«Il Mattino»

«Il Mattino» è stato fondato dalla nota coppia di giornalisti Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao. Dopo la Marcia su Roma dell’ottobre 1922 il quotidiano napoletano venne rapidamente fascistizzato. Nell’ottobre 1943, con l’arrivo degli Alleati a Napoli, «Il Mattino» venne chiuso, tornando in edicola soltanto nel 1950 affidato a Giovanni Ansaldo (Ciro Riccio, «Il Mattino», 1918-1942, Centro universitario di Ricerca su Letteratura e Giornalismo, Loffredo, Napoli 2011).

Giuseppe Ungaretti iniziò la sua collaborazione al «Mattino» nel gennaio 1926, collaborazione andata avanti per un paio d’anni. Sulle colonne del quotidiano, il poeta accese diverse polemiche letterarie, ad esempio con Lorenzo Montano e con Francesco Flora. Ungaretti polemizzò con Montano a proposito della letteratura straniera (Barbe finte, 25-26 febbraio 1926, ora in Saggi e Interventi, Mondadori, Milano 1974, pp. 117-122). Prolungata fu la polemica con Flora sull’endecasillabo (Del più e del meno. L’endecasillabo. Arte e denaro, 4-5 marzo 1927; Difesa dell’endecasillabo, 31 marzo-1° aprile 1927 e Metrica o estetica?, 19-20 aprile 1927, ora in Saggi e Interventi, Mondadori, Milano 1974, pp. 154-169). Ungaretti, sempre sul «Mattino», fu protagonista anche di una polemica d’ambito politico-culturale, facendo notare che il deputato fascista Ciarlantini s’era impossessato delle sue proposte formulate al Convegno per la Cultura Fascista del marzo dell’anno precedente. In occasione di quelle polemica,  il poeta inviò a Mussolini una copia, con dedica, del suo articolo apparso sul «Mattino»: «coll’immutabile devozione ed ubbidienza» (Ungaretti, Per l’espansione culturale all’estero, 14-15 ottobre 1926, ora in Carlo Ossola, Filosofia Fantastica, UTET, Torino 1997, pp. 72-74).

Gli articoli letterari di Ungaretti apparsi sul «Mattino» costituivano un “laboratorio” all’interno del quale i suoi versi s’andavano perfezionando, ed erano, a volte, un’anticipazione delle sue poesie. In alcuni articoli pubblicati sul «Mattino» – pur nella consueta complessità del linguaggio ungarettiano, e pur elaborati in un contesto di esaltazione della politica culturale del regime fascista – traspare il significato profondo che il poeta dava alla cultura, all’arte e, in ultima analisi, all’agire umano. Quello che segue è forse uno degli scritti ungarettiani in cui, più che altrove, convivono e si intrecciano la genialità e l’ingenuità dell’uomo:

Le nazioni, come i singoli, bramano la pace. L’altro giorno, la radio ci recava la notizia dell’adesione di nove Stati al patto contro la guerra chimica e batteriologica. Contemporaneamente vedeva la luce, in Germania, il libro d’un colonnello a riposo, scritto per dimostrare che la guerra chimica, presto a tardi, sarebbe stata inevitabile.

Disgraziata scienza, l’uomo si figurava ch’essa l’avrebbe reso più libero, ed ecco che ogni giorno essa toglie alle cose un po’ di mistero, e rende l’uomo sempre più schiavo della cieca materia. Molti hanno descritto il disastro portato nei costumi dall’invenzione della polvere. I guai dei gas e dei microbi saranno tali che forse faranno sulla terra piazza pulita, sarebbe il meglio, e non daranno tempo agli storici di rifriggerci le loro nenie.

Nel futuro, la devastazione non verrà più portata sui soldati, ma su tutti. Come difendersi? L’idea di caverne dove si ammasserebbe la gente all’annunzio – ed è problematico si possa fare in tempo a dare avviso – dell’arrivo dei nembi micidiali, non è, dice il colonnello tedesco, una buona idea. Come farebbero tutti a nascondersi in tempo? E che dimensioni spropositate dovrebbero avere le caverne! Ci sono le maschere. Dunque: bambini, vecchi, donne, tutto il gregge, da questo momento dovranno possedere tre o quattro maschere, e tre o quattro volte al mese tutto il popolo verrà adunato per imparare ad usarle. E siccome la guerra prossima molto probabilmente non verrà preannunziata, e il nembo sarà una fulminea sorpresa, da domani, tutti, si mangerà colla maschera, si farà all’amore colla maschera, si riderà sotto la maschera, e sarà una grandiosa vista, quella dell’umanità intera, col muso da foca. L’individuo, capite, non avrà più viso. Quel giorno si potrà incominciare a parlare sul serio d’uguaglianza, di democrazia, d’uomo anonimo.

Nemmeno le maschere, dice il colonnello, sono una gran garanzia. Ci sono i gas che piagano, c’è la peste, il colera, l’etisia, il lupus.

Un diverso rimedio sarebbe quello di mettersi, caro Bragaglia, senz’altro a trasformare le attuali città, in città sotterranee. Per difendersi dalla morte, l’uomo scenderebbe nella tomba prima dell’ora. Poi nella tomba avrebbe i figli. Si nascerebbe e si morirebbe nelle tombe. L’umanità sarebbe così andata finalmente a finire nel mondo tutto artificiale per il quale tanto essa s’affanna. Dopo poche dozzine d’anni, anche le nuvole, il sole, le stelle, la luna, il cielo visibile, non sarebbero più per l’uomo che un perduto bene, favole, un bene soprannaturale.

Ci sarebbe un altro rimedio. Quei nembi, dice il colonnello, scaricheranno specialmente la rovina sulle grandi agglomerazioni, sulle città colossali. Dunque, chi sta nelle casupole sparse pei campi, sarebbe salvo? Si sfollino le città, tornino gli uomini ai campi. Fantasie. Ma in verità, lavora per la libertà e per la pace quell’Italiano che predica il ritorno alla vita patriarcale  (Ungaretti, Pace e guerra, «Il Mattino», 9-10 gennaio 1929, ora in Ossola, Filosofia fantastica, UTET, Torino 1997, pp. 40-41).