Gazzetta del Popolo

 

 

La collaborazione giornalistica di Ungaretti alla «Gazzetta del Popolo» fu la più duratura e consistente. Sul giornale torinese il poeta scrisse dal dicembre 1929 al settembre 1935, firmandovi più di sessanta articoli. Su quel quotidiano apparvero memorabili reportages, redatti dal poeta sulla base di appunti presi durante viaggi avvenuti anche due mesi prima della pubblicazione dei suoi articoli. La «Gazzetta del Popolo» accolse anche altri contributi del poeta; articoli – al solito – di non agevole lettura, come alcune prose liriche in cui Ungaretti rifletteva sui temi a lui cari della morte e dello scorrere del tempo (ad esempio, Inno al ponte etrusco, «Gazzetta del Popolo», 5 settembre 1935).

E’ probabile che l’avvio della collaborazione alla «Gazzetta del Popolo», distraendolo ulteriormente dal suo lavoro d’ufficio, contribuì al licenziamento di Ungaretti dal Ministero degli Esteri, avvenuto il 14 aprile 1931; e quando – il 3 maggio seguente – fu convocato in ufficio per la liquidazione, Ungaretti era già in viaggio verso Alessandria d’Egitto per il suo primo reportage per conto della «Gazzetta del Popolo».

Quello in Egitto fu il primo di una lunga serie di viaggi per conto del giornale torinese. Nel gennaio 1932 il poeta s’imbarcò  per Bastia, da dove si mosse in macchina per visitare anche le zone interne e montuose della Corsica: nei suoi articoli Ungaretti metterà in luce le affinità culturali e persino i comuni tratti fisici fra la popolazione corsa e quella toscana, strizzando l’occhio al movimento irredentista corso, particolarmente attivo in quell’epoca. Nel marzo 1932 si recò in Campania, visitando Napoli, l’Isola d’Ischia, Ercolano, Pompei e il Vesuvio. A novembre di quello stesso anno si recò nel ferrarese, attraversando la Piana del Polesine e le Valli di Comacchio, e visitando anche la badia di Pomposa.

Poi, nel febbraio 1933 fu la volta di un reportage in Belgio e Olanda: visitò Bruxelles, Gand Bruges e Ostenda. Si fermò qualche giorno ad Anversa, dove ammirò il grande porto, passeggiò per le strade intorno alla stazione centrale, s’accostò alle bancarelle entrando anche in qualche negozio. S’accorse che in quella zona della città viveva una comunità ebraica di sessantamila anime; si fermò a parlare con un giovane ebreo d’origine ucraina, un cliver, cioè un operaio addetto alla fenditura dei diamanti. Venuto a sapere che il mercato delle pietre preziose era in recessione, chiese al giovane che cosa avrebbe fatto per sopravvivere alla crisi. «Imparo un altro mestiere. Seguo i corsi della Scuola d’arti decorative. Imparo l’arte pubblicitaria» risposte l’operaio, suscitando l’ammirazione dell’intervistatore, che insistette: – «Avete famiglia?»; – «Sì, tre fratelli più grandi di me. Quello che noi si guadagna, mio padre ed io, è per farli studiare. Uno studia medicina, l’altro farà l’avvocato, il terzo non sappiamo ancora». Proseguiva il giornalista:

 

Pensavo, ed esageravo certo, facevo un romanzo: uno, nella pubblicità: avrà nelle sue mani tutti i giornali; l’altro, medico, sarà professore, la facoltà di medicina dipenderà da lui; il terzo, avvocato: sarà borgomastro, ministro. E, con quello spirito di casta che li distingue, non ci sarà più posto che per gli ebrei. Esageriamo; ma c’è nella razza, oltre al disperato animo di cui da principio si parlava, e direi come alimento di quest’animo, una foga accaparratrice. E prolifici come sono, quanti saranno fra 20 anni? Non lo dico per antisemitismo. Ma questo problema degli ebrei nel mondo non si potrà mai risolvere? (Povera gente venditrice di diamanti, «Gazzetta del Popolo», 3 settembre 1933, ora in Vita d’un uomo. Viaggi e Lezioni, Mondadori, Milano, 2000, p. 1271).

Queste sinistre parole contenute nell’articolo del poeta vennero pubblicate sulla «Gazzetta del Popolo» appena quattro mesi dopo l’emanazione delle prime leggi razziali volute da Hitler. Tanti anni dopo, nel 1961, quando Ungaretti raccoglierà quei suoi scritti nel Deserto e dopo, preferirà mutare il titolo dell’articolo (Un popolo e una pietra preziosa) ed eliminerà il passo più compromettente.

Sulla «Gazzetta del Popolo» Ungaretti non scrisse solo articoli di viaggio. Ne scrisse anche qualcuno di propaganda politica, come quello intitolato Alle sorgenti dell’Acquedotto Pugliese apparso sulla «Gazzetta del Popolo» il 9 settembre 1934, dove Ungaretti magnificò la «colossale» opera idraulica realizzata dal regime fascista; anche in questo caso, la versione dell’articolo accolta nel Deserto e dopo (1961), avrà un titolo diverso (L’Acquedotto) e subirà il taglio delle frasi di esaltazione della «Rivoluzione fascista» (Vita d’un uomo. Viaggi e Lezioni, Mondadori, Milano, 2000, p. 1328).

Un altro articolo di propaganda era apparso sulla «Gazzetta del Popolo» nell’ottobre 1933. Per commemorare i seimila marinai italiani morti durante la Prima guerra mondiale, il governo aveva eretto a Brindisi un imponente monumento a forma di timone, dedicandolo al Marinaio d’Italia. Alto 54 metri, pesava 450.000 tonnellate ed era costato oltre due milioni di lire. Lungo i fianchi correvano due enormi fasci littori in travertino bianco. La targa commemorativa recitava: «Gloria ai marinai della nuova Italia che affrontarono audaci la morte perché la patria risorgendo si affermasse ancora vincitrice sui mari». I lavori erano andati avanti speditamente, non senza qualche ritardo. Tanto è vero che il 4 novembre 1933, giorno dell’inaugurazione, il cantiere era ancora in funzione. Un mese prima della cerimonia, il monumento venne visitato da un pugno di uomini. Fra loro l’architetto Luigi Brunati e il pittore Amerigo Bartoli, vincitori del concorso nazionale per la realizzazione dell’opera. Era presente anche Ungaretti, amico di entrambi gli artisti ed incaricato di scriverne sulla «Gazzetta del Popolo». L’articolo uscì il 29 ottobre 1933. Il poeta vi descrisse con entusiasmo l’esterno del monumento in cui intravvedeva «forse» delle origini stilistiche provenienti dal Colosseo; ammirava il «bel tufo» rivestente il cemento armato del monumento, simile alla «crosta d’un pane appena sfornato»; rilevava come il monumento fosse «perfettamente intonato all’ambiente» con «i fasci di travertino romani ai fianchi e le modanature di pietra bianca di Trani». L’interno del basamento non era da meno; la «cripta s’avanza nervosa, altissima, piena di mistero. È come uno speco dalla perfetta architettura. È come l’articolazione viva d’un magro scafo rovesciato. È guerriera e ascetica e di pura bellezza»  (Gloria al Marinaio d’Italia, «Gazzetta del Popolo», 29 ottobre 1933, ora in Vita d’un uomo. Viaggi e Lezioni, Mondadori, Milano, 2000, pp. 435-439).

Nel caso di questo articolo, Ungaretti nel secondo dopoguerra non interverrà col taglio dei passi inopportuni; preferì, invece, cancellare l’intero articolo, unico modo per rimuovere la sua stessa presenza dal cantiere di Brindisi in quel contesto particolare.