«Il Resto del Carlino», 16 dicembre 2019 (recensione di R. Barbolini)

M’illumino di Nobel: quanto lo voglio.

I carteggi dimostrano come Ungaretti mobilitò letterati e politici per vincere il premio. Senza riuscirci.

Sembra che oggi vada di moda snobbare il Nobel per la letteratura. Già Bob Dylan, ritroso vincitore dell’edizione di due anni fa, se l’era filato il giusto, tergiversando a lungo per poi recarsi a Stoccolma quasi di malavoglia. Dopi di lui, il declino: dalla mancata assegnazione nel 2018 per uno scandalo di molestie sessuali che coinvolgeva il marito d’una giurata, alle feroci polemiche di quest’anno contro il vincitore Peter Hanke, boicottato per le sue simpatie filoserbe.

Chissà se – dall’aldilà – Giuseppe Ungaretti finalmente se la ride, dopo aver tanto penato e masticato amaro, unico della triade ermetica che nei manuali scolastici lo accomuna a Eugenio Montale e Salvatore Quasimodo a non aver ricevuto l’ambito riconoscimento.

E dire che fin dal 1954 si era dato un gran daffare: con la pubblicazione in Francia delle sue principali raccolte, riteneva che i tempi fossero maturi. Il grande poeta dell’Allegria e di Sentimento del tempo aveva abbondantemente superato la sessantina e la consacrazione del Nobel sarebbe stata una sontuosa ciliegina sull’effimera torta dell’immortalità letteraria.

Come documenta con vasti carteggi Claudio Auria ne La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, appena edito da Le Monnier (464 pagine, 29 euro), il poeta mise in moto l’esercito dei propri estimatori, dal suo traduttore francese Jean Lescure al Nobel Francois Mauriac, alla crème dell’accademia italiana (Caretti, Getto, Binni, Sapegno), e anche politici, come l’allora ministro degli Esteri Attilio Piccioni, padre del suo amico Leone, suo futuro Biografo. Chiese ed ebbe perfino l’avallo di T.S.Eliot e di Gabriela Mistral, altri due poeti laureati di Nobel, ma fu tutto inutile.

Quell’anno il premio andò a Ernest Hemingway, e Ungaretti non la mandò giù: «Mi hanno preferito un mediocre come Hemingway» scriverà sconsolato a Lescure. La delusione si protrarrà negli anni culminando nel ’59, quando il premio verrà assegnato a al “rivale” Quasimodo da quelli che in un impeto di rabbia Ungaretti definisce «quattro poeti ridicoli, gli altri sono scienziati e il più cretino dei quattro è il segretario permanente». Montale si è risparmiato i suoi strali solo perché nel 1975, quando ricevette il Nobel, Ungaretti era già morto da cinque anni.

Inviato dall’Espresso come “inviato speciale” alla cerimonia, Giorgio Manganelli ce ne ha dato in anticipo un tragicomico epitaffio: «L’idea di premiare, insieme, la fisica, la chimica, la poesia, la biologia e la pace rimanda al ballo Excelsior; ma rimanda anche all’illusione borghese che la letteratura sia intimamente dignitosa e rispettabile».

Che importa? Ansia di rispettabilità, sogni di gloria o auri sacra fames che sia (probabilmente un po’ di tutte e tre le cose), lunga è la lista degli scrittori italiani che – magari ostentando superiore disinteresse – hanno bramato il prestigioso riconoscimento svedese. Il poeta Mario Luzi fu a lungo candidato, e quasi sul punto di riceverlo nel ’79, ma non l’ebbe mai. In Ombre cinesi – Scrittori al girarrosto Paolo Monelli ricordava che Moravia, accusato d’intortare un po’ tutti, finì per sbottare: «Magari lo avessi questo fascino, lo impiegherei tutto per farmi assegnare il premio Nobel al quale aspiro da anni». Persino Dario Fo, senza rinunciare al suo spirito giullaresco, fece la genuflessioncella d’uso davanti al re di Svezia. “Nobelesse” oblige.

«Dio non voglia che io vinca quel premio, perché diventerei parte di una lista” s’inorgogliva Borges, che non lo vinse mai. Ma forse celiava. In realtà, fra gli scrittori che conosco c’è chi si accontenterebbe di molto meno: un premiuccio balneare di seconda fascia, anche in coabitazione; o chi si svenerebbe per la prefazione d’una firma eccellente. «Ogni opera, anche la più estrema, ha bisogno di consenso» osservava con saggezza Giuseppe Pontiggia. Concordo con lui e mi tengo pronto. L’Accademia di Svezia è avvertita.