«Il Popolo d’Italia»

 

«Il Popolo d’Italia» venne fondato a Milano nel 1914 da Benito Mussolini. Nel 1922 divenne l’organo del Partito Nazionale Fascista. Il quotidiano interruppe le pubblicazioni il 26 luglio 1943.

Fra i collaboratori del «Popolo d’Italia», molti nomi noti: Leonida Bissolati, Paolo Boselli, Giovanni Capodivacca, Carlo Carrà, Enrico Corradini, Filippo Corridoni, Gabriele D’Annunzio, Alceste De Ambris,Filippo Tommaso Marinetti, Pietro Nenni, Giovanni Papini, Giuseppe Prezzolini, Massimo Rocca, Margherita Sarfatti, Ardengo Soffici e Giuseppe Ungaretti.
Poi, a partire dal 1933-1934 vi collaboreranno anche alcuni giovani provenienti dai Gruppi Universitari Fascisti: Berto Ricci, Vitaliano Brancati e Indro Montanelli.

Dopo la fine della Prima guerra mondiale, il giornale di Mussolini si concentrò su alcuni temi specifici: patriottismo, difesa dei reduci e sindacalismo; «Il Popolo d’Italia» sostenne con forza l’Impresa di Fiume, esaltò Gabriele D’Annunzio. Fu attentissimo ai temi di politica estera. E’ in questo scenario che si inserisce la collaborazione del poeta al «Popolo d’Italia». Seguì da Parigi i lavori della Conferenza della Pace. Il primo articolo di Ungaretti vide la luce l’11 febbraio 1919; l’ultimo uscì il 23 gennaio 1920, due giorni dopo la chiusura dei lavori. Nel mezzo, una cinquantina di corrispondenze prevalentemente di carattere politico. Si tratta di articoli molto interessanti, non più ripubblicati; ampi brani di quelle corrispondenze sono ora in Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019.

Si ripubblica qui una di quelle corrispondenze parigine:

 

Ciò che importa definire senza indugio è la fisionomia fisica e morale delle Nazioni che comporranno la nuova Europa; la parte che ad ognuna “specialmente per il proprio valore di civiltà”, sarà affidata nel continente ed oltre.

Quando Benes e Kramarz reclamano per la czeco-slovacchia la libertà di comunicare coll’Adriatico, quando la Francia reclama la regione della Sarre, per ragioni militari ed anche perché vi sono le miniere di  carbone indispensabili al funzionamento delle sue industrie dell’Est, ripetono “ragioni vitali”.

Quando il Malech del Hedgias fa reclamare la Mesopotamia, la Siria e la Palestina; quando Venizelos aspira a Smirne e Costantinopoli; quando gli jugoslavi esigono Fiume, Trieste, Gorizia e in pectore, Udine … mettono il pan – ico all’ideale.

Quando l’Inghilterra e i suoi domini, si vogliono sbafare l’Egitto, proteggere l’impero arabo, spartire le colonie tedesche, riflettono che “times in money” o come diciamo noi, che il silenzio è d’oro, e non perdon tempo in chiacchiere.

Ma questa Italia non ha che le braccia da lavoro e ingegni da buttare nella fornace.

In Egitto, noi e i francesi, i francesi con i banchieri, con qualche legislatore, con qualche archeologo, con qualche giornalista, con molti educatori delle congregazioni religiose, con qualche funzionario, con qualche ingegnere, noi con molti funzionari, con  molti medici, con molti legislatori, con molti ingegneri, con qualche giornalista, con qualche geografo, con qualche archeologo, con scuole a cui la spilorceria del nostro governo non ha mai saputo dare lo sviluppo necessario, con, soprattutto, un’infinità di artigiani, abbiamo mutato un desiderio in città o campagne fiorenti che facevano dire ad un Chedivè: “Il mio paese non fa più parte dell’Africa; è Europa”. Sopraggiunsero gli inglesi e fra una partita e l’altra di lawn-tennis, francesi e italiani sono stati ringraziati.

In Tunisia migliaia di coloni siciliani hanno portato nel deserto il clamore della vendemmia; ma trascuriamo questa spina fratricida che gli zamponi di Bismarck ci ha fatto ficcare nel cuore.

Domani o doman l’altro si chiameranno i nostri lavoratori per attuare quel progetto di un nostro ingegnere, della canalizzazione dell’Eufrate e del Tigre, e quando la Mesopotamia sarà di nuovo l’Eden, frutto della nostra scintilla e del nostro sudore, qualcuno verrà immancabilmente fuori a mostrarci l’uscio, e bel “marameo”.

Ora, chiedendo di impiegare la nostra attività in Mesopotamia, pecchiamo noi di imperialismo?

Ho il massimo rispetto di quella che è stata la civiltà araba, e senza far torto ai sudditi del reame del Hedgias, non posso non constatare che oggi non son più che branchi di nomadi o di semi-nomadi, ai quali ci vorranno dei secoli prima di rimettersi in carreggiata.

Intanto laggiù c’è una terra sconfinata che potrebbe diventare delle più fertili; noi siamo in troppi in casa nostra, se chiediamo di andar laggiù a collaborare, a farvi quel che gli arabi non saprebbero mai farvi, di un deserto un’oasi, pecchiamo di imperialismo? Per quegli arabi non sarebbe la manna?

Qui si potrebbe tirar fuori il vecchio arnese del califfato, che hanno la gran maggioranza dei paesi mussulmani in tutela, di aver dalla loro il Malech del Hedgias.

Occorre essere fissati sul pan-islamismo, che la guerra ha ben spazzato via. Nato nel 1895, se ben ricordo, quando Guglielmo II, pellegrinando da Stambul ai paesi santi dell’Islam conquistò il manto di badgi, si manifestò con un’opera subdola, al solito come le altre di quella politica tedesca, in tentativi, spesso  riusciti, di sostituzione della banca tedesca alla francese, di accaparramento tedesco del commercio di cotoni, per esempio, con manovre di borsa, di monopolio tedesco dell’esportazione in quei paesi, si manifestò infine fomentando, con una tempesta di manifesti e giornali, turbolenze, a mezzo di emissari tedeschi, convertitisi, per meglio agire, all’islamismo.

Può darsi che i tedeschi tornino all’assalto; ma per ora il pan-islamismo che era un’arma loro, mi pare che la vittoria l’abbia definitivamente sventato.

Circondati dal mare, il mare ci tenta. Vecchio popolo navigato, per vivere ancora ci è necessario navigare. Il viaggio, l’avventura è nell’indole della nostra razza. È un problema di pane per noi, ma anche un desiderio di sogni.

Un cinese, mio commensale in questa buia trattoria del Quartier Latino mi ha detto l’altra sera: “Voi italiano, noi adoriamo Marco Polo”. La buona gente di Lucchesia ci tramanda che in America, Colombo ci aveva trovato un lucchese.

Le risorse agricole, della nostra terra consunta dai millenni di fruttificato, la nostra irrisoria potenzialità finanziaria, la fitta popolazione, le nostre industrie, che avranno pieno sviluppo soltanto quando sarà regimentata l’energia delle acque – opera di secoli – e insieme la nostra indole faranno di noi, per molto ancora, un popolo di emigranti.

Ma all’estero dovremmo andare a prodigare ricchezze per null’altro che un boccon di pane?

Problema interno dell’organizzazione, ch’è connesso a tutta una serie di problemi di organizzazioni corporative, dagli uomini di scienza e d’arte al bifolco e al manovale, in organismi dove l’aristocrazia apparterrebbe all’abilità tecnica, organismi che avrebbero ognuno le proprie scuole  – e così sarebbe finalmente realizzata la modernità della scuola. Sarebbe nello stesso tempo l’unico modo per ridare al nostro popolo, dotato per questo come nessun altro, il primato nelle industrie del lusso, le sole che possono essere al più presto naturalmente, prospere da noi.

Problema estero, per il quale uno degli elementi di soluzione, non lo ripeterò mai abbastanza, è di avere una vasta zona fertile alla quale poterci avviare, affidata alla nostra tutela (Per l’espansione italiana nel mondo,  «Il Popolo d’Italia», 16 febbraio 1919).