Salvatore Quasimodo e Giuseppe Ungaretti

Salvatore Quasimodo e Giuseppe Ungaretti
Montale, Ungaretti e Quasimodo.

Salvatore Quasimodo  (Modica 1901- Napoli 1968).

Poeta e traduttore.  Nel 1959 vinse il premio Nobel per la Letteratura.

 Ungaretti (al centro nella foto) e Quasimodo (a destra) si conobbero ma non divennero amici. La prima volta che il destino artistico del poeta siciliano si incrociò con quello dell’allora più noto collega fu in occasione del premio Gondoliere assegnato ad Ungaretti nel luglio 1932. I lavori della commissione erano andati avanti diversi mesi fra sospetti e polemiche; era anche circolata la voce che il premio fosse, fin dall’inizio, destinato ad Ungaretti. Quasimodo, in gara con Òboe sommerso, già a marzo, ricevette una lettera da Adriano Grande in cui si pronosticava la vittoria dell’Allegria. Ungaretti  aveva criticato Quasimodo perché col suo Òboe sommerso avrebbe plagiato il Porto sepolto. Quasimodo replicò, dapprima, ad aprile, dando del «pietoso vate» ad Ungaretti (Quasimodo, Carteggi (1930-1941), Archinto, Milano 1999, p. 72); e poi, dopo l’assegnazione del premio al collega, scrivendo ad Angelo Barile: «Hai visto le gondole? “Dall’Elmo di Scipio” ecc…» (Quasimodo, Carteggi (1930-1941), Archinto, Milano 1999, p. 74).

Col passare degli anni, a differenza di quanto avvenuto nei confronti di Montale, Ungaretti non muterà opinione su Quasimodo. Nel 1952, in occasione dell’assegnazione del premio Feltrinelli (peraltro assegnato a Thomas Mann e non al poeta siciliano), Ungaretti scrisse all’amico De Robertis che quel premio era stato conferito a Quasimodo «Forse perché scopiazzava prima “Il Sentimento” e ora scopiazza “Il Dolore”: e ha reso rettorico e falso ciò che di vivo ha scoperto la nuova poesia italiana»

(Ungaretti – De Robertis, Carteggio (1931-1962), Il Saggiatore, Milano 1984, p. 143).

Nel 1959, quando Quasimodo vinse il Nobel per la Letteratura, Ungaretti scrisse ad Adriano Seroni: «Il poeta/q [la “q” minuscola evidenzia il disprezzo di Ungaretti per Quasimodo] sciagura nazionale, ora su un rotocalco chiama – quella bocca! – chiama Cecchi «mulo». Chi l’ha protetto avrà da scontare migliaia d’anni d’inferno e io perdono tutto, non la stupidità, non chi non sa distinguere il vero dall’imitazione» (Ungaretti – Sereni, Un filo d’acqua per dissetarsi (1949-1969), Archinto, Milano 2013, p. 81). Nella circostanza dell’assegnazione del premio Nobel a Quasimodo, Ungaretti sostenne che il «pappagallo e clown» aveva ottenuto il Nobel soprattutto per il suo presunto antifascismo, nonostante avesse collaborato «alle riviste fasciste di più stretta osservanza, alle quali nessun poeta collaborava»; avesse scritto un Inno per i martiri fascisti; avesse ottenuto – qui Ungaretti si sbagliava – la nomina a professore per chiara fama dalla Repubblica sociale italiana; avesse scritto e pubblicato le sue poesie sulla resistenza solo «dopo la fine della resistenza, abbastanza tempo dopo perché era ‘di moda’». La delusione spinse Ungaretti a denigrare le poesie di Quasimodo, accusato d’aver trasformato i suoi versi «cose viventi», in «esercizi di retorica»; se la prendeva, poi, coi sei membri dell’Accademia di Svezia, fra cui «quattro poeti ridicoli (…) e il più cretino dei quattro è il Segretario permanente» (lettere a Lescure, novembre 1959, Ungaretti – Lescure, Carteggio (1951-1966), Olschki, Firenze 2010, pp. 197-198) . Osservava che Quasimodo già da tempo conosceva «i quattro ridicoli poeti svedesi» e le opere di uno di loro erano state raccolte in una antologia curata da un amico del poeta siciliano, pubblicata poco prima dell’attribuzione del premio con una prefazione dello stesso Quasimodo. Ce n’era abbastanza per concludere: «Hai compreso la serietà del Nobel? La merda che è in realtà il nobel?» (lettera a Piccioni, 1968, Ungaretti, L’Allegria è il mio elemento, Mondadori, Milano 2013, p. 320).

Nel 1968, Aldo Moro, presidente del Consiglio dei ministri, il giorno del compleanno del poeta dette a Palazzo Chigi un solenne ricevimento in suo onore, al quale parteciparono anche Montale e Quasimodo. Marianni, all’epoca segretario del poeta, ha ricordato alcuni momenti di quel ricevimento:

Della scarsa cordialità e anche forse dell’imbarazzo che c’era fra loro, fui testimone al pranzo ufficiale, durante il quale, pur sedendo insieme al centro della tavola, non si rivolsero mai la parola. Ungaretti credo ne soffrisse; completamente isolato, tra i due che parlavano con i loro vicini, dava ostentatamente segno di annoiarsi. A me, che più tardi gli chiesi le impressioni sulla cerimonia non volle dir nulla, solo commentò «si sta meglio fra giovani».

Infine, nel 1969, quando uscì il mondadoriano Quattro poeti italiani. Pavese, Ungaretti, Cardarelli, Quasimodo, Ungaretti – molto risentito –  scrisse a Adriano Sereni «Uno in mia compagnia, Quasimodo, non ce lo voglio più, assolutamente…».lettera del 15 maggio 1969, Ungaretti – Sereni, Un filo d’acqua per dissetarsi (1949-1969), Archinto, Milano 2013, p. 198).

Eppure, Quasimodo non s’era mai dimostrato ostile nei confronti del suo collega poeta: quando Ungaretti, nell’immediato dopoguerra, fu sottoposto al processo d’epurazione con l’accusa d’avere conseguito la cattedra universitaria per meriti fascisti, Quasimodo firmò un appello in suo favore; nel 1966, infine, il poeta siciliano – in qualità di presidente di giuria – consegnò il premio Taormina ad Ungaretti.

 Suggerimenti sulle principali opere di (e su) Salvatore Quasimodo, anche su edizioni originali e ristampe rare.