«La Gazzetta del Mezzogiorno», 30 maggio 2020 (recensione di S. D’Amaro)

giuseppe ungaretti libri poesia

Ungaretti, Vita d’un uomo Poeta e viaggiatore

Cinquant’anni dalla morte dell’intellettuale eccentrico (e contraddittorio) che non prese mai il Nobel

Sono passati cinquant’anni dalla morte di Giuseppe Ungaretti, avvenuta il primo giugno del 1970. Ungaretti aveva ottantadue anni e aveva attraversato con coraggio e generosità un’epoca a dir poco travagliata. Il mondo che lui aveva conosciuto aveva avuto immani trasformazioni, confrontandosi con le più tragiche esperienze umane. Ma Ungaretti sapeva che il viaggio da compiere sarebbe stato comunque periglioso, pieno di insidie, di illusioni, di vorticose passioni. Dalla sua parte aveva avuto il vantaggio iniziale di un occhio eccentrico, per essere nato ad Alessandria d’Egitto nel 1888 da una famiglia di operai giunti dalla Lucchesìa. Sarà proprio la condizione d’emigrato la più consona al suo spirito, quella che fin da subito gli illuminerà il cammino delle scelte fondamentali e del timbro particolare per esprimerle. Appartenere ad un Paese come l’Italia sarà il pretesto per riconquistarlo, non solo fisicamente ma culturalmente e umanamente. E non sarà solo questo, giacché Ungaretti vedrà nella sua condizione di sradicato un valore da allargare a simbolo più vasto e da utilizzare nel confronto incessante vita ­morte. Appunto per questo, per testimoniare in prima persona tutto questo intitolerà la sua opera letteraria complessiva Vita d’un uomo. A suffragare tutto questo ora abbiamo a disposizione il libro di Giuseppe Savoca, Naufragio senza fine. Genesi e forme della poesia di Ungaretti (Olschki, pp. 214, euro 35), che contribuisce a rafforzare percorsi interpretativi e originali punti di vista che focalizzano proprio questa identità del viaggiatore in cerca di una terra promessa con gli strumenti di un’esperienza artistica imbevuta di simbolismo europeo e di tradizione illustre italiana. Per intendere Ungaretti bisogna partire dall’inizio, da quei suoi primi ventiquattr’anni passati in Egitto tra mare e deserto, capire il suo orecchio addestrato ai canti beduini, scavare nelle sue amicizie che lo avvicinano agli ambienti anarchici e socialisti della “baracca rossa” di Enrico Pea, confermare le sue predilezioni, già all’École Suisse Jacot, per la letteratura mediata dal Mercure de France nella lontana Parigi. La puntata successiva è sul Carso in piena Grande Guerra. Qui Ungaretti esperisce la morte di molti compagni e matura definitivamente quello che è il paradigma di ogni esistenza condivisa nella sorte comune. Quella che lui scoprirà sarà una poesia che sappia tendersi tra espressione dell’angoscia e capacità di proiettarsi oltre i limiti della crisi puntuale di ogni esistenza e cioè quel naufragio che è parola e sintesi della possibile rinascita in una visione superiore delle cose. Non a caso Ungaretti è un grande lettore, oltre che di Charles Baudelaire e di Stéphane Mallarmé, di Blaise Pascal e soprattutto di Giacomo Leopardi (che poi divenne oggetto di molte sue lezioni universitarie). È proprio dall’Infinito leopardiano che comincia la ricerca ungarettiana e che spiega lo strano titolo del suo libro del 1919, Allegria di naufragi, apparentemente contraddittorio, ma in realtà discendente dall’intuizione originale della dialettica vita/morte, a cui si rapportano poi abisso/infinito, viaggio/ignoto che arricchiscono la forza poetica dell’autore. Una cosa è certa: Ungaretti trova nella guerra la rivelazione del suo mondo interiore e segue questa linea lungo tutto il suo percorso, pregno di scoperte che lo portano dall’esperienza di inviato per La Gazzetta del Popolo (per cui fa reportage anche dalla Puglia) all’Università di San Paolo del Brasile tra il 1936 e il 1942, e finalmente a Roma dove approda all’Università La Sapienza come titolare dell’appena istituita cattedra di Letteratura Italiana Contemporanea, attorno alla quale si formerà un gruppo di scrittori e di critici di prim’ordine (da Leone Piccioni, suo insuperato biografo nel 1970 con Vita di un poeta presso Rizzoli, a Mario Petrucciani, Luigi Silori, Elio Filippo Accrocca, che negli anni Settanta diventerà direttore dell’Accademia di Belle Arti di Foggia). È un percorso esaltante che con la pubblicazione di un libro importante come Sentimento del Tempo, punta di diamante dell’Ermetismo, lo proietta ai vertici dell’attenzione critica. Già fin dagli anni Quaranta Mondadori raccoglie in più tomi la sua
produzione intitolandola a quella Vita d’un uomo che è la chiave più giusta per interpretare il profilo del Nostro. Non mancheranno nella sua vita drammatici affanni (la morte del figlio Antonietto e del fratello) e la condivisione di tragedie collettive come l’occupazione tedesca di Roma, confluiti poi poeticamente nel Dolore. Ungaretti conoscerà anche la frusta dell’epurazione postbellica per via della sua adesione al fascismo e la delusione del mancato premio Nobel, forse proprio a causa di quelle simpatie politiche. Ma le soddisfazioni furono senz’altro superiori, se conquistò i premi più importanti (tra cui il Montefeltro nel 1960 e l’Etna­Taormina nel 1966), e alcuni fascicoli monografici di riviste autorevoli (Letteratura nel 1958 per i suoi settant’anni, Galle 
ria nel 1968, L’Herne nel 1969, Forum Italicum e L’Approdo Letterario nel 1972). Dopo il Dolore arrivarono La Terra Promessa e Il Taccuino del vecchio, e infine Dialogo, dedicato alla giovane italo­brasiliana Bruna Bianco con cui ebbe una relazione amorosa dopo la morte dell’amata moglie Jeanne Dupois (proprio recentemente è stato raccolto e curato da Silvio Ramat il lungo epistolario Lettere a Bruna (Mondadori, 2017). Paradossalmente, il funerale di Ungaretti non fu degnamente onorato: un grande poeta e artista come lui, malgrado debolezze e contraddizioni, avrebbe meritato molto di più. Le opere di Giuseppe Ungaretti (1888-­1970) si trovano riunite nei “Meridiani Mondadori”. Negli ultimi anni sono stati pubblicati alcuni importanti carteggi. Si consiglia il volume di Walter Mauro, “Vita di Giuseppe Ungaretti” (Camunia, 1990) e, di Claudio Auria, “La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti” (Le Monnier, 2019). Poi le monografie di Giorgio Luti, “Invito alla lettura di Ungaretti” (Mursia, 1974), Maura Del Serra, (La Nuova Italia, 1977) e Giorgio Baroni, (Le Monnier, 1980).