Quadrivio

 

 

Il primo abboccamento di Ungaretti con «Quadrivio», il settimanale strettamente collegato al «Tevere» (anch’esso diretto da Telesio Interlandi) avvenne nel 1933, quando Interlandi gli chiese una sua poesia per il numero d’esordio del settimanale, previsto per il 6 agosto 1933. Il poeta accettò ma, poi, sul «Tevere» uscì un articolo di Alfredo Mezio, Conferenziere per forza, in cui si ironizzava su Ungaretti. Il poeta s’infuriò, scrisse ad Interlandi definendo «volgare», fatto con argomenti «raccattati nella fogna», l’articolo di Mezio. Poi, però, le cose s’appianarono, e Ungaretti pubblicò, come previsto, la poesia (1914-1915, ora in Vita d’un uomo. Tutte le Poesie, Mondadori, Milano, 2009, pp. 201-202). Qualche giorno dopo, «Quadrivio» accolse un brutto articolo di propaganda fascista di Ungaretti (Nel paese dei bimbi), che prendeva spunto dall’annuncio di un «gridatore» in una trasmissione radio:

            Che cosa fa un popolo vivo? Il gridatore:

Partiranno in crociera per l’Oriente 1000 avanguardisti e balilla. Saranno accompagnati da 100 istruttori scelti tra i più degni di premio nell’adempimento del loro dovere.

La Federazione dell’Urbe fornirà il corredo a giovani popolane che andranno spose nei prossimi mesi.

S’annunzia la giornata celebrativa della madre e del fanciullo.

Ecco l’Italia nuova: la madre e il fanciullo. Ecco l’Italia umana: la madre e il fanciullo. Ecco il Cristianesimo degli italiani: la madre e il fanciullo. La novità più commovente portata al mondo dal Fascismo – pensavo – è questo primo posto dato nelle sue cure alla generazione di domani; ma nell’unico modo che non porti in sé delusioni: facendo circolare in seno alla famiglia l’ispirazione della Patria. I piccini che crescono impareranno colle prime parole che esiste una distanza e un legame tra Patria e famiglia, e in questa nozione andrà alzandosi il loro animo al dovere e al coraggio, alla solidarietà, al sacrificio. Non so se ci fu mai educazione più umana.

Mentre così pensavo, e come ad accentuare la mia commozione, s’è introdotto al posto del gridatore, un dialogo infantile. Erano – dai 7 ai15 anni – piccole e piccoli italiani che dalle colonie estive, marine e montane, raccontavano in un caro e ingenuo modo, l’anabasi aerea di Balbo.

Figli del popolo più umile, i più, che non avrebbero mai potuto cogli scarsi mezzi della propria famiglia pagarsi una villeggiatura; migliaia di figlietti di tutte le regioni d’Italia, e anche venuti dall’Estero e perfino dal Canadà – i più lontani sono per la Patria quelli ai quali si pensa di più – tutta questa tenera Italia che deve farsi vigorosa per essere risoluta domani, raccontava, e da lontano mamme e babbi e nonnine, e forse anche quella mamma al Canadà – potevano ascoltarli.

Tale è la Patria, è madre anche Lei, vi toglie i figli, e ve li restituisce più forti. E ve li riprende ancora. Perché ci sia amore sulla terra, è necessario. Così – diceva una voce argentina nel dialogo – la Patria ha preso i Transatlantici, suoi fanciulli, li ha lanciati, sono tornati – non tutti – riportando la gloria, e le loro mamme sono fiere d’essere le loro mamme, e l’umanità s’è aperta nuove strade e s’è fatta ancora più umana.

Avevo letto la mattina, dei progressi fatti dalla televisione. Pensate come sarà ancora più bella la commozione, quando nella piazza del paesetto, e in tutte le nostre piazze, si potrà, non solo udire, ma anche “vedere” i figli assenti. Non ci sono né fiabe né miti. Tutto sta diventando realtà e poesia. Non ci sono nemmeno più figure rettoriche. Quando i balilla hanno gridato: Le ali dell’Italia! – Non era un modo lirico di dire. E che ali! (Nel paese dei bimbi, «Quadrivio», 27 agosto 1933, ora in F. Pierangeli, Ombre e presenze, Loffredo, Napoli 2016, pp. 120-123).

 

La collaborazione di Ungaretti con «Quadrivio» riprese nel gennaio 1936; produsse solo tre articoli, tutti coerentemente collocati nella convinta campagna – a favore dell’Africa italiana e contro l’Inghilterra e la Francia – svolta in quel periodo da «Quadrivio». Ungaretti nel primo articolo (Noticina politica, 12 gennaio) sostenne che il nostro esercito andava in Etiopia per porre fine alla «vergogna legata al traffico infame della carne umana»; accusò gli inglesi, rei di difendere «come agnelli, come campioni di umanità, quegli Scioani che, nelle terre da essi invase negli ultimi quarant’anni» avevano annientato le popolazioni sconfitte, anche ricorrendo al barbaro rito dell’evirazione di uomini e bambini.

Nel secondo articolo (Ridicola giostra, 19 gennaio) Ungaretti esaltò l’intervento militare in Africa, soffermandosi sulla situazione politica internazionale. Il poeta criticò alcuni recenti articoli e libri pubblicati in Francia nei quali, pur prendendo le distanze dalle sanzioni contro l’Italia, si biasimava sia l’invasione dell’Etiopia che la politica economica del governo italiano. Ungaretti ebbe così modo di difendere il fascismo, soffermandosi sulle opere compiute dal governo: la bonifica della Palude Pontina; la costruzione di case, scuole ed ospedali; la soluzione della «quistione del Mezzogiorno ch’era, al cospetto d’Iddio e degli uomini, una vergogna annosa di questo paese …». Nel suo articolo parlava di «giustizia», di «diritto al lavoro», di «diritto alla vita». Scriveva che era in gioco la «dignità umana» di milioni di italiani costretti da sempre a dover emigrare all’estero per «mendicare» il lavoro, ora difficile da trovare anche negli USA. Infine prima di prendere di mira gli inglesi e il loro «sfacciato ed impunito colonialismo» chiariva che l’impresa d’Abissinia rappresentava per l’Italia il diritto al lavoro e alla vita, rappresentava «l’affermazione della più sacra indipendenza: quella dei poveri».

Nel terzo articolo (A un bestemmiatore, 26 gennaio) Ungaretti esaltò retoricamente la civiltà di Roma, «la virtù degli Antichi Romani», ma anche «la fatica veramente romana di quindici anni di Fascismo» che sola potrà far prevalere i «diritti del lavoro» sui «privilegi del denaro». Il poeta aveva in mente la questione etiopica: «Nello stesso emblema della sua favola, in quella lupa che s’empie di tenerezza davanti a due pargoli e li allatta felice, Roma ha scelto la sua missione: rendere umane anche le fiere»!

Dopo questo articolo la collaborazione a «Quadrivio» ebbe fine, anche se – nel novembre 1936, di ritorno dal suo viaggio in America latina – Ungaretti rilascerà una lunga intervista a al settimanale di Interlandi:

E’ necessaria – risponde decisamente il poeta – una maggiore diffusione della cultura nostra laggiù. E’ doloroso constatare come, mentre ad ogni angolo si vedono librerie francesi o tedesche, colle ultime novità in mostra, per trovare libri italiani si debbano sudare sette camicie. Al massimo si trovano libri di Carolina Invernizio o giù di lì… Libri arrivati in quei paesi quindici, venti anni fa. Ma della nostra nuova letteratura, nulla. È anche vero che i nostri editori ebbero a fare esperienze pressoché disastrose per il passato ma oggi potrebbero porvi rimedio la Società degli Autori, per mezzo dei rappresentanti che essa già ha nell’America Latina, curando la distribuzione di libri e sorvegliando le vendite. Anche i grandi giornali italiani di laggiù (che sono numerosi e, per lo più, ben fatti) dovrebbero, come fanno quelli locali francesi e tedeschi, occuparsi regolarmente della più notevole produzione recente italiana. È necessario aprire nuove scuole, migliorare quelle che vi sono, intensificare la propaganda con ogni mezzo, altrimenti verremo a perdere passi dove gli abitanti sono in gran maggioranza di origine italiana (se ne calcola il 40 per cento nella sola Argentina), dove il lavoro e la ricchezza sono in gran parte nostri… A San Paolo vi sono circa mille italiani milionari! Il sangue italiano ha dato dovunque i suoi frutti. La necessità di rendere, nel campo culturale, sempre più stretti i vincoli e frequenti gli scambi dipende dunque da precisi diritti e doveri dei due popoli. E dobbiamo assistere, invece, al predominio culturale di altre nazioni, che si lavorano questi paesi con una propaganda ordinata e vasta. La Germania vende i libri scientifici per le Università, tradotti in castigliano e in portoghese, ratealmente e sotto costo! La Francia spende per la sua propaganda culturale trenta milioni circa ogni anno solo in Argentina (Intervista concessa a Ruggero Jacobbi, La cultura italiana nell’America del Sud. Conversazione con Giuseppe Ungaretti, «Quadrivio», 29 novembre 1936).

 

Per approfondire il rapporto tra Ungaretti e «Quadrivio» si rinvia a R. Zangrandi, Il lungo viaggio attraverso il fascismo, Mursia, Milano 1999 e a I. De Michelis, Ungà il poeta nato giornalista, Bulzoni Roma 2014.

 

Suggerimenti su raccolte, annate e singoli fascicoli, anche rari, di «Quadrivio».