Gramsci, Quaderni del carcere, 1948-1951

Antonio Gramsci, Quaderni del Carcere, 1-4 (1929-1932), Einaudi, 2019

Edizione critica dell’Istituto Gramsci. A cura di Valentino Gerratana

I Quaderni costituiscono un classico del pensiero politico del Novecento. Gramsci fu un uomo politico e nella politica è da cercare l’unità della sua opera. Anche negli anni del carcere fascista, che ne logorò irrimediabilmente la fibra e ne spense prematuramente la vita, Gramsci fu “un combattente politico”, un grande italiano e un riformatore europeo. Nel movimento comunista egli fu l’iniziatore della critica più pregnante dello stalinismo e del marxismo sovietico. Ma il suo pensiero trascende l’orizzonte storico-politico del suo tempo e, quando più passano gli anni e le sue opere si diffondono in contesti culturali lontani da quello in cui furono originariamente concepite, tanto più la sua ricerca si afferma come un “crocevia” delle maggiori “questioni” del nostro tempo: i delemmi della modernità, la soggettività dei popoli, le prospettive dell’industrialismo, la crisi dello Stato-nazione, il fondamento morale della politica”.

P.P. Pasolini, Petrolio, 1992

Pier Paolo Pasolini, Petrolio, Mondadori 2017

Pagine 657

Iniziato durante i primi anni settanta, durante le crisi petrolifera mondiale, e portato avanti fino alla morte, nel novembre 1975, «Petrolio» è un gigantesco frammento di quello che avrebbe dovuto essere un romanzo-monstruum di circa duemila pagine. Una enciclopedia del racconto, che comprende tutti i registri, bassi e alti, della scrittura. Appunti, annotazioni, una lettera a Alberto Moravia, schizzi e specchietti che compongono un libro «nero», pubblicato, con fedeltà all’autografo, solo nel 1992. Risulta da questi frammenti una disperata archeologia umana, un’esplorazione dei misetri della sessualità e insieme uno spaccato dell’Italia del boom tra oscuri complotti di potere e stragi di stato rimaste impunite. Con nota filologica di Aurelio Roncaglia.

Giovanni Ansaldo e Giuseppe Ungaretti

Giovanni Ansaldo e Giuseppe Ungaretti
Giovanni Ansaldo

Giovanni Ansaldo (Genova 1895 – Napoli 1969).

Giornalista

Ungaretti e Giovanni Ansaldo si conobbero a Genova nella primavera del 1922. Nel capoluogo ligure, Ansaldo c’era nato e lì – convinto antifascista – era caporedattore al «Lavoro»; Ungaretti, invece, si trovava in quella città, insieme alla moglie, per motivi di lavoro. I coniugi Ungaretti appartenevano alla delegazione italiana che partecipò alla Conferenza Internazionale di Genova; lui come traduttore, lei come traduttrice ed interprete. Ungaretti e Ansaldo s’incontrarono casualmente a Palazzo Patroni Continua a leggere

Massimo Bontempelli e Giuseppe Ungaretti

 

Massimo Bontempelli e Giuseppe Ungaretti
Il duello Bontempelli Ungaretti

Massimo Bontempelli (Como 1878 – Roma 1960).

Giornalista, saggista e drammaturgo.

Giuseppe Ungaretti e Massimo Bontempelli non furono amici, anche se i loro destini artistici s’incrociarono più volte nel corso delle loro vite. Fu Ungaretti a cercare Bontempelli nel 1919, inviandogli una copia della La Guerre; un libretto di sue poesie tradotte in francese e stampato presso la Imprimerie Artistique Lux di Parigi, la stessa tipografia del «Sempre Avanti», il giornale militare al quale era stato assegnato il poeta – soldato.

A partire dal 1925, quando Bontempelli si trasferì a Roma, i due scrittori ebbero maggiori occasioni di frequentarsi, sebbene facessero riferimento ad ambienti letterari diversi. In quegli anni i due scrittori furono protagonisti di accese polemiche. Continua a leggere

«Secolo d’Italia», 16 Dicembre 2019

«Giuseppe Ungaretti voleva il Nobel ad ogni costo. L’amarezza quando fu assegnato a Hemingway»

Giuseppe Ungaretti era convinto di meritare il Premio Nobel per la Letteratura. Dopo aver ricevuto i tributi ricevuti a Parigi per la traduzione in francese delle raccolte poetiche “L’allegria”, “Sentimento del tempo”, “Il dolore”, “La terra promessa” e “Un grido e paesaggi”. Era il 1954. Per raggiungere l’obiettivo il poeta si dette un gran da fare. Il poeta contattò in via riservata uomini di cultura italiani e stranieri. E anche accademici, editori. E ancora anche politici, come l’allora ministro degli Esteri, Attilio Piccioni. Il tutto per cercare di ottenere una candidatura ufficiale da parte del governo italiano. Ungaretti fu così più volte candidato ma non ricevette mai il Nobel. Nonostante le forti pressioni esercitate sull’Accademia Reale Svedese. Premio conquistato invece da altri due poeti italiani, Salvatore Quasimodo (1959) e poi da Eugenio Montale (1975). La vicenda è ricostruita, sulla base dei carteggi, dal ricercatore Claudio Auria nel libro La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti. Appena pubblicato dall’editore Le Monnier (pagine 464, 29 euro). Auria consegna per la prima volta un profilo ‘integrale’ di Giuseppe Ungaretti, con molti aspetti inediti. Il tutto grazie alle informazioni già disponibili, alle testimonianze di coloro che gli furono vicini e alle fonti presenti in archivio.

«La Nazione», 16 dicembre 2019

Recensione della Vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, 2019

M’illumino di Nobel: quanto lo voglio.

I carteggi dimostrano come Ungaretti mobilitò letterati e politici per vincere il premio. Senza riuscirci. Di Roberto Barbolini, «La Nazione», 16 dicembre 2019

Sembra che oggi vada di moda snobbare il Nobel per la letteratura. Già Bob Dylan, ritroso vincitore dell’edizione di due anni fa, se l’era filato il giusto, tergiversando a lungo per poi recarsi a Stoccolma quasi di malavoglia. Dopi di lui, il declino: dalla mancata assegnazione nel 2018 per uno scandalo di molestie sessuali che coinvolgeva il marito d’una giurata, alle feroci polemiche di quest’anno contro il vincitore Peter Hanke, boicottato per le sue simpatie filoserbe.

Chissà se – dall’aldilà – Giuseppe Ungaretti finalmente se la ride, dopo aver tanto penato e masticato amaro, unico della triade ermetica che nei manuali scolastici lo accomuna a Eugenio Montale e Salvatore Quasimodo a non aver ricevuto l’ambito riconoscimento.

E dire che fin dal 1954 si era dato un gran daffare: con la pubblicazione in Francia delle sue principali raccolte, riteneva che i tempi fossero maturi. Il grande poeta dell’Allegria e di Sentimento del tempo aveva abbondantemente superato la sessantina e la consacrazione del Nobel sarebbe stata una sontuosa ciliegina sull’effimera torta dell’immortalità letteraria.

Come documenta con vasti carteggi Claudio Auria ne La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti, appena edito da Le Monnier (464 pagine, 29 euro), il poeta mise in moto l’esercito dei propri estimatori, dal suo traduttore francese Jean Lescure al Nobel Francois Mauriac, alla crème dell’accademia italiana (Caretti, Getto, Binni, Sapegno), e anche politici, come l’allora ministro degli Esteri Attilio Piccioni, padre del suo amico Leone, suo futuro Biografo. Chiese ed ebbe perfino l’avallo di T.S.Eliot e di Gabriela Mistral, altri due poeti laureati di Nobel, ma fu tutto inutile.

Quell’anno il premio andò a Ernest Hemingway, e Ungaretti non la mandò giù: «Mi hanno preferito un mediocre come Hemingway» scriverà sconsolato a Lescure. La delusione si protrarrà negli anni culminando nel ’59, quando il premio verrà assegnato a al “rivale” Quasimodo da quelli che in un impeto di rabbia Ungaretti definisce «quattro poeti ridicoli, gli altri sono scienziati e il più cretino dei quattro è il segretario permanente». Montale si è risparmiato i suoi strali solo perché nel 1975, quando ricevette il Nobel, Ungaretti era già morto da cinque anni.

Inviato dall’Espresso come “inviato speciale” alla cerimonia, Giorgio Manganelli ce ne ha dato in anticipo un tragicomico epitaffio: «L’idea di premiare, insieme, la fisica, la chimica, la poesia, la biologia e la pace rimanda al ballo Excelsior; ma rimanda anche all’illusione borghese che la letteratura sia intimamente dignitosa e rispettabile».

Che importa? Ansia di rispettabilità, sogni di gloria o auri sacra fames che sia (probabilmente un po’ di tutte e tre le cose), lunga è la lista degli scrittori italiani che – magari ostentando superiore disinteresse – hanno bramato il prestigioso riconoscimento svedese. Il poeta Mario Luzi fu a lungo candidato, e quasi sul punto di riceverlo nel ’79, ma non l’ebbe mai. In Ombre cinesi – Scrittori al girarrosto Paolo Monelli ricordava che Moravia, accusato d’intortare un po’ tutti, finì per sbottare: «Magari lo avessi questo fascino, lo impiegherei tutto per farmi assegnare il premio Nobel al quale aspiro da anni». Persino Dario Fo, senza rinunciare al suo spirito giullaresco, fece la genuflessioncella d’uso davanti al re di Svezia. “Nobelesse” oblige.

«Dio non voglia che io vinca quel premio, perché diventerei parte di una lista” s’inorgogliva Borges, che non lo vinse mai. Ma forse celiava. In realtà, fra gli scrittori che conosco c’è chi si accontenterebbe di molto meno: un premiuccio balneare di seconda fascia, anche in coabitazione; o chi si svenerebbe per la prefazione d’una firma eccellente. «Ogni opera, anche la più estrema, ha bisogno di consenso» osservava con saggezza Giuseppe Pontiggia. Concordo con lui e mi tengo pronto. L’Accademia di Svezia è avvertita.