Veglia

 

 

Un’intera nottata buttato vicino
a un compagno massacrato
con la sua bocca digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani penetrata
nel mio silenzio ho scritto
lettere piene d’amore
Non sono mai stato
tanto attaccato alla vita

La poesia Veglia, così come San Martino del Carso e In Memoria, fu scritta sul Carso tra il dicembre 1915 e il settembre 1916. Ungaretti stesso le ha datate con precisione, spiegando poi che l’estrema brevità di queste poesie e l’intensità delle singole parole –  costituenti le caratteristiche principali del Porto Sepolto – derivavano dal fatto che vennero scritte dentro le trincee, fra un’azione di guerra e l’altra, su foglietti di carta improvvisati (persino su pezzi di cartone strappati dagli involucri delle munizioni), scritte in tutta fretta perché il poeta sapeva di poter essere ucciso da un momento all’altro.

       Veglia è datata «Cima Quattro il 23 dicembre 1915». Ungaretti, scoppiato il conflitto mondiale, s’era arruolato a giugno, rimanendo per sei mesi lontano dalla zona di guerra, il 2 dicembre 1915 aveva poi raggiunto le retrovie del fronte (Aiello del Friuli) per unirsi, infine, ai nuovi commilitoni del 19° Reggimento. Quando, intorno al 20 dicembre, Ungaretti raggiunse i suoi compagni nelle trincee sotto la Cima Quattro del Monte San Michele s’era da poco conclusa la Quarta Battaglia dell’Isonzo. Il poeta rimase in quelle trincee poco tempo: già negli ultimi giorni dell’anno tornò nelle retrovie assegnato a compiti amministrativi, questa volta a Versa, dove alloggiò in un fienile per molti mesi; vi rimase fino al marzo 1916 evitando così anche la Quinta Battaglia (9-15 marzo 1916).

Nei giorni trascorsi in prima linea, Ungaretti visse l’esperienza della trincea di un periodo di pausa fra due battaglie, soffrendo il freddo intenso e la scarsa igiene, rischiando la vita a causa dell’artiglieria nemica, dei cecchini e dei barilotti d’esplosivo lasciati rotolare dagli austro-ungarici sulle trincee sottostanti.

Un’intera nottata buttato vicino

a un compagno massacrato

con la sua bocca digrignata

volta al plenilunio

con la congestione

delle sue mani penetrata

nel mio silenzio ho scritto

lettere piene d’amore

Non sono mai stato

tanto attaccato alla vita

 

Per approfondire questi temi si suggerisce Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019, libro da cui sono tratti anche i documenti di seguito proposti;  i documenti vanno letti tenendo presente che quelli inseriti nella colonna di destra  presentano alcune novità biografiche che possono essere utilizzate anche per una nuova interpretazione della poesia.

«La mia poesia è nata in realtà in trincea (…). La guerra improvvisamente mi rivela il linguaggio. Cioè io dovevo dire in fretta perché il tempo poteva mancare, e nel modo più tragico… in fretta dire quello che sentivo e quindi se dovevo dirlo in fretta lo dovevo dire con poche parole, e se lo dovevo dire con poche parole lo dovevo dire con parole che avessero avuto un’intensità straordinaria di significato. E così si è trovato il mio linguaggio: poche parole piene di significato che dessero la mia situazione di quel momento: quest’uomo solo in mezzo ad altri uomini soli, in un paese nudo, terribile, di pietra, e che sentivano, tutti questi uomini ciascuno singolarmente, la propria fragilità (…). Avevo un tascapane dove c’erano dei pezzetti di cartoline in franchigia con degli scarabocchi [le poesie del Porto sepolto], e c’erano dei pezzetti di carta strappati agli involucri delle pallottole con degli scarabocchi. Erano molte cartacce» (Ungaretti commenta Ungaretti, «La Fiera Letteraria», 15 settembre 1963, ora in Vita d’un uomo. Saggi e Interventi, Mondadori, Milano, 1974, pp. 820-822). «Il 15 aprile 1933 apparve nel Corriere Adriatico un articolo a firma di Enzo Palmieri, il quale affermava fra l’altro che “l’Ungaretti e l’ungarettismo si troverebbe nelle traduzioni dal giapponese moderno di Gherardo Marone”. Il Palmieri si riferiva non tanto alle pubblicazioni della Diana, quanto al volume di Poesie Giapponesi a cura di Harukichi Shimoi e Gherardo Marone (…). Quanto alle affinità riscontrate dal Palmieri fra le sue liriche e le traduzioni dal giapponese di Marone, Ungaretti le attribuì al “profondo ed entusiastico sentimento” del Marone per la sua poesia. Questo spiegava come il Marone avesse avuto “presente nel tradurre un certo mio uso di vocaboli e del ritmo”. La spiegazione d’Ungaretti può esser valida per quanto concerne il libro di Marone, uscito circa un anno dopo il Porto Sepolto. Ma non si vede come possa applicarsi alle pubblicazioni degli haikai [poesie giapponesi brevissime] nella Diana, iniziate quando Ungaretti, dopo un anno d’inattività, aveva appena cominciato la composizione del Porto, e comunque non aveva ancora prodotto un’opera capace d’influenzare degli imitatori» (L. Rebay, Le origini della poesia di Ungaretti, Edizioni di Storia della Letteratura, Roma 1962, pp. 62-63, nota n. 2).

 

«Incomincio Il Porto Sepolto, dal primo giorno della mia vita in trincea, e quel giorno era il giorno di Natale del 1915, e io ero nel Carso, sul Monte San Michele. Ho passato quella notte coricato nel fango, di faccia al nemico che stava più in alto di noi ed era cento volte meglio armato di noi. Nelle trincee, quasi sempre nelle stesse trincee perché siamo rimasti sul San Michele anche nei periodi di riposo, per un anno si svolsero i combattimenti. Il Porto Sepolto racchiude l’esperienza di quell’anno» (Note a cura dell’Autore e di Ariodante Marianni, Tutte le Poesie, Mondadori, Milano 2000, p. 754).

 

«Nel 1915, allo scoppio della Grande Guerra, si arruola volontario e combatte sul fronte del Carso e poi in Francia. In trincea compone la maggior parte delle liriche poi stampate nella sua prima raccolta, Il porto sepolto» (AA.VV. Le porte della letteratura, Signorelli, Milano 2017, p. 600).

«Giuseppe Ungaretti è appena arrivato al fronte, dove i soldati sono ammassati in trincee scavate nel terreno; dalle linee austriache l’artiglieria bombarda le postazioni italiane, cercando di fare più vittime possibile. Soccorrere i feriti o recuperare i morti per dar loro sepoltura è assai pericoloso, perché i cecchini nemici sono pronti a sparare su chiunque vedano muoversi: dai fossati si può uscire di notte, ma non se c’è luna piena, la cui luce trasforma i soldati in facili bersagli» (G. Leucadi, A. Flocchini, N. Pinotti, I colori dell’iride, La nuova Italia, Milano 2013, p. 39).

 

«Caro Papini, aspetto le sue parole. Solo, con serenità ma solo. Mi venga incontro – Nebbia. Ma oggi s’è alzato uno splendore. Si vedono alleggerirsi quei monti. Una tenuità di cielo, ma così uguale quest’azzurro slavato, così uguali questi nostri attimi che ci si svanisce la nozione del tempo. Proviamo l’avversione della terra, oggi mi alletta quella confetteria di monti. Così uguale anche la speranza. Le voglio tanto bene, amico mio. Suo Ungaretti» (lettera di Ungaretti a Papini del 16 dicembre 1915,  Lettere a Giovanni Papini 1915 1948, Mondadori, Milano 1988, p. 17). «Caro Papini, ho aspettato con desiderio un suo biglietto. Sapesse in che deserto mi trovo. Ho ricevuto da Parigi «Le Journal des Ecrivains». È la sola carta stampata che mi sia pervenuta, da settimane. A darmi notizie di morti! Ho fatto le mie giornate in trincea, sulla cresta d’un monte, affogato nel fango. Ma questo sarebbe nulla. La guerra attuale io l’ho augurata. È altro che mi deprime. Tornato in Italia ne scriverò. Per ora, tranne quando trascino il mio corpo riottoso a combattere, sono un decaduto, suo Ungaretti» (lettera di Ungaretti a Papini del 31 dicembre 1915,  Lettere a Lettere a Giovanni Papini 1915 1948, Mondadori, Milano 1988,  pp. 17-18).