Giornali

 

Ungaretti nel corso della sua vita rilasciò spesso interviste a giornali e riviste. La prima intervista di cui abbiamo notizia fu concessa nel marzo 1926 a Robert Leurquin, del «Midi» di Bruxelles (La letteratura e la nuova Accademia d’Italia, un’intervista al poeta italiano Giuseppe Ungaretti).  Il poeta in quei giorni si trovava in Belgio per un giro di conferenze di carattere letterario e, soprattutto, politico:

La fondazione dell’Accademia è una nuova prova dell’attività del Duce. Essa comprende 60 membri: 20 uomini di scienze, 20 letterati e 20 artisti. Trattamento di 36 mila lire, più un gettone di presenza di 100 lire. Uniforme da cerimonia. Ne fanno parte d’Annunzio, Marconi, Pirandello, Panzini e Soffici. (…) la verità è spiacevole da capire per alcuni, ma che volete! I fatti sono là, probanti. I demagoghi dicono sempre ai fascisti: voi avete ucciso Matteotti voi avete strangolato la libertà. Per loro questo è tutto il regime. Ora i fascisti hanno costruito, le loro opere sono visibili. È questo che io ho voluto mostrare nella mia conferenza (ora in R. Gennaro, La risposta inattesa. Ungaretti e il Belgio tra politica, arte e letteratura, Franco Cesati, Firenze 2002, p. 36).

 

Nel giugno 1929, il poeta rilasciò una lunga intervista a Giovanni Battista Angioletti per la rivista «L’Italia letteraria» (La Poesia contemporanea è viva o è morta?), ripercorrendo la storia della poesia dal Leopardi in poi, descrivendo le caratteristiche di alcune correnti poetiche, e concludendo:

…Di fronte alla poesia dell’Ottocento, che si teneva stretta nei limiti temporali, che tutt’al più deificava la memoria, ecco nascere una poesia che brama di ristabilire un rapporto tra la creatura e Dio.

Accettando la rivelazione?

Non so. L’universo non ci sembra più rappresentabile, come per gli umanisti, dall’uomo nelle sue gesta, mediante l’applicazione trasfiguratrice di certi canoni dell’arte greco-romana. Tanto meno ci sembra che l’universo sia una creazione dell’io, come pretendeva l’Ottocento. Sia pure aggressiva la nostra brama di vita, il mondo oggettivo per noi esiste, anche per conto suo.

C’è inoltre un mistero irriducibile, qualunque sia l’altezza cui possa arrivare la scienza, un’armonia trascendente, fonte di grazia piuttosto che opacità avversa, un mistero uguale, anche se diversamente immaginabile, per tutti, e per i dotti e per gli ignoranti e per l’adulto e per il bimbo. La mente non ci arriverà mai, ma per via di sentimento, si può averne notizia (ora in Vita d’un uomo. Saggi e Interventi, Mondadori, Milano 1974, pp. 196-197).

 

Altra intervista nel luglio 1933, rilasciata ad Alfredo Mezio per il «Tevere», il quotidiano decisamente fascista. In quella occasione Ungaretti si soffermò sulle elezioni politiche del novembre 1919, sulla vittoria dei socialisti, l’arresto di Mussolini e Marinetti; tutti fatti che il poeta aveva seguito da Parigi, dove all’epoca era corrispondente per «Il Popolo d’Italia» il giornale di Mussolini. Nell’intervista a Mezio, Ungaretti usò un linguaggio insolito:

Nel ’19, a Parigi, facevo il corrispondente e seguivo i lavori della Conferenza della Pace per incarico del «Popolo d’Italia». Gli italiani si radunavano in un grande albergo dove era stabilita la delegazione italiana. Non rammento con precisione la composizione della delegazione italiana. Credo Nitti o Tittoni al posto di Sonnino e Orlando (…).

Chissà se fra le carte di S. Ecc T. si troveranno forse un giorno una mia lettera in cui gli dicevo che avesse fatto bene attenzione perché oltre all’Italia ufficiale, delle schede e dei portafogli, c’era una Italia tremendamente giovane, che avrebbe vinto per forza o per amore. Signor delegato, gli dicevo, ho il dovere di avvertirvi che rappresento qui il giornale dell’Italia Nuova e vi prego di fare attenzione ai mali passi!

Vi furono in quel periodo degli arresti a Milano. Organizzai allora una specie di Manifestazione in difesa degli arrestati alla quale aderirono tutti gli intellettuali più in vista di Parigi alla testa dei quali si misero gli scrittori di Littérature e del gruppo Dadà, Aragon, Breton, Tristan Tzara, ecc., che erano quelli che facevano più chiasso. Avevamo intenzione di invadere l’Ambasciata. Io feci annunciare a Nitti che gli avrei bucato la pancia. Ma poi non se ne fece nulla perché gli arrestati vennero rilasciati.

 

Del gennaio 1934 è una lunga intervista a Giuseppe Sala per il «Corriere Padano» (A colloquio con Giuseppe Ungaretti). Il poeta vi s’abbandona anche ai ricordi dei tempi dell’interventismo, e a considerazioni sulla propria fede:

Poi nel ’15 conobbi Mussolini al “Popolo d’Italia”». I suoi occhi – scriveva il giornalista – prendono un’aria nostalgica di sogno, come chi ricorda avvenimenti che lo commuovono profondamente. «Erano i tempi in cui si faceva gli interventisti. Bei tempi! Grandi baruffe in Piazza del Duomo a Milano. Disselciavamo l’acciottolato e le mattonelle divenivano proiettili. Alle cariche sempre più violente dei questurini i due partiti si dileguavano. La piazza ritornava deserta, tutta sconvolta come se fosse stata arata da un’onda di Vandali strani. (…) C’è una grande agitazione in me, ma aspetto con fiducia il sereno. Qualcosa ancora mi è oscura. Io credo in Dio, ma mi sembra tanto lontano. Egli, immortale da questo essere finito che è l’uomo. Poi non credo ancora all’immortalità dell’anima. So che non possiamo arrivarvi ragionando e aspetto la luce della rivelazione, la serenità della certezza, della fede. E la mia poesia ne uscirebbe trasfigurata, la continua ascesa raggiungerebbe la gloria della vetta, la placidezza della fede raggiunta.

 

Interessante anche l’intervista concessa nel novembre 1936 a Ruggero Jacobbi per «Quadrivio», il settimanale collegato al «Tevere» (La cultura italiana nell’America del Sud. Conversazione con Giuseppe Ungaretti). Ungaretti era appena rientrato da un lungo viaggio in Argentina e Brasile, dove s’era appena accordato, come si capisce dall’intervista, per un suo incarico d’insegnamento presso l’Università di San Paolo:

E’ necessaria – risponde decisamente il poeta – una maggiore diffusione della cultura nostra laggiù. E’ doloroso constatare come, mentre ad ogni angolo si vedono librerie francesi o tedesche, colle ultime novità in mostra, per trovare libri italiani si debbano sudare sette camicie. Al massimo si trovano libri di Carolina Invernizio o giù di lì… Libri arrivati in quei paesi quindici, venti anni fa. Ma della nostra nuova letteratura, nulla. È anche vero che i nostri editori ebbero a fare esperienze pressoché disastrose per il passato ma oggi potrebbero porvi rimedio la Società degli Autori, per mezzo dei rappresentanti che essa già ha nell’America Latina, curando la distribuzione di libri e sorvegliando le vendite. Anche i grandi giornali italiani di laggiù (che sono numerosi e, per lo più, ben fatti) dovrebbero, come fanno quelli locali francesi e tedeschi, occuparsi regolarmente della più notevole produzione recente italiana. È necessario aprire nuove scuole, migliorare quelle che vi sono, intensificare la propaganda con ogni mezzo, altrimenti verremo a perdere passi dove gli abitanti sono in gran maggioranza di origine italiana (se ne calcola il 40 per cento nella sola Argentina), dove il lavoro e la ricchezza sono in gran parte nostri… A San Paolo vi sono circa mille italiani milionari! Il sangue italiano ha dato dovunque i suoi frutti. La necessità di rendere, nel campo culturale, sempre più stretti i vincoli e frequenti gli scambi dipende dunque da precisi diritti e doveri dei due popoli. E dobbiamo assistere, invece, al predominio culturale di altre nazioni, che si lavorano questi paesi con una propaganda ordinata e vasta. La Germania vende i libri scientifici per le Università, tradotti in castigliano e in portoghese, ratealmente e sotto costo! La Francia spende per la sua propaganda culturale trenta milioni circa ogni anno solo in Argentina. (…) Del resto – aggiunge più pacato Ungaretti – ciò che la nostra cultura può ottenere in questi luoghi, si desume dai risultati mirabili ottenuti dai nostri professori dell’Università di San Paolo, ritenuti i migliori insegnanti della facoltà cosiddetta di Lettere Scienze e Filosofia. Queste facoltà sono state istituite di recente nelle Università brasiliane per formare nel Brasile un primo nucleo di insegnanti per le scuole medie. Per interessamento del mio vecchio amico e magnifico ambasciatore Roberto Cantalupo e del nostro console di San Paolo, medaglia d’oro Castruccio – che non poteva non essere, anche come console, un valoroso – sono stati chiamati alla facoltà di San Paolo, prima, tre nostri professori universitari, poi, dati i risultati, che non temono davvero confronti, questo numero è stato aumentato ogni anno, e questo anno, i professori italiani erano otto, e nel 1937, saranno dieci.

 

Anche la successiva intervista ha a che fare col Brasile: Ungaretti si reca a San Paolo nel marzo 1937, rientrando a Roma per le vacanze già novembre di quello stesso anno; il 20 novembre il poeta rilascia un intervista ad Adriano Tilgher per «Omnibus» (Ungaretti in Brasile, il poeta e la formica):

Giuseppe Ungaretti, tornato dal Brasile, è di passaggio a Roma. Il poeta è sceso all’Albergo d’Inghilterra che, fra le locande romane, ha il pregio di un illustre passato (…) “Arrivo dal Brasile”, ci dice, “dopo aver insegnato lettere per sette mesi, non ero nuovo dell’America latina: nel 1936 partecipai al Congresso del Pen Club a Buenos Aires. Ora insegno all’Università di San Paolo: il governo brasiliano chiama moltissimi studiosi e scienziati europei nelle sue università; ma gli italiani, che sono in dieci nel solo ateneo paulistano, superano di gran lunga per numero le altre missioni straniere. Tutti in Brasile conoscono l’italiano: gli italiani comprendono il portoghese, e così ognuno parla la propria lingua. Il mio corso di letteratura italiana è stato seguito attentamente. Ho fatto molte lezioni sul Petrarca. Durante il mio soggiorno in Brasile mi sono dato tutto all’insegnamento. Non ho scritto un verso (…). Un altro italiano, chiamato dal governo brasiliano, è il prof. Silvestri, col quale ho compiuto il viaggio di ritorno (…). Durante il viaggio di ritorno, dopo aver costeggiato parte del Brasile meridionale, abbiamo fatto scalo a Pernambuco. Scesi a terra il professore ha avuto modo di mostrarmi quello che sono i termitai. Si tratta di grandi coni di uno strano colore: sembrano di un legno misteriosamente plastico. Alti fino a tre metri, nessuno dal di fuori può immaginare quale attività ferva dentro. Il prof. Silvestri ne ha sfondato con disinvoltura più d’uno, e abbiamo visto migliaia di termiti operaie e di termiti soldati prese da un improvviso panico. Le termiti, quando sono colte dallo spavento, si riuniscono intorno alla regina, che è un verme cento volte più grosso di loro, biancastra, turgida. È una madre mostruosa che fa continuamente figli, figli, figli. È la padrona assoluta: vive fra segni di grande rispetto, su di un trono che ha davanti a sé una piazza. Come il prof. Silvestri l’afferra, le larve continuano ad uscire dal ventre. Cadono nel formicaio in rovina, e subito vediamo tutte le termiti tentare il salvataggio (…) Ma il terminaio ha cessato di esistere (…). Ho visitato solo in parte questo grande paese: i dintorni di San Paolo a cavallo, il resto risalendo il Paranà fino ai confini dell’Argentina e del Paraguay. (…) Il Paranà è un fiume largo sette chilometri (…) dovunque, isole (…). Sulle rive, si vedono ogni tanto Indi che vivono tagliando legname per venderlo ai piroscafi di passaggio. In una delle tante soste del Piroscafo, scorsi a terra uno strano cespuglio. Erano foglie meravigliosamente lievi. Mi avvicinai per meglio vedere quella pianta dal colore così’ delicato, ma ecco che una nube di farfalle mi coprì. Il cespuglio vivente era scomparso (…). A Bahia [la città di Salvador], in una piazza, ho visto la donna più bella della mia vita (…).

 

C’è poi l’intervista del 1965 con Ferdinando Camon e, l’anno successivo, quella rilasciata ad Achille Ciccaglione durante una breve vacanza a Capri. Nel dicembre 1969 accetta d’essere intervistato da un gruppo di studenti universitari dell’Università di Roma; intervista poi pubblicata su «Playmen» (Ungaretti i giovani e la violenza). Il poeta rilasciò la sua ultima intervista nel marzo 1970 a Parigi (Quand la mort frappe un viellard, elle a des mains très douces) accolta in «Magazine Litteraire»:

Le ultime parole che riserverò alla vita? Ebbene. Io ho fatto il mio dovere. Ho fatto il mio dovere fino in fondo. (…) Quando la morte verrà, io sarò là per accoglierla dolcemente. Essa arriverà … essa sarà … sapete, quando la morte … quando la morte … è … è terribile …, quando colpisce una persona giovane … quando colpisce un vecchio … ha mani molto dolci.

 

 

Per un approfondimento su queste ed altre interviste rilasciate da Ungaretti, ed in generale per la sua presenza sulla carta stampata (e sulle relative fonti) si rinvia a Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019,