Eugenio Montale e Giuseppe Ungaretti

Salvatore Quasimodo e Giuseppe Ungaretti
Montale, Ungaretti e Quasimodo.

Eugenio Montale (Genova 1896 – Milano 1981).

Poeta e giornalista.  Nel 1975 vinse il premio Nobel per la Letteratura. 

 Giuseppe Ungaretti (al centro nella foto) e Eugenio Montale (primo da sinistra) si conobbero, ma non si frequentarono, né furono amici; anzi il loro rapporto fu piuttosto complesso, costellato anche da qualche “incomprensione”.

Alla fine del 1931, Aldo Capasso pubblicò Il passo del cigno ed altri poemi; il volume, dedicato a Montale, era impreziosito dalla prefazione di Ungaretti. Il libro vinse il premio Fracchia nel gennaio 1932; pochi giorni dopo, Ungaretti recensì positivamente sulla «Gazzetta del Popolo» il libro di Capasso; quello stesso mese, Elio Vittorini, anche lui tra i partecipanti al premio Fracchia, stroncò il libro di Capasso con una recensione apparsa sul «Bargello». Ungaretti, com’era sua abitudine, prese fuoco: attaccò Montale, convinto che fosse l’ispiratore dell’articolo di Vittorini, denigrando pesantemente le sue poesie e accusandolo d’essere un invidioso (Carteggio Pavolini – Ungaretti (1926-1962) Bulzoni, Roma 1989, p. 188).

Un’altra occasione di polemica fu suscitata ancora una volta da un premio letterario, questa volta il Gondoliere, assegnato ad Ungaretti nel luglio 1932.

I lavori della commissione erano andati avanti diversi mesi fra tanti sospetti e polemiche; era anche circolata la voce che il premio fosse, fin dall’inizio, destinato ad Ungaretti. Adriano Grande, già a marzo, scriveva a Salvatore Quasimodo (anche lui in gara con Òboe sommerso) pronosticando la vittoria di Ungaretti (Quasimodo, Carteggi (1930-1941), Archinto, Milano 1999, p. 103); Quasimodo, a sua volta, dopo l’assegnazione del premio, scrisse ad Angelo Barile: «Hai visto le gondole? “Dall’Elmo di Scipio” ecc…» (Quasimodo, Carteggi (1930-1941), Archinto, Milano 1999, p. 74). Anche Eugenio Montale, nell’aprile 1932, scriveva ad Angelo Barile di non farsi illusioni di vittoria nel caso in cui avesse partecipato anche Ungaretti: «Ragioni di stato…» (Montale, Giorni di libeccio, Archinto, Milano 2002, p. 89).

Ungaretti dimostrò la sua scarsa simpatia nei riguardi del poeta genovese anche quando, nel 1933, assunse un importante ruolo nella collana letteraria di «Novissima»: s’impuntò, e non fece pubblicare le opere di Montale, analogamente a quelle di Cardarelli e Pirandello. In seguito, Ungaretti esprimerà più volte giudizi negativi nei confronti di Montale: autore di cattivi versi (Ossi di seppia), privi di forma e d’ispirazione, poesie troppo meccaniche, un tentativo abortito di imitare la «musica» della propria poesia (lettera a Paulhan, aprile 1933, Ungaretti – Paulhan, Correspondance (1921-1968), Gallimard, Paris 1989, p. 238); un poeta ispiratosi al Porto sepolto e all’Allegria (lettera a De Robertis, luglio 1942, Ungaretti- De Robertis, Carteggio (1931-1962), Il Saggiatore, Milano 1984, pp. 18-19); «una specie di pidocchio che mastica la cacca del suo naso» (lettera a Paulhan, aprile 1948, Ungaretti – Paulhan, Correspondance (1921-1968), Gallimard, Paris 1989, p. 388).

Tuttavia, questi giudizi irriguardosi di Ungaretti furono dettati più dall’invidia che da disistima verso Montale. Da uno sconosciuto documento conservato in Archivio centrale dello Stato veniamo a sapere che Ungaretti – quando nel 1937 si trasferì a San Paolo del Brasile per insegnarvi Letteratura italiana – portò con se appena una quindicina di libri di poesia, e fra questi la prima e la seconda edizione di Ossi di seppia (documento del 22 febbraio 1937, Archivio centrale dello Stato, Ministero della Cultura Popolare, in Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019).

Dunque, i rapporti fra i due poeti furono difficili, ma soprattutto a causa di una punta di gelosia, comprensibile fra personaggi di quella statura. Quando nel 1967 Montale fu nominato senatore a vita, Ungaretti ci rimase male, ma ci scherzò sopra con una battuta divenuta celebre: «Montale senatore, Ungaretti fa l’amore». L’anno seguente, in occasione dell’80° compleanno di Ungaretti, Aldo Moro dette a Palazzo Chigi un solenne ricevimento in suo onore, al quale parteciparono anche Montale e Quasimodo. Ariodante Marianni, all’epoca segretario del poeta, ha ricordato alcuni momenti di quel ricevimento:

«Della scarsa cordialità e anche forse dell’imbarazzo che c’era fra loro, fui testimone al pranzo ufficiale, durante il quale, pur sedendo insieme al centro della tavola, non si rivolsero mai la parola. Ungaretti credo ne soffrisse; completamente isolato, tra i due che parlavano con i loro vicini, dava ostentatamente segno di annoiarsi. A me, che più tardi gli chiesi le impressioni sulla cerimonia non volle dir nulla, solo commentò “si sta meglio fra giovani”».

In conclusione va detto che col passar degli anni Ungaretti rivide il proprio giudizio su Montale: già nel 1952 scrisse a Paulhan «Montale possède certes du talent»; nel 1957 alla morte di Saba ammise che «spesso sono stato ingiusto e verso l’uno [Saba] e verso l’altro [Montale]. Sono un uomo con le umane debolezze» (Vita d’un uomo. Saggi e Interventi, Mondadori, Milano 1974, p. 673); nel 1959, infine, definì «cose viventi» le poesie del collega (lettera a Jean Lescure del 4 novembre 1959, Ungaretti – Lescure, Carteggio (1951-1966), Olschki, Firenze 2010, p. 198).

Suggerimenti sulle principali opere di (e su) Eugenio Montale, anche su edizioni originali e ristampe rare.