Jean Fautrier e Giuseppe Ungaretti

Jean Fautrier e Giuseppe Ungaretti
Jean Fautrier

Jean Fautrier (Parigi 1898 – Châtenay-Malabry 1964).   

Pittore e scultore.

Giuseppe Ungaretti e Jean Fautrier si conobbero a Parigi nel giugno 1959. Il poeta, rimasto vedovo dall’anno precedente, avvertiva già la solitudine e cercava di distrarsi in qualche modo. Accolse così l’invito di Jean Fautrier d’accompagnarlo in Giappone, dove si teneva un’esposizione di opere del pittore francese. I loro compagni d viaggio furono la scrittrice Janine Aeply (la donna di Fautrier) e Jean Paulhan, a sua volta accompagnato dalla poetessa svizzera Edith Boissonnas. Fu un viaggio movimentato. Quattro anni prima la Boissonnas, insieme a Pulhan e a Michaux (altra vecchia conoscenza di Ungaretti) s’erano dati appuntamento per provare la mescalina, il potente nuovo allucinogeno i cui effetti vennero descritti dal terzetto di amici in tre diversi scritti, il primo dei quali – nel maggio 1955 – opera della Boissonnas. Durante il viaggio «il grande Fautrier, ne fa di tutti i colori, litiga con la sua donna, perde gli aerei, sparisce e poi non si ritrova …» (L. Piccioni, Vita di Ungaretti, Rizzoli, Milano 1979). Nel corso del lungo viaggio, il gruppetto vide di sfuggita New York; Ungaretti ne rimase molto colpito, addirittura «senza fiato».

Rimasero a lungo a Tokyo, da dove il poeta scrisse a Piccioni:

«Cortesie infinite. Un banchiere ha messo a nostra disposizione due automobili per le gite di Kyoto e Nara. Accolti nelle migliori case. Una fatica. Togliersi le scarpe al gradino inferiore dell’atrio, infilare le babbucce, e nella stanza da pranzo penetrare con le calze soltanto. Le pareti sono tutte mobili, scorrevoli a piacere, di stecchi di legno e di carta, e il giardino può aprirsi alla vista, e essere in casa all’aperto. Giardini diversi dai nostri, fatti di alberi molto tormentati e spogliati, e che imitano particolari paesaggi come una pittura. Ci si accuccia per mangiare sui talloni: pranzi squisiti con le geishe accucciate anch’esse alle spalle, pronte a servirti e a sorriderti, o a accenderti le sigarette. Hanno un garbo e delle smorfie graziosissime. Si mangiano soprattutto crudità, pesce crudo, molluschi crudi, crostacei crudi con salsa di soia e particolari pimenti, squisitezze» (L’allegria è il mio elemento, Mondadori, Milano 2013, p. 135).

Durante quel lungo viaggio dell’autunno 1959 i due videro anche Hong-Kong, definita dal poeta «un caravan serragli dove c’è di tutto, asiatico e no. Luogo però bellissimo, fra i più belli del mondo per natura, e ci si diverte molto» (Bigongiari – Ungaretti, «La certezza della poesia», Polistampa, Firenze 2008, p. 251). Visitarono, infine, anche Beirut e Istanbul. Quel lungo viaggio consenti ad Ungaretti e Fautrier di conoscersi meglio, di diventare amici; il poeta poté presto abbellire ulteriormente le pareti della sua casa romana sull’Aventino con qualche quadro del pittore francese.

In seguito i due amici rimasero in contatto epistolare. Poi nel 1964, quando il pittore s’ammalò gravemente, Ungaretti andò due volte in Francia per stargli vicino, la seconda volta fino alla fine: Fautrier morì il 21 luglio 1964 vegliato anche da Ungaretti.

L’anno seguente, Janine Aeply (la compagna di Fautrier) si rivolse al poeta – per il tramite di Paulhan – chiedendogli di cercare un acquirente disposto a pagare 4-5 milioni di franchi per un piccolo Otage in suo possesso. Ungaretti s’impegnò a fondo per la vendita del dipinto parlandone con più persone, fra cui Leone Piccioni e Cesare Zavattini; sarà il celebre giornalista a proporre l’acquisto a Vittorio De Sica. Alla fine Ungaretti mise De Sica in contatto con Paulhan e l’acquisto si perfezionò.

Suggerimenti sulle principali opere di (e su) Jean Fautrier, anche anche su edizioni originali e ristampe rare, nonché su riproduzioni d’opere d’arte.