«Corriere Italiano»

Il «Corriere Italiano» fu fondato nell’aprile 1923 per volontà di Benito Mussolini. Diretto da Filippo Filippelli, il quotidiano fascista s’avvalse di una pagina culturale eclettica, affidata ad Ardengo Soffici, alla quale collaborarono  anche Antonio Baldini, Renato Barilli, Vincenzo Cardarelli, Emilio Cecchi, Francesco Flora, Aldo Palazzeschi, Pietro Pancrazi, Corrado Pavolini, Giuseppe Prezzolini, Umberto Saba, Alberto Savinio e Lorenzo Viani.

Il giornale ebbe vita breve: durante la vicenda Matteotti, Filippelli venne accusato d’essere  coinvolto nel rapimento del deputato socialista, e il giornale chiuse nel giugno 1924.

Giuseppe Ungaretti s’offrì di collaborare al «Corriere Italiano» fin dall’inizio: già nella primavera del 1923 scrisse a Benito Mussolini chiedendogli d’esser coinvolto nell’impresa: «V’imploro: dite una parola in mio favore a S.E. Finzi. Ho dato tanto al mio paese: in sacrifizi, in altro modo: pochi cittadini hanno dato tanto. V’imploro  (Archivio centrale dello Stato, lettera di Ungaretti della primavera del 1923, in Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019). Ungaretti si rivolse anche all’amico Ardengo Soffici, direttore della terza pagina del «Corriere Italiano». Il poeta fu reclutato fra i collaboratori del giornale, e scrisse subito il suo primo articolo, Roma Africana, la cui pubblicazione era prevista per il 21 agosto. Poi accadde qualcosa di poco chiaro. L’articolo venne censurato. Forse il direttore del giornale scorse in quelle pagine una allusione alla relazione fra Mussolini e Margherita Sarfatti; forse vi colse toni irriguardosi, a partire dal titolo, nei confronti della politica coloniale italiana; forse non gli piacque il riferimento a senili amori omosessuali contenuto nell’articolo.

Ungaretti, indignato, scrisse subito a Soffici chiedendo giustizia:

Caro Soffici, a tutela della mia dignità d’uomo e d’artista devo chiederti di sottoporre, d’accordo col Direttore del Corriere italiano, a tre persone, tra le quali il maestro di tutti noi, Gabriele D’Annunzio: 1° l’articolo mio “Roma Africana”, 2° tutti i fatti della mia vita, in pace e in guerra affinché si sappia: 1° se quella mia visione poetica d’una giornata estiva fosse, paragonata a ciò che di meglio si pubblica sui giornali italiani ed esteri, e sotto qualsiasi aspetto, spregevole; 2° se merito la persecuzione d’ordine materiale che da qualche tempo s’accanisce contro di me» (lettera del 27 agosto 1923, Lettere a Soffici (1917-1930), Sansoni, Firenze 1981, p. 111).

Ma non ci sarà niente da fare: la collaborazione del poeta al «Corriere Italiano» finì ancor prima d’iniziare.