Il Mattino

 

 

Dal gennaio 1926, Ungaretti iniziò a collaborare anche al «Mattino» di Napoli, un giornale all’epoca già completamente fascistizzato. La collaborazione al «Mattino» andò avanti per un paio d’anni, ed il poeta ebbe occasione d’accendere – sulle colonne di quel quotidiano – diverse interessanti polemiche letterarie, ad esempio con Lorenzo Montano, con Francesco Flora, con Francesco Ciarlantini. Col primo polemizzò a proposito della letteratura straniera; col secondo discusse a lungo sull’endecasillabo; il terzo (ch’era anche un deputato fascista) fu accusato da Ungaretti d’essersi impossessato delle sue proposte avanzate al Convegno per la cultura fascista del marzo 1925.

Gli articoli letterari di Ungaretti apparsi sul «Mattino» – e questo vale anche per le altre collaborazioni giornalistiche – costituirono un “laboratorio” all’interno del quale i suoi versi s’andavano perfezionando, ed erano, a volte, un’anticipazione delle sue poesie. In alcuni articoli pubblicati sul «Mattino» – pur nella consueta complessità del linguaggio ungarettiano (reso ancor più criptico per l’essere anticipazione d’espressione poetica), e pur elaborati in un contesto di esaltazione della politica culturale del regime fascista – traspare il significato profondo che il poeta dava alla cultura, all’arte («espressione suprema» della vita), e, in ultima analisi, all’agire umano. Quello che segue è forse uno degli scritti ungarettiani in cui, più che altrove, convivono e si intrecciano la genialità e l’ingenuità dell’uomo:

Le nazioni, come i singoli, bramano la pace. L’altro giorno, la radio ci recava la notizia dell’adesione di nove Stati al patto contro la guerra chimica e batteriologica. Contemporaneamente vedeva la luce, in Germania, il libro d’un colonnello a riposo, scritto per dimostrare che la guerra chimica, presto a tardi, sarebbe stata inevitabile.

Disgraziata scienza, l’uomo si figurava ch’essa l’avrebbe reso più libero, ed ecco che ogni giorno essa toglie alle cose un po’ di mistero, e rende l’uomo sempre più schiavo della cieca materia. Molti hanno descritto il disastro portato nei costumi dall’invenzione della polvere. I guai dei gas e dei microbi saranno tali che forse faranno sulla terra piazza pulita, sarebbe il meglio, e non daranno tempo agli storici di rifriggerci le loro nenie.

Nel futuro, la devastazione non verrà più portata sui soldati, ma su tutti. Come difendersi? L’idea di caverne dove si ammasserebbe la gente all’annunzio – ed è problematico si possa fare in tempo a dare avviso – dell’arrivo dei nembi micidiali, non è, dice il colonnello tedesco, una buona idea. Come farebbero tutti a nascondersi in tempo? E che dimensioni spropositate dovrebbero avere le caverne! Ci sono le maschere. Dunque: bambini, vecchi, donne, tutto il gregge, da questo momento dovranno possedere tre o quattro maschere, e tre o quattro volte al mese tutto il popolo verrà adunato per imparare ad usarle. E siccome la guerra prossima molto probabilmente non verrà preannunziata, e il nembo sarà una fulminea sorpresa, da domani, tutti, si mangerà colla maschera, si farà all’amore colla maschera, si riderà sotto la maschera, e sarà una grandiosa vista, quella dell’umanità intera, col muso da foca. L’individuo, capite, non avrà più viso. Quel giorno si potrà incominciare a parlare sul serio d’uguaglianza, di democrazia, d’uomo anonimo.

Nemmeno le maschere, dice il colonnello, sono una gran garanzia. Ci sono i gas che piagano, c’è la peste, il colera, l’etisia, il lupus.

Un diverso rimedio sarebbe quello di mettersi, caro Bragaglia, senz’altro a trasformare le attuali città, in città sotterranee. Per difendersi dalla morte, l’uomo scenderebbe nella tomba prima dell’ora. Poi nella tomba avrebbe i figli. Si nascerebbe e si morirebbe nelle tombe. L’umanità sarebbe così andata finalmente a finire nel mondo tutto artificiale per il quale tanto essa s’affanna. Dopo poche dozzine d’anni, anche le nuvole, il sole, le stelle, la luna, il cielo visibile, non sarebbero più per l’uomo che un perduto bene, favole, un bene soprannaturale.

Ci sarebbe un altro rimedio. Quei nembi, dice il colonnello, scaricheranno specialmente la rovina sulle grandi agglomerazioni, sulle città colossali. Dunque, chi sta nelle casupole sparse pei campi, sarebbe salvo? Si sfollino le città, tornino gli uomini ai campi. Fantasie. Ma in verità, lavora per la libertà e per la pace quell’Italiano che predica il ritorno alla vita patriarcale (G. Ungaretti, Pace e guerra, «Il Mattino», 9-10 gennaio 1929, ora in Carlo Ossola, Filosofia Fantastica. Prose di meditazione e d’intervento (1926-1929), UTET, Torino 1997, pp. 40-41).

Negli articoli sul «Mattino» Ungaretti toccava i temi centrali della sua attività poetica: «Togliete all’uomo il desiderio di eterno, toglietegli la lotta contro la morte, toglietegli l’illusione, mutategli il destino, e finisce quel poco di magia che gli resta; l’arte è sparita; è spento quel lumino che l’aiutava a intravedere nel suo abito, a farsi padrone d’un grano di potenza» (Del più del meno. Bluff o arte?, «Il Mattino», 26-27 gennaio 1927, ora in Carlo Ossola, Filosofia Fantastica. Prose di meditazione e d’intervento (1926-1929), UTET, Torino 1997, p. 81). Sul quotidiano napoletano, inoltre, sostenne, la necessità di combattere una battaglia per l’Arte:

Ciò che è urgente è educare. E per cominciare, ci vuole una vera battaglia, come per il grano, come per la lira. Dai libri di testo per le scuole all’insegnamento, dalla cattedra universitaria, alla critica dei giornali, un nuovo spirito dovrebbe agitarsi. L’alleanza del libro, La Dante, Il Dopolavoro, i Circoli di cultura fascista, le associazioni magistrali, i Raduni, le Corporazioni, l’Italica, le Associazioni Goliardiche ecc. tutti dovrebbero essere mobilitati. Non per un lavoro clamoroso; per un’azione ordinata e tenace. Ma per vincere le battaglie ci vuole un buon Capo, e non abbiamo che un Capo: Benito Mussolini. Sappiamo che a tempo debito ci guiderà. Si tratta di avvicinare l’arte al pubblico e il pubblico all’arte. E arte, in Italia, vuol dire scoperta di un passato esemplare e preparazione di un avvenire radioso. Bisogna stare attenti. Il problema non è avere in casa il genio. Il genio nasce quando Iddio vuole. Il problema è d’avere in Italia più consapevole affetto verso l’Arte. Domando: possiamo noi pensare alla programmazione dell’italianità fuori dai nostri confini, quando in Patria, verso le cose dell’Arte, sia del passato, sia moderne, c’è una olimpica indifferenza?» (Baruffe tra gli artisti o battaglie dell’arte, «Il Mattino», 14-15 agosto 1927, ora in Fabio Pierangeli, Ombre e presenze, Loffredo, Napoli 2016).

 

Per un approfondimento sul quotidiano napoletano si rinvia a Ciro Riccio, «Il Mattino», 1918-1942, Centro universitario di Ricerca su Letteratura e Giornalismo, Loffredo, Napoli 2011.

Suggerimenti su raccolte, annate e singoli numeri, anche rari, del «Mattino».