è nato e tutto s’è trasformato da questa poesia: nei suoi mille anni di storia moderna, l’Europa è tutta contenuta nei mill’anni della poesia italiana: tutta contenuta, vaticinata, formalmente espressa. So tanto di poesia europea per potere affermare e dimostrare che non c’è stato moto d’idee e tormento morale e dramma politico in Europa, che prima non si potesse vedere sofferto e indicato sino alle sue estreme conseguenze, nella parola d’un poeta italiano. Come sarebbe bello se potessi chiudere i miei giorni in questa rivendicazione e in quest’azione. Come sentirei di compierli veramente da poeta. Da poeta italiano di questo secolo fascista (lettera di Ungaretti a Bottai, 21 settembre 1938, Archivio centrale dello Stato, Ministero della Pubblica Istruzione, in Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019).

Ungaretti sapeva bene di non avere i titoli necessari per poter partecipare ad un regolare concorso per professore universitario; sapeva anche di non godere della stima del mondo accademico. L’unico modo, dunque, per salire in cattedra era d’esser nominato per «chiara fama», cioè senza concorso, per scelta discrezionale del ministro. Ungaretti conosceva personalmente Bottai, ed era da lui stimato come poeta. Ciò nonostante preferì chiedere aiuto anche ad altri gerarchi: Galezzo Ciano, ministro del Esteri; Attilio De Cicco, direttore generale degli Italiani all’Estero; Luigi Federzoni, presidente del Senato; Guglielmo Rulli, vice-direttore generale degli Italiani all’Estero; Luigi Volpicelli, comune amico del ministro e del poeta.

La procedura per la nomina fu avviata nel novembre 1938; ma già nel febbraio 1939 subì una prima battuta d’arresto quando ad Ungaretti fu ritirata la tessera fascista. Nel dicembre 1939, dopo che al poeta fu restituita la tessera, Giuseppe Bottai riavviò la pratica per la nomina per chiara fama, iter seguito attentamente da Ungaretti; questa volta, oltre ai soliti gerarchi, fra cui Galeazzo Ciano, si rivolse anche anche ad Alessandro Pavolini, neo ministro della Cultura Popolare. Tutto procedeva bene: dal Ministero degli Esteri e da quello della Cultura Popolare giunsero rassicuranti informazioni su Ungaretti, il quale aveva «svolto efficace opera d’insegnamento, e si è altresì prodigato in una azione extra accademica sempre consona ai doveri di un insegnante fascista in terra straniera», mentre il Console italiano a San Paolo del Brasile aveva «qualificato complessivamente l’attività dell’Ungaretti come eccellente»  (lettera di De Cicco a Bottai del 26 dicembre 1939, in Archivio centrale dello Stato, Ministero della Pubblica Istruzione). Sorse, però, un altro problema: la mancanza di cattedre di Letteratura italiana prive di titolare. A quel punto, siamo nel marzo 1940, il poeta si rivolse nuovamente al ministro Bottai: «Nell’attesa della nomina all’Università, bisognerebbe cercare qualche altra cosa per me. Non so: col Duce, con Ciano, che è sempre stato per me come un fratello, con Federzoni, con Pavolini; o in un Istituto di cultura all’Estero, non troppo distante dall’Italia (…) o a dirigere la terza pagina d’un giornale, impegnandomi a farvi degli elzeviri politici: insomma un qualsiasi posto che mi permetta di vivere in quella dignità che il nome che ho anche fuori di Patria, esige» (lettera del 18 marzo 1940, Archivio centrale dello Stato, Ministero della Pubblica Istruzione superiore, in Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019). Quando, finalmente, sembrava che lo nomina fosse imminente arrivò la doccia fredda:  la guerra in corso non consentiva di viaggiare per nave, e l’aereo costava troppo. Ungaretti, allora, si rivolse a Mussolini, sia direttamente che tramite amici comuni:

Carissimi, non ho mai avuto tanta fede nel Duce, nel Fascismo e nell’Italia quanta in questo momento. Sono un uomo vecchio, e non più buono ormai a gran cosa; ma potrei forse ancora fare un po’ di bene. Se il Duce giudica che il mio ritorno possa essere di qualche utilità per la propaganda fra le truppe in prima linea, o in qualche modo, vorrei tornare. Vi prego di far giungere al Duce questo mio desiderio (lettera di Ungaretti a Bottai e a Volpicelli dell’11 dicembre 1940, in Archivio centrale dello Stato, Segreteria particolare del Duce).

Nei mesi seguenti, Bottai e Volpicelli rassicurarono più volte il poeta sull’imminenza della nomina, ma sta di fatto che quando, nel gennaio 1942, il Brasile ruppe le relazioni diplomatiche con l’Italia, Ungaretti ancora non era stato nominato. Rientrò in Italia nell’aprile 1942. Poi a luglio Bottai ricevette la relazione di Attilio De Cicco, direttore generale degli Italiani all’Estero:

l’Ungaretti non solo ha tenuto la cattedra di letteratura italiana dell’Università di S. Paolo con altissimo onore per i nostri studi, suscitando intorno alla sua attività per fervore di consenso di studiosi e di discepoli, ma altresì si è prodigato anche fuori dell’ambito della scuola nella divulgazione tenace ed autorevole del pensiero e dell’arte italiana. Il suo contegno politico è stato poi ispirato a saldezza di sentimenti nazionali e fascisti che anche negli ultimi momenti della permanenza dell’Ungaretti in Brasile, che com’è noto furono alquanto difficili, si imposero per la loro intransigenza e dirittura al rispetto ed alla ammirazione degli avversari (Telespresso del Ministero degli Esteri n. 77888 del 29 luglio 1942, inviato da De Cicco a Bottai, Archivio centrale dello Stato, Ministero della Pubblica Istruzione).

A quel punto Mussolini ordinò al ministro delle Finanze di trovare i soldi per creare una nuova cattedra all’Università di Roma; infine, il 24 ottobre 1942, Bottai – «d’ordine del Duce» nominò Ungaretti professore ordinario di Storia della Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Roma (dattiloscritto del 24 ottobre 1942, Archivio centrale dello Stato, Ministero della Pubblica Istruzione, in Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze).