Giovanni Ansaldo e Giuseppe Ungaretti

Giovanni Ansaldo e Giuseppe Ungaretti
Giovanni Ansaldo

Giovanni Ansaldo (Genova 1895 – Napoli 1969).

Giornalista

Ungaretti e Giovanni Ansaldo si conobbero a Genova nella primavera del 1922. Nel capoluogo ligure, Ansaldo c’era nato e lì – convinto antifascista – era caporedattore al «Lavoro»; Ungaretti, invece, si trovava in quella città, insieme alla moglie, per motivi di lavoro. I coniugi Ungaretti appartenevano alla delegazione italiana che partecipò alla Conferenza Internazionale di Genova; lui come traduttore, lei come traduttrice ed interprete. Ungaretti e Ansaldo s’incontrarono casualmente a Palazzo Patroni, dov’era la Casa della stampa. Il giornalista genovese stringeva in mano un quotidiano contenente un articolo a tutta pagina in cui D’Annunzio veniva accusato di boicottare la conferenza. Ansaldo se la prendeva col giornalista e incrociando proprio in quel momento Ungaretti gli disse, scrollando il capo e indicandogli l’articolo con la foto del vate: «Guarda questa nuova stupidaggine …». Il poeta, pensando che Ansaldo ce l’avesse con D’Annunzio, gli si scagliò contro infuriato «con occhi e con strida da falco»; esaltò D’Annunzio con «impeto, con tali furibonde scrollate di spalle, con tale lampeggiamento di occhi, con tale pioggia di sdegnosi e sprezzanti “Hai capito?”». Il giornalista genovese riuscì a spiegargli che s’era trattato d’un equivoco; alla fine, da quell’incontro burrascoso, Ansaldo ricavò un «impressione bellissima» del poeta: un «uomo generoso, indignato in nome della Poesia» (La sfuriata del poeta, «Il Lavoro», 7 luglio 1933, ora in Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019). I due divennero subito amici: nei giorni della Conferenza trovarono il tempo per una gita in barca e per pranzare insieme più volte gustando trenette alla genovese.

Negli anni seguenti non sarà facile per i due amici continuare a frequentarsi e rimanere in contatto. La politica li vide posizionarsi su sponde opposte: Ansaldo, infatti, a causa del suo dichiarato antifascismo venne bastonato dagli squadristi nel dicembre 1924, mentre si trovava a Carrara per un reportage su uno sciopero; poi, nel novembre 1926, la tipografia del «Lavoro» venne distrutta e lui fu arrestato, accusato di tentato espatrio clandestino; nel marzo 1927 fu condannato a cinque anni di confino e condotto a Lipari. Ottenuta la libertà provvisoria, nel gennaio 1929 tornò al «Lavoro», anche se gli venne impedito d’occuparsi di politica e di firmarsi col proprio nome. Ricominciò a scrivere, pubblicando dapprima articoli anonimi e poi siglati con una stella nera dietro la quale tutti sapevano, a partire da Mussolini, si celava Ansaldo. Poi, piano piano, il giornalista s’avvicinò al fascismo; e fu in questa fase che Ungaretti tornò a frequentarlo.

Nell’ottobre 1932, il poeta si recò a Genova in previsione d’un reportage sulla città. Rimase nel capoluogo ligure tre-quattro giorni, trascorsi in compagnia di Ansaldo ed altri conoscenti. Fece una rapida visita alla città e al porto; trascorse molto tempo coi suoi amici a parlare di letteratura ed altro in casa di Ansaldo e in vari ristoranti. Il giornalista, in una pagina del suo diario, scritta proprio nei giorni della visita del poeta a Genova, ci ha lasciato un bel ritratto dell’Ungaretti dell’epoca:

«Ungaretti è un uomo: differisce da tutta la schiera dei piccoli letterati lecchini perché è un uomo: ha della ispirazione, del temperamento, della strafottenza e dell’energia. È, prima d’essere un poeta, un carattere. La vita può averlo piegato a certe necessità, a certe miserie; l’orgoglio può fargli velo; ma egli ha sempre nel cuore qualche favilla dell’entusiasmo dei vent’anni, dell’età in versi: si entusiasma per Mussolini («è un uomo bellissimo»), ma se gli parli dei condannati politici, domanda dove sono, ci si appassiona, si sente che in quel momento, parteggia vivamente per loro (…) Ha di sé, naturalmente, grandissima idea: «Tutta la poesia francese più moderna deriva da me: Jean-Jouve, tutti, derivano da me; ma non lo dicono, non lo diranno mai». Ma d’altra parte, non fa mai questione di recensioni e di recensenti; non divide il mondo in due parti: quelli che dicono bene di lui e quelli che dicono male! Ha ancora tanta energia da mandare a far fottere, gli uni e gli altri. È estroso, è capriccioso; per la strada parla a voce alta, inveisce, urla, fa voltar la gente; ma portato in Castelletto, sente vivamente la bellezza di Genova, quel colore grigio smorto dell’ardesia; e vede, e mi mostra, quello che io non ho mai veduto: i toni verdi, i tocchi verdi delle cupole di certe chiese. Farà un articolo su Genova un po’ fantastico, ma certo qualcosa ha veduto. Egli non è soltanto un uomo che sa a memoria dei versi di Paul Valéry, e li rimastica come Montale; egli non vede solo i colori, e null’altro, come Comisso; egli ha delle idee e del sentimento. Già, si è ancora fatto prima della guerra; le sue radici affondano in quell’humus remota. Di letteratura si è parlato molto. Egli detesta Ojetti, è la sua ossessione. «Quell’uomo mi ruba tremila lire al mese, capisci? Tremila lire, no? Tremila lire che a me servirebbero per poter scrivere delle poesie bellissime, che lui non potrà scrivere mai. E questo è gravissimo, capisci? È gravissimo, no?». Queste cose le urlava in piazza Fontane Marose. Poi, a un bel momento, la sua furia finisce in una risata, ed egli dichiara che poi, in fondo, egli non se ne fa niente, e che per lui l’Accademia è un pozzo di m…; e credo sia sincero (…). Quanto alla politica, Ungaretti non sa neppure lui cosa pensi; ammira Mussolini ma poi, in fondo, è sempre uno sbandato, un vagabondo lucchese, la sua indipendenza e la sua strafottenza si fanno risentire in tutti i suoi giudizi. Conosce bene la Francia, ma è pronto a fare una guerra; ma bisogna dargliele da soli, se no siamo rovinati nella reputazione del mondo. Ungaretti è troppo uomo di popolo per non essere nazionalista; lo è al modo degli emigranti, ma lo è» (G. Ansaldo, Il giornalista di Ciano. Diari 1932-1943, il Mulino, Bologna 2000, pp. 20-21).

L’anno seguente Ungaretti pubblicò Il Sentimento del Tempo, la sua nuova raccolta di poesie; uno dei primi ad occuparsi del nuovo libro fu Ansaldo, che colse l’occasione per parlare dell’uomo più che del poeta. Lo fece con tre lunghi articoli apparsi sul «Lavoro» di Genova nell’estate del 1933, ricchi di tanti episodi della vita del poeta ancora oggi sconosciuti, e firmati dal giornalista con una stella nera; Ansaldo, infatti, all’epoca ancora non poteva usare il proprio nome, né poteva occuparsi di politica, tanto è vero che il dettagliato profilo biografico del poeta, presentato nei tre articoli, si fermava al 1922 (gli articoli di Ansaldo, non più ripubblicati sono ora in Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019).

Poi, a partire dal 1934, la vita di Ansaldo subì una sterzata: divenne amicissimo di Galeazzo Ciano, fu nominato direttore del «Telegrafo» di Livorno, divenne uno dei giornalisti più famosi ed influenti d’Italia, fu lui forse a metter in contatto Ungaretti col potente ministro degli Esteri. Con la caduta del fascismo, i due amici presero nuovamente posizioni diverse. Ungaretti cercò di ridimensionare la sua adesione al fascismo, avvicinandosi subito alla Democrazia Cristiana. Ansaldo, invece, si dimise da direttore del «Telegrafo», s’arruolò volontario, venne imprigionato dai tedeschi e deportato nei campi di concentramento in Polonia in Germania; finita la guerra, e rientrato in Italia, fu imprigionato per un anno a causa della sua attività presso la radio fascista; tornato in libertà nel 1946, scrisse tre libri e, ancora una volta, come già accaduto quand’era perseguitato dal fascismo, non poté usare il proprio nome, dovendo nascondersi dietro alcuni pseudonimi; infine, nel 1950,  divenne direttore del «Mattino» di Napoli, incarico che assunse solo dopo una sua dichiarazione pubblica in cui spiegava che non avrebbe rinnegato o irriso le idee e gli uomini che aveva servito durante il fascismo.

Negli anni Cinquanta i due amici avranno qualche occasione per rivedersi come, ad esempio, quando vennero chiamati entrambi nella giuria del Premio Napoli.

Suggerimenti sulle principali opere di (e su) Giovanni Ansaldo, anche su edizioni originali e ristampe rare.