Il Tevere

 

 

La collaborazione di Ungaretti al «Tevere» si concentrò nel 1929; in quell’anno vi scrisse trenta articoli. «Il Tevere», l’intransigente giornale fascista fondato e diretto da Telesio Interlandi, era un foglio pienamente mussoliniano, finanziato direttamente dal PNF e dall’Ufficio stampa della Presidenza del Consiglio; il giornale, durante la campagna antisemita, arriverà ad attaccare persino testate fasciste come il «Corriere Padano» di Italo Balbo. «Il Tevere» dedicava alla cultura la sua terza pagina; un segnale importante, visto che il quotidiano di Interlandi di pagine ne aveva solo quattro. Su quella pagina culturale intervenivano personaggi del calibro di Emilio Cecchi, Elio Vittorini, Vincenzo Cardarelli e Luigi Pirandello. «Il Tevere» s’era sistemato in un bel palazzo di Via Mercede, in pieno centro storico, tra Piazza di Spagna e Fontana di Trevi. Una posizione assai strategica, vicinissima ad altre testate giornalistiche e a due passi da Palazzo Chigi, dove il poeta lavorava nell’Ufficio stampa del capo del governo (si rinvia a Giampiero Mughini, A via della Mercede c’era un razzista, Rizzoli, 1991 e Mario Forno, Informazione e potere. Storia del giornalismo italiano, Laterza, 2013).

Ungaretti era entrato in contatto con Interlandi già nell’aprile 1926, in seguito alla pubblicazione sul «Tevere» di un articolo di Corrado Pavolini che stigmatizzava aspramente la presunta decadenza morale della società francese; Pavolini prendeva di mira il fenomeno della pederastia, attaccando direttamente il gruppo degli scrittori francesi omosessuali, Gide in particolare.

Ungaretti, allora, scrisse una lettera ad Interlandi:

Carissimo direttore,

Chiedo ospitalità al suo giornale quale membro del Comitato di lettura della N.F.R. Premesso che, come sa ognuno, alla N.F.R. si tiene conto unicamente della qualità letteraria degli scritti, mi pare che l’amico Pavolini abbia oltrepassato il segno. Conviene, per colpa di un avventato, offendere tutta una compagnia che in maggioranza, compresa chi l’aduna, il nostro camerata Paulhan, non nasconde la sua ammirazione verso il Fascismo?

Che la carne sia fallibile, non è una novità. Non credo lo sia meno che a Parigi, a Berlino o a Londra. Pavolini, che sa la storia, saprà che coi suoi fiori potrebbe coprire Cesare e Virgilio, il Rinascimento e la Grecia e vattelapesca (…). Bisogna essere giusti. Il camerata Pavolini, che è uomo onesto e un poeta vero, vorrà riconoscere di non esserlo stato interamente? (A proposito di francesi “intelligenti”, una lettera di Giuseppe Ungaretti, «Il Tevere», 19 aprile 1926).

 

Dagli articoli sul «Tevere» emerge un Ungaretti appassionato, spesso pungente, a volte dedito a fatti di costume, di politica e d’attualità. Non mancarono le polemiche letterarie: con Arnaldo Frateili, con Alberto Moravia, con Luca Pignato. Curioso un suo articolo del maggio 1929 dove, prendendo spunto dal ruolo attivo svolto in politica dalle donne inglesi, «un grave pericolo», sosteneva che «la donna dovrebbe riprendere nella vita la sua funzione esclusivamente famigliare», concludendo: «Ciò che succede in Inghilterra è avviso clamoroso che anche la donna sta oggi mettendosi dalla parte del diavolo. È grave» (Le elezioni inglesi e le donne, «Il Tevere», 29-30 maggio 1929, ora in Carlo Ossola, Filosofia Fantastica. Prose di meditazione e d’intervento (1926-1929), UTET, Torino 1997,  p.122).

Inoltre, il poeta è artefice, ancora una volta, di articoli che sono anche un vero laboratorio della sua poesia in divenire, nonché attento osservatore di temi legati all’arte, alla poesia, alla cultura e alle loro finalità ultime. Fra gli articoli più belli apparsi sul «Tevere», questo del marzo 1929:

Se, finalmente, i professori dessero retta al poeta, si saprebbe di nuovo che l’uomo è uomo perché Iddio gli ha toccato il dito; l’uomo è uomo, dice il saggio, perché ha le mani, perché ha l’arte. Sapremmo di nuovo una piccola verità: che un soffio ci ha messo in vita; che basterà un soffio, non resterà più di noi nemmeno il ricordo.

Il segreto dei cuori era riservato a Dio. I moralisti, i romanzieri, i giuristi cercavano di conoscerlo. Empirismo e fantasia: generalità, convenzioni sociali (…). Se al chiromante, all’astrologo o alla fattucchiera taluno chiedeva consiglio, era per l’umana fame, insaziabile, di novelle, di bugie e di speranze.

Ma l’uomo s’è fatto oltremodo temerario. Ed ecco che ora vuole anche conoscere «dal di dentro» «coll’ausilio della scienza», ciò che succede nel cuore dei singoli; conoscere vuole a menadito tutto, con una semplice occhiata in viso al primo venuto, ciò che c’è in quelle caverne, dietro gli occhi, ciò che c’è in quei bassifondi, che ogni natura umana maschera in sé.

Ma ora, da qualche anno, seduce una scuola che, con rigore di scienza, vorrebbe imparare ed insegnare a leggere nel prossimo, infallibilmente, nel torbido, il passato e l’avvenire.

Questi maghi, questi metapsichisti, come essi si fanno chiamare, questi metapsichisti della malora, vorrebbero l’uomo all’uomo, ridurlo trasparente come un vetro. Anzi, dicono d’esserci già arrivati. L’uomo senza passato e senza destino, e senza più quel poco di mistero che ogni natura porta con sé ed ha da custodire per castigo, e per suo bene; come farà più a vivere?

La scienza ha tolto all’uomo il paradiso; ora anche l’inferno gli vorrebbe togliere! Non sarà il finimondo; ma in verità odiosa, ma in verità avrà raggiunto il colmo della miseria, la sorte umana, quando non avremo più nemmeno questo individuale inferno di cui ciascuno di noi è tanto geloso, ch’è l’unica libertà ancora inviolabile dell’uomo, ch’è il suo solo motivo di superbia.

Povero cuore umano! Forse credono, quei libertini, che quella sia veramente una buca piena di lordura? Pascal si sbagliava. Non vi troveranno che debolezza e ansia. Per questo, ha tanta paura di vedersi scoperto. G. Ungaretti (Il nuovo mago, «Il Tevere», 20-21 marzo 1929, ora in Carlo Ossola, Filosofia Fantastica. Prose di meditazione e d’intervento (1926-1929), UTET, Torino 1997, pp. 29-30).

 

Suggerimenti su raccolte, annate e singoli fascicoli, anche rari, del «Tevere».