«Il Tevere»

Il quotidiano «Il Tevere» uscì in edicola dal 1924  al 1943, chiudendo i battenti il 25 luglio 1943, giorno dell’arresto di Mussolini. Fondato e diretto da  Telesio Interlandi, fu un giornale pienamente mussoliniano, direttamente finanziato dalla presidenza del Consiglio dei Ministri. Composto da quattro sole pagine, di cui la terza dedicata alla cultura su cui scrissero anche Vincenzo Cardarelli, Luigi Pirandello, Giuseppe Ungaretti ed Elio Vittorini.

Godendo della copertura di Mussolini, il quotidiano poté impunemente attaccare personaggi del calibro di Giuseppe Bottai e Giovanni Gentile; e, durante la campagna antisemita, arriverà ad attaccare persino testate fasciste come il «Corriere Padano» di Italo Balbo.«Il Tevere» s’era sistemato in un bel palazzo di Via Mercede (Gianpiero Mughini, A via della Mercede c’era un razzista, Rizzoli, Milano 1991), in pieno centro storico, tra Piazza di Spagna e Fontana di Trevi. Una posizione assai strategica, vicinissima ad altre testate giornalistiche e a due passi da Palazzo Chigi, dove Ungaretti lavorava nell’Ufficio Stampa del Capo del Governo. 

Il nome di Giuseppe Ungaretti  comparve per la prima volta sulle pagine del «Tevere» nell’aprile 1926; in quella circostanza il poeta scrisse una lettera al direttore per difendere l’amico André Gide, sgradevolmente attaccato da Corrado Pavolini, sempre sul «Tevere», per la sua omosessualità.

La collaborazione di Ungaretti al giornale fascista (una quarantina di articoli) si concentrò tra il gennaio 1929 e il gennaio 1930. Tralasciando ora il significato politico che assunse la presenza del poeta su quel giornale fascista, da questi articoli emerge un Ungaretti appassionato, spesso polemico, a volte dedito a fatti di costume, di politica e d’attualità; artefice di articoli che sono anche un vero laboratorio della sua poesia in divenire, nonché attento osservatore di temi legati all’arte, alla poesia, alla cultura e alle loro finalità ultime. Dalle pagine del «Tevere», Ungaretti condusse diverse polemiche letterarie: con Alberto Moravia (Saggi e Interventi, Mondadori, Milano 1974, p. 205), con Luca Pignato («scaccino invidioso», Saggi e Interventi, Mondadori, Milano 1974, p. 209). Interessante anche un articolo del maggio 1929 dove, prendendo spunto dal ruolo attivo svolto in politica dalle donne inglesi, «un grave pericolo», il poeta sosteneva che «la donna dovrebbe riprendere nella vita la sua funzione esclusivamente famigliare», concludendo: «Ciò che succede in Inghilterra è avviso clamoroso che anche la donna sta oggi mettendosi dalla parte del diavolo. È grave» (Le elezioni inglesi e le donne, «Il Tevere», 29-30 maggio 1929, ora in Ossola, Filosofia fantastica, UTET, Torino 1997, p. 122).

Fra gli articoli più belli apparsi sul «Tevere» questo del marzo 1929:

Se, finalmente, i professori dessero retta al poeta, si saprebbe di nuovo che l’uomo è uomo perché Iddio gli ha toccato il dito; l’uomo è uomo, dice il saggio, perché ha le mani, perché ha l’arte. Sapremmo di nuovo una piccola verità: che un soffio ci ha messo in vita; che basterà un soffio, non resterà più di noi nemmeno il ricordo.

Il segreto dei cuori era riservato a Dio. I moralisti, i romanzieri, i giuristi cercavano di conoscerlo. Empirismo e fantasia: generalità, convenzioni sociali (…). Se al chiromante, all’astrologo o alla fattucchiera taluno chiedeva consiglio, era per l’umana fame, insaziabile, di novelle, di bugie e di speranze.

Ma l’uomo s’è fatto oltremodo temerario. Ed ecco che ora vuole anche conoscere «dal di dentro» «coll’ausilio della scienza», ciò che succede nel cuore dei singoli; conoscere vuole a menadito tutto, con una semplice occhiata in viso al primo venuto, ciò che c’è in quelle caverne, dietro gli occhi, ciò che c’è in quei bassifondi, che ogni natura umana maschera in sé.

Ma ora, da qualche anno, seduce una scuola che, con rigore di scienza, vorrebbe imparare ed insegnare a leggere nel prossimo, infallibilmente, nel torbido, il passato e l’avvenire.

Questi maghi, questi metapsichisti, come essi si fanno chiamare, questi metapsichisti della malora, vorrebbero l’uomo all’uomo, ridurlo trasparente come un vetro. Anzi, dicono d’esserci già arrivati. L’uomo senza passato e senza destino, e senza più quel poco di mistero che ogni natura porta con sé ed ha da custodire per castigo, e per suo bene; come farà più a vivere?

La scienza ha tolto all’uomo il paradiso; ora anche l’inferno gli vorrebbe togliere! Non sarà il finimondo; ma in verità odiosa, ma in verità avrà raggiunto il colmo della miseria, la sorte umana, quando non avremo più nemmeno questo individuale inferno di cui ciascuno di noi è tanto geloso, ch’è l’unica libertà ancora inviolabile dell’uomo, ch’è il suo solo motivo di superbia.

Povero cuore umano! Forse credono, quei libertini, che quella sia veramente una buca piena di lordura? Pascal si sbagliava. Non vi troveranno che debolezza e ansia. Per questo, ha tanta paura di vedersi scoperto (Il nuovo mago, «Il Tevere», 20-21 marzo 1929, ora in Ossola, Filosofia fantastica, UTET, Torino 1999, pp. 29-30).