La Madre

 

E il cuore quando d’un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d’ombra
per condurmi, Madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano.
In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all’eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita.
Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti
dicendo: Mio Dio, eccomi.
E solo quando m’avrà perdonato,
ti verrà desiderio di guardarmi.
Ricorderai d’avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.

 

Questa poesia, a differenza di San Martino del Carso, In Memoria e Veglia – tutte appartenenti alla felicissima stagione del Porto Sepolto (1916) – rientra nella fase del “ritorno all’ordine” e confluisce nel Sentimento del Tempo (1933). La Madre apparve per la prima volta sul numero del 16 giugno 1929 dell’«Italia Letteraria» e fu datata direttamente da Ungaretti: «Marino, 1929». Sul luogo di redazione della poesia non dovrebbero esserci dubbi dato che Ungaretti s’era trasferito a Marino dal 1927 restandoci fino al 1934. Qualche incertezza, invece, pone l’anno indicato dal poeta: il 1929. È stato lo stesso Ungaretti nel 1969 a sostenere erroneamente che la poesia «Fu scritta in occasione della morte di mia madre» (Vita d’un uomo.Tutte le Poesie, Mondadori, Milano 2000, p. 773), dunque nel novembre 1926. Leone Piccioni aveva creato ulteriore confusione sostenendo che la madre venne a Roma nel 1929, morì nel 1930, e che la poesia era stata scritta prima della scomparsa di Maria Lunardini.

È utile stabilire la precisa collocazione temporale di questa poesia, sia perché essa rappresenta una delle principali testimonianze poetiche del riavvicinamento al cristianesimo da parte di Ungaretti, sia perché ci dice qualcosa sul rapporto fra la madre e il figlio.

 

 

Per approfondire questi temi si suggerisce Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019, libro da cui sono tratti anche i documenti di seguito proposti;  i documenti vanno letti tenendo presente che quelli inseriti nella colonna di destra  presentano alcune novità biografiche che possono essere utilizzate anche per una nuova interpretazione della poesia.

 

«È nel ’29 che Ungaretti rivede – dopo tanto – la madre per poi non rivederla mai più. Nel 1929 si celebra, infatti, il 50° anniversario di sacerdozio di Papa Pio XI: è un Giubileo Sacerdotale; la madre di Ungaretti è a Roma in quel Giubileo per il sentimento religioso, per la pietà; ritrova il figlio, la nipotina, la signora Jeanne. Aveva lasciato il figlio che per “altre mire” tutto al contrario che per disattendere il problema religioso, ma per affrontarlo su ribellioni da ragazzo, faceva spavalde professioni di ateismo anarchico. Lo ritrovava nell’anno della Pietà. Forse la sua fede semplice, riposta nel cuore, innocente, antica come era antica la sua terra, non avrebbe capito per quali difficili strade il figlio, attraverso quali esperienze e riconnessioni e meditazioni, fosse arrivato a riconoscersi, anche lui, nell’alveo grande della Fede. E forse lo stesso Ungaretti si sarà trovato ad invidiare quella riaffermata purezza della madre. La poesia La madre è datata ’30 in volume, ma apparve già nel ’29 sull’Italia Letteraria (il 16 giugno del ’29). Prefigura la sua morte, l’incontro con lei, la madre: davanti al Signore, “come una volta mi darai la mano”. E solo quando m’avrà perdonato, / Ti verrà desiderio di guardarmi. / Ricorderai di avermi atteso tanto, / E avrai negli occhi un rapido sorriso. // (E l’attesa è certo attesa alla comune fede cristiana.) 1928: Ungaretti aveva quarant’anni!» (L. Piccioni, Vita di Ungaretti, Rizzoli, Milano 1979). [Maria Lunardini morì a settantasei anni il 28 novembre 1926, alle 2.30 del mattino (Atto di morte, anno 1926, parte I, serie “A”, numero 190, relativo a Maria Lunardini, vedova Ungaretti, sottoscritto da Costantino Ungaretti e dai testimoni Italo Pardi e Paolo Puglisi, citato in A. Vergelli, Un uomo di prim’ordine Giuseppe Ungaretti, documenti ed altra corrispondenza inedita, Bulzoni, Roma 1990, pp. 19-20)].

 

 

 

 

[Ungaretti nel 1912, partendo per Parigi, lasciò la madre ad Alessandria d’Egitto col fratello Costantino; il poeta e la madre si rividero soltanto 13 anni dopo, quando Maria giunse a Roma in occasione del Giubileo del 1925; Ungaretti tornò in Egitto nel 1931, in occasione di un reportage giornalistico, quando la madre era scomparsa già da cinque anni].
«Ritrovando il figlio in quel 1929, trovava il poeta degli Inni e della Pietà, quello che in un viaggio fatto a Subiaco nel periodo pasquale, aveva sentito che “l’anno liturgico gli s’era fatto vicino nell’animo”, e che, avvicinandosi alla Chiesa, non l’aveva mai più – sia pure a modo suo – lasciata distante» (L. Piccioni, Vita di Ungaretti, Rizzoli, Milano 1979).  

«fu il tremendo lutto nella mia famiglia [la morte di Antonietto nel 1939] ad aprirmi gli occhi» (lettera a De Luca dell’11 maggio 1944, Lettere di Ungaretti a don Giuseppe De Luca, a cura di P. Montefoschi, «Il Verri», XLV, novembre 2000, p. 136).

 

«La figura della madre appare quindi in un atteggiamento severo, che non toglie tuttavia valore alla sfera emotiva degli affetti, testimoniata dalle immagini intense del prendersi per mano del v. 4 e del «rapido sospiro» che chiude la lirica, esprimendo tutto il sollievo per il figlio ritrovato» (AA.VV. Le porte della letteratura, Signorelli, Milano 2017, pp. 628).

 

 

«La madre fece anche da padre. Era una donna semplice, severa, religiosissima; una di quelle donne antiche, alle quali la vedovanza, e il peso dei figli da tirar su, conferisce un nuovo senso virile della responsabilità, e quasi un raddoppiamento delle facoltà, per far fronte alle necessità nuove; il loro occhio acquista un po’ della gravità paterna, e la loro mano si fa più pesante» (G. Ansaldo, Giuseppe Ungaretti, «Il lavoro», 22 agosto 1933, ora in Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019).

 

«“Donna d’estrema energia” non doveva essere incline a tenerezze e smancerie neppure verso i figli sebbene in niente li trascurasse, avendone anzi “somma cura” (…). “Mia madre” racconta Ungaretti “era volontaria all’eccesso, fortissimamente volontaria, e naturalmente non s’abbandonava che molto di rado alla tenerezza” (L. Piccioni, Vita di Ungaretti, Rizzoli, Milano 1979).