Popolo d’Italia

 

 

Dopo le due parentesi della Sorbona e della Grande Guerra, Ungaretti nel 1919 ebbe la sua prima esperienza da giornalista professionista. Mussolini, direttore del «Popolo d’Italia», gli offrì di seguire da Parigi i lavori della Conferenza della Pace. Il primo articolo di Ungaretti vide la luce l’11 febbraio 1919; l’ultimo uscì il 23 gennaio 1920, due giorni dopo la chiusura dei lavori. Nel mezzo, una cinquantina di corrispondenze prevalentemente di carattere politico. Riproponiamo qui per intero La lotta elettorale – il discorso di Clemenceau – Aderisco alla Patria e alla Rivoluzione; l’articolo è datato 13 novembre 1919. Tre giorni dopo, in Italia si sarebbero svolte le elezioni politiche, vinte dal Partito Socialista:

Ci sono le elezioni in Francia? Non parrebbe vero. Bisogna andare nei locali apposta, per sentirne parlare. Lì succedono anche dei parapiglia. Lì si capisce anche perché i negri usino “intronato” quando voglion dire “mettersi in trono”. Ma per la città, la gente ha altro da pensare. E forse non pensa a nulla. Uno stato inquietante copre le idee, come una nebbia di queste giornate autunnali. Il carbone che non arriva, la moneta d’argento che sparisce, – è un pezzo che con quella d’oro Wilson s’è fatto i denti, e quella di rame non val più nulla, – gli scioperi che si succedono e si assomigliano, il metrò che ogni tanto ha qualche intoppo e vi fa perdere gli appuntamenti; – questi sono i discorsi del giorno, tanto, suppongo, per non perdere l’abitudine di parlare.

In questo paese, dove la passione politica s’è dilettata di tutte le acrobazie drammatiche e melodrammatiche, questo torpore, o quest’indifferenza fa specie.

Quali travolgimenti nasconde; quali crisi, quali violenze, nasconde, quest’apparenza di stanchezza? O siamo di fronte ad una stanchezza reale, a un sonno d’agonia, e non a condizioni passeggere e di stagione, dopo il fiero clima della guerra?

Un uomo politico eminente, uomo che ha imparato, nella sua lunga carriera, a sorridere a modo, – e quanti possono vantarsi di avere imparato qualche cosa? – un uomo politico che sa sorridere, e questo è tutta un’arte diabolica, importata qui, in mezzo a popolazioni ancora grosse, da Caterina de’ Medici e da Mazarino, da un paese di mia conoscenza, il quale può non avere più che dei Tittoni, ma seppe pagarsi il lusso d’un Machiavelli e d’un Borgia; – un uomo politico eminente, mi diceva l’altro giorno, con il suo sorriso più tentatore: “Strani tempi, giovanotto. Guardate, contemporaneamente Sadoul è a capolista, la candidatura più significativa dei socialisti, portato su come un messia, e, contemporaneamente, si riuniscono dei giudici per pronunciare, forse, contro di lui, traditore della patria, la più grave delle sentenze. Czar dei Soviets francesi, o, all’alba, castigato come un fellone, da una scarica di fucili, – frettolosa, come per togliersi d’imbarazzo, – tutto potrebbe ugualmente accadere oggi qui, senza produrre la minima commozione sensibile”.

E il mio amico sorrise ancora, come per indurmi a non fidarmi troppo di quel “sensibile” e, quasi quasi, ripensandoci, per non dir nulla, il che dovrebbe essere, a parere del diavolo, l’apice della finezza.

“Il diavolo, quando è diavolo, non si lascia vedere la coda”.

E un altro proverbio arabo, a proposito della donna: “Faglielo assaggiare, ma se ci tieni a non perderla, fanne sempre un gran mistero”. “E se la curiosità la spingesse?”. “Qui la psicologia ha inventato Barbablù”.

“La fede, confessava un quacchero ubriaco, e doveva essere ubriaco per confessarsi, – ha due volti, l’ipocrisia e l’eroismo: questi sorridono alla morte, quelli ci mettono su bottega, e sono le due colonne della società”

Vidi dileguarsi fra le ombre, della notte che sopraggiungeva, l’impercettibile sorriso del mio amico.

L’ironia è un’arma della decadenza; è la rinascita, in questa stagione, che si matura, mi pare invece; anche se le gran chiacchiere della Conferenza non hanno avuto per risultato né un punto di partenza né un punto di arrivo, ma una madornale deviazione.

Clemenceau ha pronunziato il suo addio. A Strasburgo, nel cuore della rivincita, con la sua pallottola nel polmone, con la sua voce squillante, e la sua respirazione da can di guardia della terza repubblica. L’età non gli pesa. Ma il domatore ha pianto; e nel voltare i foglietti non sfuggiva a nessuno un suo tremito di mani. I tigri non piangono che di vecchiaia. Ah questa volta piangeva d’amore, il misantropo!

La vita politica di questo vandeano dura da tanti mai[..] anni: ma, sempre lo steso; pare ispirato unicamente dall’odio del suo simile; e aggredisce e aggredisce, e non è mai sazio.

Anche dopo quello sfogo amoroso, anche dopo quella dichiarazione impetuosa d’amore, anche allora ha bisogno di far soffrire un uomo, di levarsi su un altro avversario, e con un futile pretesto aspramente umilia e licenzia il suo ministro Lebrun.

I meriti di Clemenceau?

Uomo di razza; è tanto elementare; non occorrono grandi spiegazioni; l’uomo della sua razza è un misantropo.

Programmi? Poteva avere un programma quest’uomo senz’umanità?

Quest’uomo è l’uomo della terza repubblica, l’uomo dei tornei oratori, dello spettacolo parlamentare, l’uomo dei tempi in cui si nuotava nell’abbondanza e si potevano coltivare certe distrazioni, l’uomo dell’agiatezza frutto del piccolo risparmio, e anche l’uomo che non ignora come la borghesia si sia fatta prospera sulle spoglie dell’aristocrazia e del clero.

Ma oggi la Francia non è più il banchiere del mondo: oggi ha dei debiti come me e te; – ah! sono calati tempi strani! E tutte le ideologie e le demagogie dell’89 la guerra le ha esaurite; quante e quante umanità, come cera ha fuso la guerra!

Oggi siamo alla tappa in cui lavoratori manuali e intellettuali si cercano per una solidarietà; ed urge di svincolare la fisionomia dell’era nuova, e di salvare ancora la civiltà e il libero sviluppo delle nazioni e degli individui; libertà che è l’unica disciplina efficace, fra gli uomini.

A un certo punto, erano stati applicati tutti i metodi, e la guerra non finiva più.

Clemenceau apparve allora.

Uomo di razza, per istinto di conservazione, perdutamente egli si sarebbe messo all’opera.

E, del resto, non gli chiedevano che l’affar suo; – e che bella festa per questo misantropo, mettere a posto tutti gl’innumerevoli intralcia tori della vittoria. Fu inesorabile. La Francia gli deve la vita. Fu uno strumento; uno strumento eccellente; un eccellente bisturi.

Ma oggi si tratta di cogliere negli spiriti il fiore nuovo; l’immensità che la guerra ha messo in causa, – più immensa ancora di quella messa in opera, – se ci lascia in questi giorni ancora, in uno stato di perplessità, non di meno ci fa riflettere che all’inverno segue immancabilmente la primavera; e quest’ultima non è mai quella dell’anno scorso.

Una crisi, un travaglio di venti secoli, ha risolto la grande guerra.

Nessuna meraviglia se ancora non ci si vede chiaro. Ma due cose sono certe; la patria è una cosa che portiamo nel sangue, che è viva e indispensabile in noi come il cuore; e dalla guerra è nata una visione della giustizia sociale, che dobbiamo sforzarci di distinguere e attuare, se non vogliamo perire di bestialità e d’inedia.

Bisogna mettere la patria all’ordine del giorno.

Patria e rivoluzione; ecco il grido nuovo. Lo opponiamo a tutti quei sudiciumi plutocratici, che gridano troppo patria o rivoluzione per non suscitare i più legittimi sospetti. Vogliamo un po’ cercare di prendere in giro il diavolo.

Aderisco ai fasci di combattimento, il solo partito che intende la tradizione e l’avvenire in modo genuino.

Patria e rivoluzione, ecco il grido nuovo!

 

Forse, è stata un po’ sottovalutata, finora, l’importanza che ebbe per Ungaretti quell’esperienza di corrispondente per «Il Popolo d’Italia». Fu un’attività molto impegnativa: tra il febbraio del 1919 e il gennaio del 1920 scrisse almeno cinquanta articoli; per un anno intero la vita del poeta ruotò intorno a quel giornale e ai lavori della Conferenza della Pace. L’esperienza al «Popolo d’Italia» fu importante anche per la nascita di amicizie destinate a durare nel tempo: Giovanni Muzio, l’amministratore del giornale; Sandro Giuliani, redattore capo; Manlio Morgagni, giornalista; Gino Rocca, critico teatrale.
Quell’esperienza al «Popolo d’Italia», infine, diversamente da quanto sostenuto dai biografi del poeta, non si concluse perché a Mussolini non piacque qualche articolo di Ungaretti; in realtà fu il poeta a decidere d’andare via per inseguire le proprie ambizioni culturali, ed in particolare per curare la pagina letteraria del «Don Quichotte», un giornale italiano redatto in francese; su quel giornale, però, il poeta scrisse appena tre articoli letterari, continuando anche lì ad occuparsi soprattutto di politica; né andò meglio la breve esperienza presso l’«Azione», il giornale genovese creato dal deputato socialista Orazio Raimondo.
Per un approfondimento sulla genesi, lo svolgimento e la conclusione dell’incarico di Ungaretti al «Popolo d’Italia» si suggerisce Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, Le Monnier, Firenze 2019.
 
Suggerimenti su raccolte, annate e singoli numeri, anche rari, del «Popolo d’Italia».