Università di San Paolo del Brasile

 

 

Alle due del pomeriggio del 20 febbraio 1937, Ungaretti – insieme a Jeanne, Ninon e al piccolo Antonio – s’imbarcò sul Neptunia (il fiore all’occhiello della marina italiana) per recarsi in Brasile. Lasciò l’Italia per accettare la cattedra di Letteratura italiana presso l’Università di San Paolo del Brasile. Sarebbe rientrato in Patria soltanto nell’aprile 1942, questa volta a bordo del Bagé (un vecchio battello che non navigava da vent’anni); soprattutto, sarebbe tornato senza Antonietto, morto in Brasile a nove anni per una appendicite mal curata.

Il poeta e i suoi biografi, nello spiegare le ragioni di quella lunga esperienza in Brasile, hanno posto l’accento sull’aspetto economico e sul malessere di Jeanne, dovuto all’atteggiamento antifrancese assunto dal governo italiano; con quelle premesse, il poeta non poteva non accettare la cattedra che gli veniva offerta dal rettore dell’Università di San Paolo. In realtà, a quelle ragioni accennate, ne vanno aggiunte altre due. In primo luogo, per poter ambire ad una cattedra universitaria in Italia, Ungaretti aveva prima bisogno di maturare un’esperienza d’insegnamento in qualche università, e quella brasiliana fu la prima concreta opportunità che gli si presentò. In secondo luogo, il periodo brasiliano va i inserito sulla scia delle precedenti esperienze politico-propagandistiche già vissute da Ungaretti: il lavoro all’Ufficio Stampa, le proposte avanzate al Convegno per la cultura fascista, le proposte sulla nascente Accademia d’Italia, il giro di propaganda in Belgio, gli articoli di politica sulla stampa fascista, l’assegno mensile percepito dal Ministero della Cultura Popolare, il ruolo svolto al Congresso del Pen club a Buenos Aires, la disponibilità data per la propaganda su vasta scala.

Ungaretti si recò in Brasile per conto del governo italiano: il 10 febbraio 1937 il ministro degli Esteri Galeazzo Ciano firmò il decreto ministeriale che stabiliva anche un compenso di 4.000 lire al mese, a cui s’aggiungevano altri 4.500 real portoghesi mensili versati dal governo dello Stato di San Paolo (lettera dattiloscritta del capo della Polizia Politica del 2 aprile 1939, in Archivio centrale dello Stato, Divisione di Polizia Politica). Il poeta si recò in Brasile, oltre che per insegnare la lingua e la letteratura italiana, anche per svolgervi propaganda politica; ne è testimonianza documentaria lo scatolone di libri che raggiunse subito Ungaretti in Brasile, pacco contenente diversi volumi per la propaganda fascista, alcuni in italiano, altri in spagnolo, altri ancora in portoghese (documento del 22 febbraio 1937, in Archivio centrale dello Stato, Ministero della Cultura Popolare, in Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019).

In quegli anni, su incarico del console di San Paolo, Ungaretti commemorò solennemente date fasciste a Campinas, a Piracicaba e a Bragança. Quell’attività «extra accademica», per la quale verrà valutato dal governo italiano, lo tenne in costante contatto anche con Attilio De Cicco, capo della Direzione generale degli Italiani all’estero, «il mio direttore generale», scriveva il poeta a Giuseppe Bottai, ministro dell’Educazione Nazionale (lettera del 19 settembre 1938, in Archivio centrale dello Stato, Ministero della Pubblica Istruzione, in Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019). Un’altra testimonianza di quell’attività di propaganda è costituita dal discorso pronunciato dal poeta per celebrare il trigesimo della morte di D’Annunzio, scomparso il 1° marzo 1938. In quella occasione Ungaretti tenne un discorso radiodiffuso in tutta l’America Latina in cui, oltre a parlare di D’Annunzio, elogiò Dante, Petrarca, Leopardi e Manzoni, trovando il modo di parlare anche di Mussolini:

Poi il timone della patria è afferrato dalle mani di Mussolini. In Italia ormai c’è di nuovo un Duce. Poi, contro tutte le graziose intenzioni, con una gigantesca impresa militare, condotta in modo fulmineo, l’Impero di Roma finalmente risorge. E oggi è vivo, vittorioso e glorioso, come lo vedeva con i suoi occhi mortali, Virgilio (Commemorando Gabriele d’Annunzio, in Vita d’un uomo. Viaggi e Lezioni, Mondadori, Milano 2000, pp. 1448-1454).

 

A San Paolo del Brasile, però, Ungaretti fu soprattutto un docente, anche perché l’ispirazione poetica languiva. Dedicò i corsi universitari a Dante Alighieri introducendo la Divina Commedia, e soffermandosi su primi canti dell’Inferno e del Purgatorio; presentò San Francesco d’Assisi; poi fu la volta di Francesco Petrarca del quale spiegò alcune Canzoni; illustrò anche qualche opera di Boccaccio; dedicò molte lezioni ai Canti di Giacomo Leopardi; e ancor più alle Operette Morali e agli Inni Sacri del Manzoni, del quale spiegò anche diversi capitoli dei Promessi Sposi. Infine si soffermò anche su Jacopone da Todi:

Si laurea in legge all’Università di Bologna. (A quell’epoca più di 10.000 scolari la frequentavano, alternando lo studio con le baruffe e i bagordi). Fatto ritorno alla sua città nativa, sognando notorietà e ricchezza, sembra che presto le conquistasse, patrocinando gli affari dei suoi conterranei, ‘con più abilità che scrupoli’.

È avaro allora e lussurioso, dicono i biografi, e disposto più allo scherno che al rispetto verso chi si dava a vita religiosa. Verso il ’66 sposa una tal Vanna di Messer Bernardino di Guidone dei Conti di Coldimezzo. Un giorno del 1268 trovandosi la bellissima Vanna con altre compagne a un festino nuziale, come vogliono alcuni, o ad assistere, come dicono altri, a certi giuochi pubblici che si facevano a Todi, improvvisamente si rompe il palco che sosteneva gli spettatori, e fra il generale spavento, tutti precipitano al suolo.

Solo Vanna, è rimasta gravemente ferita, e quando è portata a casa, è moribonda. Sopraggiunto fuori di sé il marito, vedendola respirare a fatica, si dà a svestirla convulsamente: ma liberatele le membra dai ricchi broccati, Messer Jacomo, le vide, mentre ella moriva, aderente alle carni, un aspro cilicio che di nascosto ella aveva portato fino a quel giorno.

Messer Jacomo, pazzo di dolore, abbandona i suoi beni, abbandona i suoi codici, si dà a vita errante (…) Entrato nel terz’ordine di San Francesco, per dieci anni, Jacopone va pellegrino e mendico (…) Vecchio e malato, Jacopone trova rifugio allora nel convento dei frati minori di Collazzone. È il periodo in cui nella sua laude non c’è più che il grido d’amore. È placata la violenza del suo corpo, s’è esaurita l’ira della sua carne defraudata, e ora solo la sua anima ha violenza; non c’è più traccia d’odio in lui: c’è solo l’incendio della sua anima che si consuma e s’espande in amore (…). Jacopone aveva vissuto quasi ottant’anni. La sua poesia, che esamineremo nei particolari nella prossima lezione, vivrà quanto durerà nell’uomo il desiderio di grandezza (Sulla vita di Jacopone da Todi, ora in Vita d’un uomo. Viaggi e lezioni, Mondadori, Milano 2000, pp. 492-494).

 

Ai suoi studenti spiegò che «Tutta la grande poesia nasce da una grande passione amorosa»:

così quella di Jacopone, così quella di Dante. Dante assaliva tutte le donne che incontrava; il Petrarca, di natura più posata, o meglio, più sordamente passionale, e di natura certamente timida e segreta, dev’essersi, forse, macerato solo per Laura; i biografi mettono due o tre altre donne, ma non erano poetiche, e non ce ne importa niente; ma in realtà un poeta non ama se non ciò che cerca in una donna: cioè un’immagine per sempre della propria esperienza; in fondo un poeta non ama se non la propria poesia. E non dico questo nel senso egoista, ma nel senso idealista delle parole.

In ogni caso voglio osservare che quando ci parla d’un rapporto amoroso e ce lo fa sentire: come nell’episodio di Paolo e Francesca, o come nelle rime per la donna Pietra, – Dante manifesta sempre un rapporto o il desiderio di un rapporto torbidamente carnale. Negli altri casi: nella Vita Nuova, e sempre quando interviene Beatrice, c’è solo e puramente un’astrazione. Invece il Petrarca ci fa sempre sentire la realtà d’una donna, ce la fa sentire con un desiderio vivacissimo, ma reso pulito da un sommo pudore, e ce la fa proprio sentire questa realtà di Laura per il tempo che sente scorrere in sé, per il proprio progressivo invecchiare, giorno per giorno, minuto per minuto, verso la morte (Idea del tempo e valore della memoria in Petrarca [1937], ora in Viaggi e Lezioni, Mondadori, Milano 2000, p. 555).

 

A lezione, il professore suggeriva ai suoi studenti di leggere, e di leggere con metodo:

In Biblioteca avete una raccolta di scrittori italiani: ci sono gli scrittori del Trecento e Quattrocento e dell’Ottocento che sono i secoli che quest’anno studieremo. Leggeteli questi scrittori, abbandonatevi ad essi romanticamente, senza riflessioni, prima, e poi cercando di pensare a quello che hanno detto, a come l’hanno detto, a l’effetto che hanno prodotto su di voi, e cercate in voi un filo che leghi le vostre letture. Finirete col vedere dietro alle vostre letture, attraverso i personaggi d’un romanzo o alle immagini d’una poesia, le passioni e i pensieri che hanno agitato e rischiarato questo o quel momento della storia.

Persuadetevi di questo: in nessuna storia della letteratura c’è la verità, in nessuna formula d’un altro ci può essere il vostro pensiero: la verità dovete cercarla nel vostro spirito. Se cercherete direttamente sui testi degli autori la storia, essa finirà coll’apparire nel vostro spirito, e sarà opera stessa del vostro spirito, e sarà verità perché nascerà non dalle formule e dai precetti di Tizio o di Sempronio, ma liberamente dal vostro pensiero (Concetto di storia e storia letteraria [1937], ora in Viaggi e Lezioni, Mondadori, Milano 2000, p. 1007).

 

Il professor Ungaretti cercava poi di stimolare i suoi studenti:

Ho lavorato tre giorni intorno a questo sonetto [Quand’io sono tutto vòlto in quella parte, Petrarca] e v’ho comunicato il mio lavoro nel suo stato ancora greggio facendovi assistere a come via via s’è svolto nel mio spirito, perché mi premeva di mostrarvi come si deve lavorare. Avete imparato? Sono stanco, e dovreste voi cercare di trovarmi la terza interpretazione, l’interpretazione definitiva. Mercoledì e giovedì prossimo ascolterò dalla vostra viva voce le vostre «parole non morte» e la risoluzione dei miei dubbi. Farete in quei giorni, a turno, lezione al posto mio. Sette minuti per uno, non di più. Direte semplicemente con una versione in prosa di venti righe – di sole venti righe, perché io ho da sapere come lavorate – ciò che veramente c’è in questo sonetto difficilissimo. Sono 5 secoli che ci lavorano, e i migliori spiriti italiani, e, vedete, tocca a voi risolvere i dubbi (Sul sonetto del Petrarca [1937], ora in Vita d’un uomo. Viaggi e Lezioni, Mondadori, Milano 2000, p. 578).

 

Parlando del periodo trascorso da Ungaretti in Brasile, un cenno merita la figura del figlio del poeta, scomparso tragicamente il 20 novembre 1939 ad appena nove anni. Qualche giorno dopo si svolse il funerale: «si gridò per l’ultima volta il nome di Antonio Benito Ungaretti e i presenti dovettero rispondere ‘presente!’». Ne parlò anche il «Fanfulla» di San Paolo, in un articolo probabilmente ispirato (se non scritto) dallo stesso Ungaretti:

Più tardi, verrà con la ragione la rassegnazione questo divino rimedio per coloro che soffrono: la vita preparazione alla morte, la morte sintesi della vita, l’aiuto, insomma, della filosofia e della religione.

Più tardi. Ma quando un bambino che è stato a lungo il centro dei nostri pensieri, che era il nostro orgoglio e nel quale noi vedevamo rifiorire ciò che noi fummo, ciò che noi volevamo essere; quando un bambino del nostro cuore e del nostro sangue ci lascia; e quando noi lo vediamo soffrire, che noi sappiamo e sentiamo che egli sa che sta per morire, e che morire gli pesa e che egli ci è riconoscente di tutto quello che noi facciamo per strapparlo alla morte, ma che c’è nel suo sguardo, contemporaneamente alla gratitudine, la pena di sapersi condannato; quando ci muore un bambino di dieci anni che possiamo fare della filosofia?

Così, si è spento Antonio Benito Ungaretti, figlio del poeta e camerata Giuseppe Ungaretti, professore di lingua e letteratura italiana alla facoltà di filosofia di questa Università…

Ma si chiuda la fossa.

Si lanciò per l’appello supremo il nome di Antonio Benito Ungaretti; ma il grido fu inteso solo da uno spirito già elevato all’infinito (E’ morto un bambino, ora in Correspondance Jean Paulhan – Giuseppe Ungaretti 1921-1968, Gallimard, Parigi 1989, p. 335).