Università di Roma

 

Ungaretti insegnò all’Università di Roma dall’ottobre 1942 all’ottobre 1958. Il poeta desiderava una cattedra universitaria da tantissimi anni, addirittura dal 1912. Il primo serio tentativo di realizzare quel sogno lo fece nel 1934, rivolgendosi al Partito Fascista, che compilò un pro-memoria per Mussolini:

Giuseppe Ungaretti vecchio camerata della Rivoluzione e combattente della Grande Guerra, oltre che il maggiore, senza dubbio, dei poeti militanti, si trova in disagiate condizioni economiche, pur avendo moglie e figli a suo carico. Sarebbe bello provvedere ad una modesta sistemazione nell’insegnamento. Egli vi entrerebbe con gioia e porterebbe nella scuola ardore di giovinezza, sicurezza di gusto, umanità di dottrina. Occorrerebbe che S.E. il Ministro dell’Educazione Nazionale gli ottenesse o un incarico di letteratura francese, di cui l’Ungaretti è competentissimo, in un Istituto Superiore, o l’insegnamento letterario in un’Accademia di Belle Arti, provvedendo d’autorità (il promemoria è trascritto in una lettera a De Robertis del 5 aprile 1934, G. Ungaretti-G. De Robertis, Carteggio 1931-1962, Il Saggiatore, Milano 1984, pp. 11-12).

Quel tentativo non andò in porto anche perché le facoltà universitarie non gradivano le ingerenze politiche. Poi, nel 1937 Ungaretti si trasferì a San Paolo del Brasile, da dove iniziò a chiedere insistentemente una cattedra universitaria in Italia, mettendo anche in luce che ora poteva vantare un po’ d’esperienza come docente a contratto nell’Università paulista. Già nel settembre 1938, Ungaretti scrisse due lettere a Giuseppe Bottai. Il poeta spiegava al ministro dell’Educazione Nazionale come con la sua nomina a professore:

si avvererebbe il più ambizioso sogno della mia vita, se potessi fare sentire ai giovani italiani la bellezza e la forza ideale della poesia italiana su tutte le altre, nel corso dei secoli. Tutto è nato e tutto s’è trasformato da questa poesia: nei suoi mille anni di storia moderna, l’Europa è tutta contenuta nei mill’anni della poesia italiana: tutta contenuta, vaticinata, formalmente espressa. So tanto di poesia europea per potere affermare e dimostrare che non c’è stato moto d’idee e tormento morale e dramma politico in Europa, che prima non si potesse vedere sofferto e indicato sino alle sue estreme conseguenze, nella parola d’un poeta italiano. Come sarebbe bello se potessi chiudere i miei giorni in questa rivendicazione e in quest’azione. Come sentirei di compierli veramente da poeta. Da poeta italiano di questo secolo fascista (lettera di Ungaretti a Bottai, 21 settembre 1938, Archivio centrale dello Stato, Ministero della Pubblica Istruzione, in Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019).

 

In quei mesi Ungaretti fece pressioni anche su altri gerarchi: Galezzo Ciano, ministro del Esteri, nonché genero del Duce; Attilio De Cicco, direttore generale degli Italiani all’Estero; Luigi Federzoni, presidente del Senato, dell’Accademia d’Italia e dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana; Guglielmo Rulli, vice-direttore generale degli Italiani all’Estero; Luigi Volpicelli, noto accademico amico di Bottai.

Il ministro dell’Educazione Nazionale accolse i solleciti in favore del poeta, e già nel novembre 1938 avviò la procedura per la nomina per chiara fama, cioè senza concorso e senza il parere della Facoltà di Lettere dell’Università di Roma. Poi accadde un imprevisto. Durante la vacanza trascorsa dal poeta in Italia tra il dicembre 1938 e il febbraio 1939, Alberto Savinio pubblicò sul settimanale illustrato «Omnibus» un articolo in cui associava la morte di Giacomo Leopardi ad un’epidemia di colera e alla «irrefrenabile ingordigia del contino» per «gelati, sorbetti, mantecati, spumoni, cassate e cremolati», causa della «cacarella» che ne aveva causato la morte nel 1837; nel suo articolo, Savinio polemizzava anche per la chiusura del Gambrinus, celebre caffè letterario napoletano, «ucciso» dal prefetto Marziali (definito «asino») per far posto ad «una inattesa succursale del Banco di Roma». L’articolo non piacque alle autorità fasciste: «Omnibus» venne chiuso d’autorità il 2 febbraio 1939, appena cinque giorni dopo la pubblicazione dell’articolo di Savinio. Ungaretti fu molto sfortunato in quella circostanza: ebbe i “torti” d’aver partecipato, all’inizio di gennaio, alle celebrazioni napoletane per il centenario della morte di Leopardi, e d’esser stato chiamato in causa da Savinio nel suo articolo su «Omnibus».  Il 1° febbraio 1939, ignaro delle reazioni provocate dall’articolo di Savinio, Ungaretti si presentò al Ministero della Cultura Popolare per incassare gli arretrati per la sua attività di propaganda; ma l’assegno non gli fu consegnato e, anzi, la sua presenza a Roma venne segnalata al Partito Fascista (appunto del 1° febbraio 1939, in Archivio centrale dello Stato, Ministero Cultura Popolare). A quel punto iniziarono i guai per Ungaretti: il 2 febbraio fu convocato dalla Federazione Fascista dell’urbe; gli fu chiesto di giustificarsi per l’articolo di Savinio apparso su «Omnibus»; il poeta proclamò la sua estraneità ai fatti, ma gli venne ritirata la tessera del partito (appunto dattiloscritto del 7 febbraio 1939, in Archivio centrale dello Stato, Polizia Politica, in Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019); protestò con veemenza, fece presente la sua vecchia amicizia col Duce; sempre il 2 febbraio,  si rivolse a Mussolini, che lesse la lettera del poeta  trasmettendola subito a ministro della Cultura Popolare; il 6 febbraio Dino Alfieri scrisse al poeta informandolo che la tessera gli era stata tolta per tre mesi. Già il 7 febbraio Ungaretti prese un treno diretto a Genova imbarcandosi per il Brasile.

Il ritiro della tessera del Partito Fascista ebbe conseguenze immediate sull’ambizione accademica del poeta: Bottai interruppe subito il procedimento per la nomina per chiara fama; Ungaretti, per molti mesi, seguì da vicino il tribolato iter per la restituzione della tessera:

Ho ricevuto la tua ultima lettera (…) oggi ho telefonato a Volpicelli. Egli mi ha assicurato che tutto della tua questione va per il meglio. Ha consegnato in buone mani la tua lettera. La tessera non poteva farsela dare lui: ti sarà mandata per via regolare; non so se attraverso il Fascio di San Paolo; o attraverso quello della Capitale, che mi par di sapere è ancora il tuo. Sta tranquillo dunque che tutto è risolto per il meglio. Se tra qualche tempo non l’avrai ricevuta, solleciteremo: ma credo non ce ne sarà bisogno. Naturalmente un po’ di tempo dovrà trascorrere, perché si tratta ormai di una pratica d’ufficio: anche il PNF ha la sua burocrazia interna (lettera di Adriano Grande a Ungaretti del 27 giugno 1939, in Archivio Bonsanti).

 

Nel dicembre 1939, Bottai riavviò la pratica per la nomina di Ungaretti, che riprese a cercare sostegno alla sua candidatura: scrisse nuovamente a Giuseppe Bottai, a Galeazzo Ciano, ad Attilio De Cicco, a Guglielmo Rulli, a Luigi Volpicelli. Questa volta, il poeta si rivolse anche ad Alessandro Pavolini, neo ministro della Cultura Popolare. Dal Ministero degli Esteri e da quello della Cultura Popolare giunsero rassicuranti informazioni su Ungaretti, il quale aveva «svolto efficace opera d’insegnamento, e si è altresì prodigato in una azione extra accademica sempre consona ai doveri di un insegnante fascista in terra straniera», mentre il Console italiano a San Paolo del Brasile aveva «qualificato complessivamente l’attività dell’Ungaretti come eccellente»  (lettera di De Cicco a Bottai del 26 dicembre 1939, in Archivio centrale dello Stato, Ministero della Pubblica Istruzione, in Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019). Sorse, però, un altro problema: la mancanza di cattedre di Letteratura italiana prive di titolare. A quel punto, siamo nel marzo 1940, il poeta si rivolse nuovamente al ministro Bottai:

alcuni mesi fa – era ancora vivo il mio bimbetto – l’amico Luigi Volpicelli mi scrisse per dirmi che stavate pensando alla mia sistemazione in Italia. Per quanto già allora l’impazienza del ritorno in Patria mi premesse, pure potevo aspettare. Oggi le cose sono diverse: le mie condizione di salute, quelle della bimba che mi rimane e di mia moglie, non mi permettono di protrarre a lungo, senza gravi conseguenze, la mia permanenza qui. So da Volpicelli che avete pensato a creare per me una cattedra di letteratura contemporanea comparata (immagino: comprendendovi il Romanticismo, partendo dal Romanticismo), e che in un primo momento la nomina sembrava imminente, e che poi, essendosi presentate delle difficoltà, è stato deciso per rendere possibile la cosa di trasferire a Roma una cattedra di altra Università, aspettando che si producessero circostanze favorevoli a questo movimento.

Di tutto questo vi sono profondamente riconoscente. Vi dicevo però che la mia salute e quella dei miei non mi permetteva di aspettare tanto. E nello stesso tempo vorrei anche dirvi che mi dispiacerebbe troppo di morire qui. Al mio bimbetto, quando ancora credevo si potesse salvare, – e poche ore dopo Iddio me lo richiamava a sé, – gli promettevo che l’avrei riportato in Italia. Devo riportare le sue ossa in Italia. Devo avere il tempo di poterlo fare. Nell’attesa della nomina all’Università, bisognerebbe cercare qualche altra cosa per me. Non so: col Duce, con Ciano, che è sempre stato per me come un fratello, con Federzoni, con Pavolini; o in un Istituto di cultura all’Estero, non troppo distante dall’Italia, o all’Irce, per conferenze alle Università per stranieri o ispezioni, e in genere per tutto quanto riguarda la diffusione della nostra cultura all’estero: problemi che conosco a fondo; o all’esposizione del 42 (organizzando un reparto di letteratura it. dal Romanticismo ad oggi), o a dirigere la terza pagina d’un giornale, impegnandomi a farvi degli elzeviri politici: insomma un qualsiasi posto che mi permetta di vivere in quella dignità che il nome che ho anche fuori di Patria, esige. Perdonatemi, amico mio, questa lettera. Si tratta di salvare un uomo, e di più: la famiglia d’un uomo, – che ha sempre fatto il suo dovere e che la sventura non ha mai risparmiato, né la calunnia (lettera di Ungaretti a Bottai del 18 marzo 1940, Archivio centrale dello Stato, Ministero della Pubblica Istruzione superiore, in Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019).

 

Trascorsero altri mesi di speranze, alimentate soprattutto dalle lettere di Volpicelli: «Non vedo l’ora che tu ritorni. La tua cattedra è certa» (lettera di Volpicelli del 24 luglio 1940, Archivio centrale dello Stato, Ministero della Pubblica Istruzione,  Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019); «Sono tornato dal ministro e gli ho parlato di te e della tua cosa. Questa mani mi ha telefonato e mi ha detto le parole che ti trascrivo: “Ti prego di scrivere ad Ungaretti che nel modo più assoluto io lo nominerò all’Università di Roma. Volevo prendere la cattedra di letteratura italiana di Cagliari: ma non posso fare alla Sardegna questo affronto di togliere una cattedra alla Sardegna che ne ha così poche. Il ministro delle finanze, però, mi concede, per ordine di Mussolini, i fondi per nuove cattedre: la prima sarà per Ungaretti (…). Ecco caro Ungaretti, la situazione. Io vorrei che tu tornassi subito, perché ho la più ferma certezza nella promessa di Bottai, che non è promessa del solo Bottai» (lettera di Volpicelli, agosto 1940, in Archivio Bonsanti).

Fu Rulli, invece, a gelare le aspettative del poeta, spiegandogli che avrebbe dovuto aspettare la fine del conflitto per rientrare in Italia, dato che con lo scoppio della guerra l’unico mezzo sicuro per viaggiare era l’areo, che però costava troppo. Ungaretti, allora, si rivolse a Mussolini, sia direttamente che tramite amici comuni:

Carissimi, non ho mai avuto tanta fede nel Duce, nel Fascismo e nell’Italia quanta in questo momento. Sono un uomo vecchio, e non più buono ormai a gran cosa; ma potrei forse ancora fare un po’ di bene. Se il Duce giudica che il mio ritorno possa essere di qualche utilità per la propaganda fra le truppe in prima linea, o in qualche modo, vorrei tornare. Vi prego di far giungere al Duce questo mio desiderio (lettera di Ungaretti a Bottai e a Volpicelli dell’11 dicembre 1940, in Archivio centrale dello Stato, Segreteria particolare del Duce, in Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019).

 

Ungaretti trascorse tutto il 1941, come del resto avvenuto l’anno precedente, alternando speranze a delusioni; a luglio, ad esempio, ricevette una lettera di Volpicelli dove lesse: «giovedì scorso a Frascati vidi Bottai che mi era venuto a trovare e mi confermò la tua nomina. Essa però non è ancor di pubblica ragione. Sta tranquillo che non appena sarà firmata ti avvertirò io stesso subito» (lettera di Volpicelli del 26 luglio 1941, in Archivio Bonsanti). Infine, nel gennaio 1942, il Brasile ruppe le relazioni diplomatiche con l’Italia e Ungaretti dovette occuparsi del suo rimpatrio, avvenuto nell’aprile 1942.

Il 24 ottobre 1942 Ungaretti fu nominato professore ordinario di Storia della Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Roma. Decisiva fu l’amicizia col ministro Bottai, che firmò il decreto di nomina. Determinate fu anche Mussolini: «22 ottobre 1942 Sua Ecc. il Ministro, d’ordine del Duce, dispone la nomina ai sensi dell’art. 81 del T.U. Giustini» (dattiloscritto del 24 ottobre 1942, Archivio centrale dello Stato, Ministero della Pubblica Istruzione, in Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze). Importante fu infine una la relazione di De Cicco del luglio 1942:

l’Ungaretti non solo ha tenuto la cattedra di letteratura italiana dell’Università di S. Paolo con altissimo onore per i nostri studi, suscitando intorno alla sua attività per fervore di consenso di studiosi e di discepoli, ma altresì si è prodigato anche fuori dell’ambito della scuola nella divulgazione tenace ed autorevole del pensiero e dell’arte italiana. Il suo contegno politico è stato poi ispirato a saldezza di sentimenti nazionali e fascisti che anche negli ultimi momenti della permanenza dell’Ungaretti in Brasile, che com’è noto furono alquanto difficili, si imposero per la loro intransigenza e dirittura al rispetto ed alla ammirazione degli avversari (Telespresso del Ministero degli Esteri n. 77888 del 29 luglio 1942, inviato da De Cicco a Bottai, Archivio centrale dello Stato, Ministero della Pubblica Istruzione, in Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019).

 

Ungaretti svolse la prolusione (Immagini del Leopardi e nostre) nel pomeriggio del 29 gennaio 1943, limitandosi a leggere il dattiloscritto preparato per l’occasione. Anzi, il poeta non riuscì a leggere tutto il documento: venne contestato durante la prolusione, qualcuno rumoreggiò usando un barattolo di latta, ci fu persino una scazzottata, e Ungaretti dovette rinunciare a leggere l’ultima parte del suo discorso. Di quella agitata prolusione giunse un’eco anche a Piero Calamandrei, il quale nel suo diario annotava il giudizio riportatogli da Pancrazi: «una cosa ridicola» (P. Calamandrei, Diario, I, 1942-1945, Edizioni di storia e letteratura, Roma 2015, p. 123).

Il 25 marzo 1943, poi, Ungaretti prestò il giuramento: «Io Giuseppe Ungaretti giuro di essere fedele al Re, ai suoi Reali successori e al Regime Fascista, di osservare lealmente lo Statuto e le leggi dello Stato, di esercitare l’ufficio d’insegnante e adempiere tutti i doveri accademici con proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla Patria e al Regime Fascista» (Processo verbale di prestazione di giuramento del 25 marzo 1943, Università la Sapienza di Roma, Ufficio storico,  in Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019).

Il poeta dedicò al Leopardi il suo primo corso all’Università di Roma, che iniziò il 2 febbraio, finendo l’11 maggio 1943.  Il giorno in cui Ungaretti terminò quel suo primo anno di lezioni all’Università di Roma non fu un giorno qualsiasi. All’alba di quell’11 maggio Roma fu svegliata dall’allarme aereo: qualcuno corse verso i rifugi; altri rimasero a letto a dormire; altri ancora si preparano per andare al lavoro. Quella mattina Ungaretti andò all’Università, tenendovi l’ultima lezione del suo corso su Leopardi; al termine della lezione congedò i suoi studenti con un appello:

Nel chiudere le lezioni di quest’anno che oggi ho rapidamente riassunto, ho voluto che vi rimanesse chiara nello spirito, la lezione che dovremmo imparare da Giacomo Leopardi. In questo momento non disperato, ma che richiede dalla nostra disciplina, la prontezza occorrendo anche il sacrifizio della vita, il Leopardi insegnerebbe, e il Petrarca, e tutti i poeti italiani, che la Patria è il nostro bene immortale e che non sarà permesso al nemico di calpestarla (Il sentimento della durata in Leopardi, ora in Vita d’un uomo. Viaggi e Lezioni, Mondadori, Milano, 2000, p. 902).

 

Anche negli anni seguenti il poeta dedicò alcuni dei suoi corsi a Giacomo Leopardi:

S’era accorto dell’importanza del patetico ai suoi tempi; e il patetico, per un uomo della sua indole, e della sua passione, e della sua educazione, diventava il sentimento della sofferenza universale. S’era accorto anche che non poteva esserci poesia senza un sentimento dell’infinito; e una sensazione che si disperda, e così si faccia vaga, e, perché fattasi vaga, porti a vagamente svegliare nella mente ricordanze e in qualche modo disponga l’animo a fantasticare – tale specie di sensazioni aveva accettato di ammetterle all’origine del sentimento dell’infinito. Ma, riflettendo, s’era accorto che idea e sentimento dell’infinito non possono aversi che da cose finite, da cose del passato, da cose morte, dal nulla, da cose scomparse, e che l’infinito era un’illusione, originata dalla potenza evocativa, dalla potenza incantatoria della parola. L’infinito era dunque un’illusione, e il sentimento dell’infinito, era sentimento della morte, sentimento del nulla. Fu così che da un rapporto del sentimento d’infinito – e cioè dell’illusione d’infinito – col sentimento dell’universale dolore, gli avvenne di risalire, non alle cause religiose offerte dalla Rivelazione, che avrebbero agevolmente risolto tutto; ma alle cause storiche, alle cause dell’esperienza (…). Dunque tutto nell’universo nasce, cresce, declina e perisce; così le nazioni, così le civiltà, così anche le costellazioni (…). Ma se tale valore orrendo, nel dicembre del 1821, nell’animo gli apparirà disperatamente rafforzato: «Ogni uomo sensibile prova un sentimento di dolore, o una commozione, un senso di malinconia, fissandosi col pensiero in una cosa che sia finita per sempre, massime s’ella è stata al tempo suo, e famigliare a lui. La cagione di questi sentimenti è quell’infinito che contiene in se stesso l’idea di una cosa terminata, cioè al di là di cui non v’è più nulla; di una cosa terminata per sempre, e che non tornerà mai più …» – nel maggio del 1826, investigando più a fondo ancora nel suo «spasimo d’infinito», si troverà nell’orecchio parole più che mai di traccia pascaliana: «Niente infatti nella natura annunzia l’infinito, parto della nostra immaginazione, della nostra piccolezza ad un tempo e della nostra superbia»: «La grandeur de l’homme est grande en ce qu’il se connaît misérable. Un arbre ne se connaît pas misérable». Non essendovi annunzio d’infinito nella natura terrena, sarebbe esso annunzio d’altra natura? Non lo confesserà mai; anzi, per contraddirsi invocherà l’aiuto magari di sofismi ogni qualvolta possa dubitarsi che «spasimo d’infinito» alluda all’inconoscibile che è in noi e che troviamo riflesso negli oggetti verso cui, per dare in qualche modo immagine di sé e farsi evocare dalla parola, tale spasimo sembra si tenda.

Senza dubbio, il Leopardi sente che c’è un segreto. Lo sente, non riuscendogli di attribuire una causa all’espiazione che porta a deperimento e a morte ogni vivere; tanto lo sente che, con quell’umiltà che è l’unico sprone dell’autentica poesia, sa farsi pronto a vedere e a condividere tutte le sofferenze degli esseri umani, suoi simili, e anche la sofferenza d’una lucciola straziata (Secondo discorso su Leopardi [1950], Vita d’un uomo. Saggi e Interventi, Mondadori, Milano, 1974, pp. 469-483).

 

Concludiamo queste pagine con un paio di testimonianze sul “clima” di quelle lezioni:

 

La lezione doveva incominciare, teoricamente, alle 11, in pratica alle 11 e 15 considerata l’abitudine del “quarto d’ora accademico”. Ungaretti non era puntualissimo o, meglio, non era regolare nella puntualità. Talvolta in anticipo, era non di rado in ritardo, ma in genere (almeno nei miei anni) non di molto. Accadeva qualche volta che mi telefonasse presto, o mi facesse telefonare dalla moglie, per avvertire di qualche impedimento: in questi casi o si mandavano a spasso gli studenti o dovevo sostituirlo io. Avvenne anche, rarissimamente, che non si presentasse senza preavvertire. Tendeva a protrarre la lezione ben oltre la scampanellata de finis (…). Era disponibile alla conversazione e alla discussione con gli studenti. Un pubblico relativamente scelto e tutt’altro che folto, non più di trenta presenze, compreso qualche anziano uditore (G. Barlozzini, Il professor Ungaretti, Atti del convegno internazionale su Ungaretti, Urbino 1979, pp. 387-388).

 

A lezione si capiva poco quello che diceva, meno ancora si poteva studiare sui libri o sulle dispense la sua lezione. Gli assistenti, Barlozzini e successivamente Puccini, ci illuminavano. Parlava rivolto alla lavagna. Più che parlare disegnava, più che disegnare punteggiava, collegava, delineava, chiudeva fra parentesi, indicava e richiamava con frecce. Su una sola lirica leopardiana ci tenne un corso biennale. Assistevamo ad un che di incomprensibile se non attraverso l’intuizione e insieme di favoloso (…). Ungaretti usciva dall’aula e per tutto il cammino nella Città Universitaria si traeva dietro una coda di giovani. Si fermava, parlava; non passava meno di un’ora fra l’istituto di Lettere e Filosofia e la fermata della Circolare Rossa. Poi sostava alla fermata; rispondeva, ricominciava; con la mano libera dalla cartella acchiappava l’idea e le faceva fare un arabesco, dal suolo fin sopra la testa, viceversa, da destra a sinistra, viceversa; ora disegnava nell’aria come prima sulla lavagna, la magia si ripeteva. Il sole scintillava fra le sue palpebre strette. Alla fine: «No, maestro; non è qui che deve salire sulla Circolare», gli ricordava qualcuno. «E’ alla fermata di fronte. Altrimenti farà il giro alla rovescia». «Lei da che parte va?», domandava: per esempio alla piccola Angioletti, a Ornella. «Ai Parioli. Io salgo qui». «E allora salgo anch’io. Farò il giro in questo senso, tanto il circolo è sempre un circolo» (R. Brignetti, Il Maestro, in Omaggio a Giuseppe Ungaretti, a cura di Ornella Sobrero, «Galleria», fasc. 4-6, novembre 1968, pp. 251-253).