In Memoria

 

Si chiamava
Moammed Sceab
Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
Patria
Amò la Francia
e mutò nome
Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè
E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono
L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa.
Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera
E forse io solo
so ancora
che visse

 

Anche In Memoria è datata direttamente dal poeta: «Locvizza il 30 settembre 1916». Il 12 settembre 1916 il 19° Reggimento tornò in prima linea, questa volta nella zona di Castagnevizza partecipando alla Settima (14-17 settembre) e all’Ottava Battaglia dell’Isonzo (10-12 ottobre). La poesia, dunque, venne scritta in un periodo di tregua fra le due battaglie; inoltre, il luogo indicato da Ungaretti (Locvizza) – distante più di trenta chilometri dalle trincee dove combatteva il reparto del poeta –  ci consente di stabilire che Ungaretti non partecipò neppure a quelle battaglie. Infatti, nei pressi di Locvizza e del Monte Pecinka il 19° aveva combattuto nel precedente mese di agosto, e in quella zona non più operativa il poeta era rimasto (forse per motivi di salute) quando il suo reparto s’era spostato nel settore di Castagnevizza per partecipare alla Settima e all’Ottava Battaglia.

Ungaretti in questi versi tocca i temi dell’emigrazione, dell’esilio, dello sradicamento; e per farlo racconta la storia di Mohammed Shehab e della sua tragica morte. Il poeta, in seguito, è tornato più volte su quel triste fatto e sull’amicizia col vecchio compagno di scuola, cadendo anche in qualche contraddizione.

 

Per approfondire questi temi si suggerisce Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019, libro da cui sono tratti anche i documenti di seguito proposti;  i documenti vanno letti tenendo presente che quelli inseriti nella colonna di destra  presentano alcune novità biografiche che possono essere utilizzate anche per una nuova interpretazione della poesia.

 

«Tra i giovani sovversivi di Alessandria che si raccoglievano nella baracca del mio amico Pea, c’era un arabo – era forse l’unico arabo in quella baracca – e questo arabo era Moammed Sceab. Moammed Sceab era anche stato mio compagno di scuola. Quindi eravamo doppiamente uniti; eravamo uniti nelle speranze di un mondo organizzato con maggior giustizia, ed eravamo uniti dai ricordi d’infanzia e dalle aspirazioni letterarie che avevamo l’uno e l’altro. Aspirazioni diverse: io credevo in una poesia dove il segreto dell’uomo (fin da allora) trovasse in qualche modo un’eco, credevo nella poesia dell’inesprimibile, e invece Sceab credeva – mente logica, arabo discendente da quelli che avevano inventato l’algebra – credeva invece in una poesia strettamente legata alla ragione. Ecco. Ed avevamo, in fondo, in comune anche un altro dramma: l’uno e l’altro avevamo un’educazione europea, occidentale, francese (…). E la mia, la nostra gioventù, quella mia e quella di Sceab, è cosparsa di giovani, di giovani compagni che nelle stesse circostanze delle nostre si troncarono la vita. E anche Sceab a un certo momento si troncò la vita. Sceab a Parigi, lontano dalla sua terra africana – o dalla sua terra araba, perché in fondo viveva in Egitto ma non era africano, veniva dal Libano – essendo stato rilavorato da una cultura e da una tradizione diversa, non resisté al dissidio e anche lui si uccise» (G. Ungaretti, Ungaretti commenta Ungaretti, «La Fiera Letteraria», 1963, ora in Vita d’un uomo. Saggi e Interventi, Mondadori, Milano, 1974, p. 818).

 

«Sceab è suicida per non essere riuscito a conciliare in sé le contraddizioni del vivere e del pensare – e per non aver superato l’angoscia nella liberazione del canto, della invenzione. Sceab sta pochi mesi soltanto a guardare; né circoli letterari, né caffè alla moda lo attirano, non lega con nessuno, non è interessato alla polemica artistica, né s’appassiona alla evoluzione delle idee creative del momento. Non ha amori importanti. Vive soltanto il rapporto di sudditanza con il suo pensiero. Lasciò delle carte, dei manoscritti e Ungaretti cercò di averli, ma la padrona dell’albergo, per scrupolo, consegnò, dopo il suicidio, tutto alla polizia» (L. Piccioni, Vita di Ungaretti, Rizzoli, Milano 1979).

«Le dico: “Sono uno smarrito”. A che gente appartengo, di dove sono? Sono senza posto al mondo, senza prossimo (…). Ho incontrato Sceab, l’ho accompagnato anni dopo anni. Nulla, non abbiamo saputo mai svelarci nulla. Siamo stati insieme a scuola (…). Ammoniva Pickles [il professore d’inglese della scuola svizzera d’Alessandria d’Egitto] Sceab: “Read    Nietzsche, smoke a cigarette, and after prepare you to suicides”. Smarriti laggiù, sbalestrati a Parigi, il curdo e il lucchese nato all’estero, non ci siamo mai detti nulla (…). E non abbiamo mai vissuto d’una comune ansietà. Tutte le notti, ore ore, per le vie di Parigi, sfolgoranti d’orgia d’illuminazioni, tra il fracasso, solitudine nostra, oscurità nostra, che non ci ha accumunato. La disperazione di Sceab non era la mia disperazione (…). S’è ucciso. Sul comodino aveva posato la sigaretta. L’anno trovato morto, vestito, steso sul letto, sereno, sorrideva. Hanno trovato la sigaretta spenta sul comodino. Aveva distrutto tutte le sue carte, manoscritti di novelle e di poesia, nel più puro francese, della più schietta invenzione. Un suo biglietto di visita ha lasciato: «Péché, la sottise…”» (lettera di Ungaretti, ottobre-novembre 1914, Lettere a Giuseppe Prezzolini, 1911-1969, Edizioni di Storia e letteratura, Lugano 2000, pp. 24-28).

 

 

«Sceat fu l’amico della prima gioventù di Ungaretti; quello che esercitò su di lui la maggiore influenza, quello il cui nome ricompare ancor oggi più spesso nei suoi discorsi di cose lontane (…). Ma la troppa poesia fece male a Sceat: a Parigi, egli si ammazzò. Lasciò a Ungaretti un libretto, un Vangelo, con questa epigrafe manoscritta: “Il n’y a qu’ un peché au monde: la betise”. Era qualcuno, costui. Sono, nella vita, incontri che contano» (G. Ansaldo, Ungaretti, Uomo del nostro tempo, «Il lavoro», 26 agosto 1933, ora in Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze, 2019).

 

 

«Questa poesia [In memoria], come il testo precedente [Noia], era stata anticipata nel 1915 su «Lacerba», in un abbozzo ancora piuttosto informe (…) La vicenda di Moammed Sceab consente infatti di introdurre uno dei motivi di fondo della raccolta: quello dell’esilio, inteso come perdita immedicabile di ogni punto di riferimento, che la poesia ha il compito di sublimare e di sanare, proponendosi come ricerca di una identità originaria perduta»  (AA.VV., Dal testo alla storia, dalla storia al testo, vol. G, Paravia, Torino 2000, p. 380).

 

 

«La lirica apre la sezione Il porto sepolto e segna il passaggio da una fase ancora giovanile a quella più matura e drammatica delle poesie di guerra. Il poeta fa riferimento a un episodio accaduto durante il periodo trascorso a Parigi: il suicidio di un giovane amico di origine nordafricana – con cui intratteneva un legame fraterno, nutrito da «interminabili discussioni» su Baudelaire e Nietzsche – dovuto all’incapacità di affrontare lo sradicamento e le difficoltà del vivere in una cultura diversa» (AA.VV. Le porte della letteratura, Signorelli, Milano 2017, p. 34).

«Redatto il dieci settembre mille nove cento tredici, ore 15.00; sulla dichiarazione di Marie Gendre signora Rieuf, trenta sette anni, proprietaria d’albergo, domiciliata in rue des Carmes 5, e di Marie Raynal donna Costerousse, trent’otto anni, donna di pulizie, domiciliata temporaneamente in Clos Brussay 19, che, letto, hanno firmato davanti a noi, Edouard Langeron, vice sindaco del quinto arrondissement di Parigi. Il nove settembre mille nove cento tredici, verso le sette del mattino: Mohammed Shehab, nato ad Alessandria (Egitto) il ventitré gennaio mille otto cento ottanta sette, ragioniere, figlio di Ibrahim Shehab e di Aïcha, senza altre informazioni, celibe, è morto nel suo domicilio di rue des Carmes, 5» (documento manoscritto dell’Anagrafe francese, 10 settembre 1913, Servizio dello Stato Civile del V Arrondissement di Parigi, registro «5D 207», «Shehab 1378»).

«Per non rammaricarsi d’esse nati // Questa carne molestata / ha pure / quando meno aspetta / i fremiti dell’alba // E mi brilla dolce / la vita / come un prato / a rinvenuto bacio / della ruggiada // Dolina dei pidocchi [Locvizza] 28 settembre 1919. Ungaretti» (lettera di Ungaretti a Papini, Lettere a Giovanni Papini 1915 1948, Mondadori, Milano 1988, p. 73).